L’AI, espressione di una nuova libertà cognitiva (benedetta)

Magnifica Humanitas mette al centro la domanda sul compimento della persona nell’epoca dell’intelligenza artificiale. E’ la domanda che, dalla Rerum novarum alla Laborem exercens fino alla Caritas in veritate, ha attraversato oltre un secolo di magistero sociale

20 GIU 26
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Foto LaPresse

La fabbrica che Leone XIII aveva sotto gli occhi nel 1891 era un corpo fatto di opifici, motrici a vapore, telai, banchi, operai. Oggi una parte rilevante della produzione si ritrae dalla vista: data center, GPU, modelli addestrati lontano dai luoghi in cui vengono usati. E’ dentro queste nuove infrastrutture che prendono forma le res novae che Magnifica Humanitas riconosce nelle “grandi tendenze” di digitalizzazione, AI e robotica (MH n. 4).
L’enciclica di Leone XIV si dispiega su più fronti: la natura della tecnica, la decisione algoritmica, la guerra automatizzata, l’ordine globale. Un tema, più degli altri, la lega alla Rerum novarum: la persona davanti al lavoro nelle trasformazioni della tecnica. E’ nel lavoro, dove la persona “sviluppa molte dimensioni della propria esistenza” (MH n. 148), che passa una “chiave essenziale” della questione sociale (Laborem exercens, n. 3). “La persona umana rimane sempre ‘la via della Chiesa’” (MH n. 50). In questa prospettiva, la proprietà privata è legittima ma non assoluta, da ordinare secondo la funzione sociale e la destinazione universale dei beni, includendo “beni immateriali e culturali”, “brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati” (MH nn. 65-67).
Le infrastrutture dell’AI, le res novae del nostro tempo, sono anche i luoghi di una nuova concentrazione di potere economico, con “attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi” (MH n. 5). E, “dato decisivo”, il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo è in mano a “grandi attori economici e tecnologici” che “fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione” (MH n. 95): nei grandi modelli linguistici, pesi e criteri di allineamento proprietari, con il rischio di codici etici definiti da un nucleo ristretto di attori privati; nel capitale computazionale, una filiera ristrettissima nella produzione di GPU e un numero limitato di data center di larga scala; negli standard di programmazione e nelle librerie di modelli, le difficoltà di partecipazione. L’enciclica chiede una sussidiarietà digitale, fatta di verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso (MH nn. 107-109 e 71).
L’intelligenza artificiale non è un semplice strumento; “quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante” (MH n. 92). Un rischio acuito da un tratto distintivo dell’AI: “Le moderne intelligenze artificiali sono più ‘coltivate’ che ‘costruite’”: “gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’AI ‘cresce’”, mentre “aspetti scientifici fondamentali […] rimangono al momento sconosciuti” (MH n. 98). Era già successo con le macchine termiche, usate per decenni prima che Carnot e Clausius ne dessero la teoria. Per i modelli generativi i temi chiave sono quelli dell’interpretabilità e di chi risponde quando un algoritmo seleziona, esclude, decide. L’enciclica chiede, allora, che le decisioni automatiche restino comprensibili e contestabili, e che la catena delle responsabilità, per chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega, sia identificabile (MH nn. 164 e 199). Un contrasto che l’enciclica rilegge nella distanza tra Babele e Neemia: La prima pretende un “linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni” (MH n. 10): la hybris di un sapere che vuole raccogliere il reale in un unico codice di misura e prestazione. La seconda affida a ciascuno un tratto di muro: il riconoscimento del limite e il lavoro condiviso fanno ripartire la ricostruzione.
Quando guarda alla trasformazione in atto, l’enciclica ne evidenzia i rischi: concentrazione del potere, esclusione, sfruttamento, adattamento del lavoro alle macchine. Si ripropone così una preoccupazione antica, che investe il rapporto fra scienza, tecnologia, capitale e lavoro, dal frammento sulle macchine nei Grundrisse al lavoro morto del primo libro del Capitale: tra una libertà possibile solo fuori dal lavoro e la sussunzione del giudizio dentro la macchina e dentro i dispositivi proprietari. Davanti a questa alternativa, Magnifica Humanitas indica la via della custodia della persona e sottolinea come lavoro e tempo, più che essere liberati, debbano essere indirizzati al compimento dell’umano. Il progresso tecnico non è antagonista della persona (MH n. 4): è “in sé prezioso” (MH n. 94), e l’innovazione tecnologica può essere “forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione” (MH n. 111).
Nella storia, quella possibilità non può che dispiegarsi in realizzazioni concrete, sempre finite, sempre imperfette: nuovi poteri insieme a libertà nuove, nuove dipendenze ma anche nuovi spazi di iniziativa e di espressione nel lavoro, fianco a fianco. D’altro canto, le trasformazioni tecnologiche, dalla macchina a vapore all’elettricità, dalla chimica all’informatica, si sono tradotte in nuove capacità, nuove imprese, nuovi mestieri, spazi in cui gli individui hanno potuto esprimersi attraverso il lavoro. In Europa, scienza, tecnica e istituzioni hanno convissuto per secoli, sostenendosi a vicenda. Joel Mokyr ne ha indicato la matrice nella Repubblica delle Lettere, la rete europea che dal Seicento fece circolare conoscenze utili attraverso lingue e confini, alimentando le credenze e le istituzioni che resero il sapere contendibile e cumulativo, e diedero forma a una cultura della crescita.
Dentro a quella vicenda corre anche una polarità più antica. Magnifica Humanitas la riconosce nelle due città di Agostino, “lotta tra due amori” nella storia umana (MH n. 130). Dalla patristica fino a Popper, quella dialettica ha animato il pensiero europeo, tenendo insieme posizioni altrimenti inconciliabili e, attraverso rotture, conflitti, contraddizioni, sedimentandosi negli equilibri da cui sono maturate università, autogoverni cittadini, diritti, corpi intermedi. Su quella limitazione reciproca, e su una laicizzazione che ne ha negato e poi, in parte, riconosciuto la matrice cristiana, hanno preso forma istituzioni inclusive e strumenti di limitazione del potere: Stato di diritto, autorità indipendenti, mercati contendibili. Quegli equilibri non sono un dato acquisito e possono andare perduti. Gli stessi strumenti, nel nuovo spazio digitale, chiedono di essere ripensati e rimessi in opera.
Magnifica Humanitas mette al centro la domanda sul compimento della persona nell’epoca dell’intelligenza artificiale. E’ la domanda che, dalla Rerum novarum alla Laborem exercens fino alla Caritas in veritate, ha attraversato oltre un secolo di magistero sociale. Dalla macchina a vapore alla GPU, sono cambiate le basi materiali della produzione, e con esse l’oggetto della tecnica. L’intelligenza artificiale, dentro una società aperta da ricostruire incessantemente, può divenire strumento di una libertà cognitiva nuova, che amplia il giudizio di chi opera. Nel lavoro, con il lavoro.