Cultura
Parole laiche •
Essere “umano” ha assunto un significato positivo e “spirituale”
La Chiesa cattolica, la cui cultura è stata di fatto esclusa storicamente dalla società laica, ha scelto questo termine per farsi ascoltare, quasi come esso potesse diventare una sorta di cavallo di Troia in grado di farle ritrovare uno spazio nelle società contemporanee
4 LUG 26

Foto Ansa
In questi giorni a Roma si è svolto un evento organizzato da gruppi cattolici intitolato Festival dell’umano tutto intero, che prevedeva incontri, dibattiti, spettacoli mostre, merende, con la partecipazione di molti ministri e dei cardinali Zuppi e Parolin. Quello che qui ci interessa non è tanto l’evento in sé ma l’uso del termine umano, che ormai appare sempre più di frequente nel discorso del mondo cattolico. E non solo, come è ovvio, nella contrapposizione, ad esempio, fra cervello umano e intelligenza artificiale, ma in generale per indicare e rivendicare un modo di pensare moralmente giusto, realmente cristiano.
Ma da quando in qua, mi chiedo, il termine , “umano” ha assunto questo significato, da quanto tempo rappresenta la meta concettuale, la definizione appropriata di un percorso capace e volto a migliorare il mondo?
A stretto rigore, infatti, è umano essere buoni così come anche essere cattivi, secondo quel che ci ricorda la celebre frase di Terenzio humani nihil a me alienum puto (nulla di quanto è umano mi è estraneo). Perché mai allora questo termine, “umano”, ha assunto, perlomeno in alcuni ambiti, un significato così assolutamente positivo?
Certo, ha svolto un ruolo decisivo il filosofo francese Auguste Compte, non solo inventore del termine sociologia, cioè la scienza della società, ma anche propugnatore della religione dell’umanità (un sintagma da lui inventato) che negava il trascendente, venerava l’uomo, e si proponeva di sostituire tutte le religioni esistenti.
E’ stato quindi nel 19esimo secolo che ambienti intrisi di uno spirito fortemente anticattolico e antichiesastico hanno coniato nuove parole, come “umanitarismo”, per definire forme di religiosità, o forse sarebbe meglio dire spiritualità, di orientamento laico, lontane dalla pratica della carità cristiana fino a quel momento dominante. Nella parola “carità” si ravvisava infatti un legame con l’amore, quindi anche con l’amore di Dio, mentre il termine “umanitario” si presentava come qualcosa che era opera esclusivamente degli esseri umani, intervento di aiuto quasi tecnico, adeguato ed efficiente.
Come sappiamo, questa parola e i suoi derivati – umano, umanitario, umanitarismo – hanno conosciuto una fortuna straordinaria nel Novecento, arrivando anche a essere usati in casi in cui assumono un senso decisamente contraddittorio: quando per esempio si parla di “catastrofe umanitaria”. Negli ultimi anni, dopo oltre un secolo di crescente successo laico, il termine “umano” è comunque entrato a far parte del lessico dei cattolici, che a mio modo di vedere ne fanno oggi un uso non soltanto improprio, ma decisamente esagerato.
Essi sembrano aver dimenticato – o forse non hanno mai saputo – che l’uso ampio del termine “umano” è entrato nel nostro lessico proprio per evitare qualsiasi richiamo a Dio, per contrapporre a una cultura fondata sul rapporto con il trascendente una cultura diversa, rigorosamente circoscritta al piano umano.
La Chiesa cattolica, la cui cultura è stata di fatto esclusa storicamente dalla società laica, ha scelto questo termine per farsi ascoltare, quasi come esso potesse diventare una sorta di cavallo di Troia in grado di farle ritrovare uno spazio nelle società contemporanee , e quindi essere accettata, magari riscoperta. Un cavallo di Troia che per di più ha il vantaggio di cancellare l’antica e ricorrente separazione fra anima e corpo, fra materiale e spirituale, che implicava la prevalenza assoluta dello stato spirituale. La Chiesa spera così, in sostanza, di avere trovato un modo laico e moderno di farsi ascoltare.
Ma ormai il termine umano, così abusato, comincia a suonare falso. E quindi il suo impiego corre perfino il rischio di ostacolare la lettura di libri che magari hanno invece qualcosa di nuovo da dire. E’ il caso, ad esempio, del bel libro di Luciano Manicardi, uscito di recente, che l’editrice dell’Università cattolica Vita e pensiero ha intitolato Diventare umani. Il libro è una attenta e critica disamina dei cambiamenti subiti dal termine spiritualità nel corso dei secoli a partire dalla considerazione che nel nostro mondo secolarizzato la parola “spiritualità” è diventata di moda proprio grazie alla sua assoluta genericità e vaghezza, caratteristiche assunte nel corso del tempo. Spiritualità, infatti, piace molto, a differenza del termine bistrattato religione, soprattutto perché oggi essa sembra alludere a un’esperienza individuale accessibile a tutti, in certi casi perfino acquistabile come qualsiasi prodotto.
In sostanza, la fortuna attuale delle parole è determinata dalla loro indeterminatezza, dalla possibilità di evocare situazioni non ben definite ma considerate positive e che, proprio per queste caratteristiche possono adattarsi quasi a tutto e a tutti, a differenza di parole più pesanti, più chiare, più cariche di storia.