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Roma e gli ultimi giorni di Ingeborg Bachmann, un librino Adelphi
Fleur Jaeggy racconta la celebre poetessa attraverso la loro amicizia e il periodo romano dell'autrice austriaca, con un finale drammatico
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Ingeborg Bachmann (Foto Getty)
“Voleva essere sepolta al cimitero degli inglesi a Roma”. Tra le pagine di “Gli ultimi giorni di Ingeborg”, di Fleur Jaeggy, collana Microgrammi della Adelphi, la Roma di Ingeborg Bachmann, poetessa, o poetessa e scrittrice come recitano le biografie istituzionali, è un progetto di sepoltura, un viaggio, quello che apre il volumetto, verso Forte dei Marmi, e infine un ospedale, anticamera dell’obitorio.
C’è in questo librino, sono una trentina di pagine, il senso di una estate e di una intima, profonda amicizia, prima della catastrofe, prima che il mondo si dissolvesse in quel rogo e nel doloroso epilogo. In quelle fiamme casalinghe, lo splendore coerente di chi aveva insegnato che il vero scrittore avrebbe sempre dovuto coltivare il “rischio di ardere delle proprie parole”. La Bachmann amava profondamente Roma. Arrivata in città nell’autunno del 1953, con il programma di rimanervi pochi mesi, per una visita e per raccogliere suggestioni da reportage. Quei pochi mesi sarebbero però divenuti vent’anni, fino al tragico autunno del 1973.
“Gli ultimi giorni” naturalmente non ripercorre la vita della poetessa austriaca a Roma, ma il culmine dell’esperienza attraverso la lente della amicizia e della frequentazione con Fleur Jaeggy, e con Roberto Calasso che, discreto, rimane in disparte, quasi spettrale per la evoluzione del volumetto. Presenza che fotografa le due amiche sorridenti, ogni tanto appare citato, ma sempre di lato, obliquo. C’è la letteratura che erompe ne “La casa dell’acqua salata”, ricordo di una estate assieme, lontano da Roma, ove compaiono Calvino, l’editore Fischer, Uwe Johnson, discussioni su Mann e Hemingway. E qui Roma si situa, scenografica e metafisica, come fonte di preoccupazioni, di burocrazia del quotidiano, di telefonate. E quando poi la città torna presente, attuale, concreta, inghiottendo il ritorno, ecco spuntare carnicina subito la morte. “Non abbiamo mai parlato della morte”. La vecchiaia, che spaventa, che si tiene a bada coi progetti e con le fantasticherie e che la Bachmann descrive come orribile. La terza parte, quella conclusiva, quella degli ultimi giorni, si apre nella prospettiva di Fleur Jaeggy quando l’irreparabile è già accaduto. Il primo ottobre riceve una telefonata da Zurigo e una voce in tedesco le annuncia che Ingeborg si è ustionata. La sconcertata e dolorosa sorpresa diventa una domanda “come è successo?”. L’episodio è avvenuto giorni prima, nella serata del 26 settembre. La poetessa, sigaretta tra le mani cadutale sulla vestaglia in un momento di torpore, è rimasta avvolta dalle fiamme. Viene trasportata d’urgenza in ospedale, al Sant’Eugenio, specializzato in grandi ustioni. Pur se sofferente, la poetessa rimane vigile. “Anche morendo voleva essere gentile”. Non morirà, in realtà, per le ustioni ma per le complicazioni dovute al rogo: danni renali e una intossicazione del sangue, che la avrebbero condotta alla morte il 17 ottobre del 1973. In ospedale viene portata dalla custode del palazzo di via Bocca di Leone, Maria: la Bachmann, che si era trasferita in via Giulia, le telefona e le chiede di andare da lei. Maria accorre, la soccorre, rovista in casa ma non trova documenti e allora per dimostrare l’identità della donna ustionata prende con sé la copia di uno dei suoi libri. La Jaeggy ricostruisce poi i silenzi, delle donne che erano a Roma con la Bachmann, ma non con lei quella tragica sera e che non hanno avvertito amici, conoscenti, quando è divenuto noto il fatto. Il dubbio che quel pudore possa persino aver ritardato i soccorsi, compromettendo la possibilità di salvezza della poetessa e che loro in realtà fossero là, in casa. “Il silenzio voluto è stato criminale”.
L’ultima Roma che si scorge, quella di viale Ippocrate, è quella dei lucori mortuari dell’obitorio, la barella sulla quale il corpo è portato via, come quella figura “su una terra straniera/tra rose e ombre/in un’acqua straniera/la mia ombra”.