Cultura
Imperscrutabile e libera •
L’anima irlandese di “Kala” spiegata da Colin Walsh
L'autore racconta il suo esodio fortunato, un mistery che tiene incollati pagina dopo pagina. I protagonisti diventano adulti nel peggiore dei modi, in una fatidica estate in cui anche a distanza di quindici anni sembrano essere ancora intrappolati
27 GIU 26

Foto Pixabay
Gli irlandesi sono gli unici del tutto impermeabili alla psicanalisi, o almeno così sosteneva un Freud apocrifo. Sarà mica per questo che si mettono tutti a scrivere? Lo abbiamo chiesto a Colin Walsh, autore di un esordio fortunato, Kala (Fazi), che è tornato a grande richiesta in Italia per promuovere a distanza di un anno dalla pubblicazione. “Abbiamo un problema di introspezione. Una volta era un compito assolto dai preti, oggi non più e non è detto sia un bene. In termini di psicanalisi siamo indietro di una o due generazioni rispetto al resto del mondo e questo anche perché non abbiamo avuto un Novecento paragonabile ai nostri vicini europei. E’ come se ci avessero proiettato nel Ventunesimo secolo direttamente dall’Ottocento. Gli irlandesi passano per essere gioviali, aperti, sempre pronti a farsi una cantata o mettersi a ballare. Ma poi ci sono i silenzi, i mondi privati. E possiamo conoscere qualcuno da decenni senza scalfirli neppure. E’ un motivo ricorrente in Kala”. Già da queste prime battute si capisce che il suo non è soltanto un libro “letterario”, nel senso che il critico Cyril Connolly dava al termine, cioè di un testo che si può leggere più volte, ma è anche molte altre cose. E’ un mistery che ci tiene incollati pagina dopo pagina e un romanzo di formazione in cui dei ragazzi diventano adulti nel peggiore dei modi, in una fatidica estate in cui anche a distanza di quindici anni sembrano essere ancora intrappolati. E’ la storia di una sparizione, quella di Kala, e della sua terribile ricomparsa.
Prossimo ai quaranta, Walsh ha uno sguardo luminoso e nemmeno mezza ruga, nonostante la lunga gestazione del suo romanzo a tinte fosche, foschissime; anni in cui come ci dice “si è auto-insegnato a scrivere” mentre per campare insegnava per davvero a scuola. Negli anni di stesura la sua scrivania doveva apparire come la postazione di uno di quei giornalisti paranoidi che si vedono nei film fra ritagli, scartafacci e post-it, perché l’ambizioso Kala è un romanzo di fiction fiction (come la chiama lui) di quelli che si scrivevano una volta. Quella di Walsh è una strada poco battuta in questi tempi di autofinzione, in cui è la vita dello scrittore a doversi fare materiale narrativo, ma i lettori sembrano aver apprezzato. Di sicuro, ci risparmia di fargli la solita domanda in casi simili: quanto c’è dell’autore nel romanzo? Possiamo chiedergli piuttosto come abbia fatto a palleggiare due linee temporali diverse, un cast di protagonisti con una voce propria e una pletora di comprimari che animano l’immaginaria cittadina costiera di Kinlough, praticamente la sua versione della Derry di Stephen King. “E’ la collezione dei miei luoghi mentali. E’ come in quel quadro di Schiele: ci sono varie strade, case e caffè viennesi. Solo che a livello toponomastico, di proporzioni o distanze, il dipinto è tutto sbagliato. Non è una rappresentazione accurata di Vienna, è la mappa dei luoghi del cuore di Schiele”.
A proposito di geografia, Walsh vive in Belgio, confermando suo malgrado lo stereotipo dell’autore irlandese che per trovare la sua voce deve giocoforza esiliarsi e misurarsi con un’altra cultura. Lo scrittore di racconti Frank O’Connor, per dire, sosteneva che l’Irlanda si capisse meglio da Harvard. “Ma non è più così. Un tempo c’erano il clero, il governo. Se ti mettevi a scrivere avevi tutti addosso. Oggi Dublino ha una fra le scene letterarie più vivaci al mondo, basti pensare al successo di Sally Rooney, Paul Murray o Claire Keegan”. Com’è cambiata rispetto agli anni floridissimi della Celtic Tiger in cui sbocciavano scrittori come Anne Enright, Colum McCann, Sebastian Barry, Joseph O’Connor, Roddy Doyle, Colm Tóibin? “Quella generazione di autori e autrici è stata estremamente conservatrice in termini stilistici e di contenuti. Anche perché c’era un grande mercato, specie in America, che chiedeva a gran voce storie romantiche dalla piovosa Irlanda. Hanno scritto soprattutto del passato, perché il presente di quegli anni, con quell’ondata di ricchezza senza precedenti, non riuscivano a capirlo. Ma c’è uno spartiacque. Anzi due”. E quali sarebbero? “Esattamente vent’anni fa moriva John McGahern, che è stato assieme a Joyce e Beckett un pezzo della santissima Trinità della letteratura irlandese del Ventesimo secolo. McGahern ha avuto un’influenza diretta su molti di quegli autori usciti a cavallo del millennio. Ma aveva anche stabilito una serie di temi di cui si poteva scrivere: il paesaggio rurale, il conflitto fra padri e figli, il conformismo e la repressione sessuale. Poi è arrivato Kevin Barry, con i racconti del Fiordo di Killary (Adelphi), e ha cambiato le regole del gioco. E’ stato come l’avvento del punk, ha sconsacrato la chiesa e ci ha mostrato che possiamo fare quello che vogliamo”. E Kala è un esempio di questa ritrovata libertà. Ancora una volta sembra che gli scrittori irlandesi abbiano trovato il modo di non sedersi sul lettino dello psicanalista.