Cultura
In catene •
Il debito, una zavorra che grava sull’umanità e la tiene ancorata al passato
È il riflesso economico dello spirito di gravità che blocca l’uomo che vuole trascendersi, superarsi. L’obbligo di pagare i debiti accumulati, ci inchioda a ciò che è stato, in senso ben concreto e reale
20 GIU 26

Foto LaPresse
E’noto che nel suo testo più grande, Così parlò Zarathustra, Nietzsche fa riferimento a una figura, all’apparenza misteriosa, che definisce “ultimo uomo”. Non si tratta di un singolo individuo, ma di una fase storico-spirituale dell’uomo, di un modo di vivere e di percepire il mondo che accomuna l’umanità civilizzata. E una tale fase, sembra dire Nietzsche, è proprio quella presente. Persuaso da una simile idea, Francis Fukuyama mise questa espressione anche nel titolo del suo libro celeberrimo, e ormai criticatissimo (sebbene spesso in modo grossolano), sulla fine della storia, che infatti si intitola La fine della storia e l’ultimo uomo. Questo per dire che l’idea nietzschiana, dotata di una profonda carica metaforica, ha conservato intatto il seducente mistero della sua icastica espressione.
L’ultimo uomo, per Nietzsche, è l’uomo che non può tramontare, ossia che non riesce a trascendersi, ad andare oltre sé stesso. L’uomo, infatti, per Nietzsche, dovrebbe essere “una transizione e un tramonto”. Dovrebbe superarsi e progettarsi, lanciarsi in avanti, vivere l’attimo che continuamente si consuma. In questo slancio sta l’uomo che oltrepassandosi si inoltra verso l’altrettanto misteriosa figura dell’übermensch, l’oltre-uomo appunto, che non è un superuomo-superman, ma chi riesce a vivere in totale libertà il proprio destino necessario, fatto di eterno ritorno e trasvalutazione dei valori.
L’ultimo uomo, invece, è colui “che tutto rimpicciolisce e che vive molto a lungo”, il cui unico scopo è rendere ciò che è grande piccolo, insignificante, banale. L’ultimo uomo toglie grandezza all’esperienza umana, la svilisce, la banalizza, rende tutto il medesimo e alla fine tutto indifferente. Non riesce a vivere con slancio autentico, e non crede in nulla. Qui non è difficile vedere il mondo interamente demitizzato, in cui la pura efficienza tecnica in ogni settore diviene l’unica ossessione, insieme a un’altra: vivere molto a lungo. Questa riflessione sul vivere molto a lungo non significa in alcun modo che bisogna sperare di morire presto o, figurarsi, uccidersi. Significa, al contrario, l’incapacità di mettere sul piatto la propria vita per vederla davvero compiuta anziché, semplicemente, conservarla. Bisogna fare di tutto per vivere, sembra suggerire Nietzsche, piuttosto che consumarla facendo di tutto per tenersi in vita. Questa seconda ottica, quella della conservazione a tutti i costi di sé stessi, è, per Nietzsche, tipica dello “spirito di gravità”, ossia di ciò che ci tiene bloccati nella dozzinale ripetitività del quotidiano, incastrati negli usi di “ciò che già fu”, ripetendo, in fin dei conti, vite già vissute da altri.
E’ interessante concentrarsi su questo ultimo punto. Perché se nella epoca attuale vi è un’immagine plastica di “ciò che già fu” che tiene inchiodata ogni capacità di rinnovarsi, di gettarsi nel nuovo, di permettere a ciò che è vecchio di tramontare così che, come sempre dovrebbe essere, nuova vita possa sorgere, quella è, molto prosaicamente, il debito pubblico. Mettiamo un attimo la testa fuori dallo schema squisitamente contabile. Il debito pubblico è un’immagine effettiva, concretissima, del “ciò che già fu” che grava sulla capacità di attivare il futuro. Esso “imprigiona il volere” in ciò che è stato fatto nel passato. Il debito pubblico è il riflesso economico dello spirito di gravità che blocca l’uomo che vuole trascendersi, superarsi. L’obbligo di pagare i debiti accumulati, ci inchioda a ciò che è stato, in senso ben concreto e reale. Ovviamente i debiti vanno pagati, non è questo il punto. Il punto è l’idea che un’intera società è di fatto schiacciata nella propria libera azione da questo debito colossale che ogni forza politica sembra volere ulteriormente aumentare. Una società talmente sclerotizzata che vuole sclerotizzarsi ancora di più aumentando ciò che le impedisce di muoversi davvero, ossia un debito pubblico, e una spesa pubblica, così colossali da far ruotare l’intera società intorno a sé
Un tale debito inchioda l’azione individuale perché le tasse necessarie per contenerlo rallentano, spesso fino a bloccare, la volontà di innovare. Ingessa la capacità di agire e la forza dell’intrapresa. Fa credere che quello stesso debito che blocca sia, in realtà, il luogo della salvezza, perché la spesa pubblica che lo alimenta funge da “garanzia sociale”. L’ultimo uomo è l’uomo del debito pubblico, l’uomo che deve stare dentro al debito e pagarlo mentre viene soccorso dalla spesa pubblica che lo alimenta.
Un ultimo esempio guardando alla quotazione di SpaceX. Per decenni i programmi spaziali, la corsa dell’uomo alle stelle, momento pionieristico per eccellenza dell’impresa dello spirito umano, sono stati quasi cancellati da una propaganda politica che vedeva ogni denaro speso per andare verso le stelle come denaro tolto a “ospedali, scuole, pensioni, etc”. Ecco, l’ultimo uomo è l’uomo che vuole solamente questa assistenza, e che non guarda più alle stelle.