Cultura
Un saggio •
Il conformismo che nasce dalla moralizzazione del linguaggio
Il “patentino” richiesto per la partecipazione a una importante manifestazione di libri dice qualcosa di estremamente significativo: caduto il fascismo, fallito il comunismo, persevera il vizio illiberale, incistato nel dna della nazione
20 GIU 26

Foto LaPresse
Ricordare Alexis de Tocqueville non è mai banale. Il riferimento è a quanto il francese diceva del processo di eguagliamento delle condizioni: seppur irreversibile e anche caratterizzato da indubbi aspetti positivi, d’altro canto esso promuove conformismo e uniformità. Uno spettacolo, scriveva il pensatore, quello della democratica “innumerevole folla composta di esseri simili, in cui nulla sporge e nulla affonda”, che “mi rattrista e mi agghiaccia”. La maggioranza tende a restringere ciò che si può dire e pensare e cosa no: essa “traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero” da cui è difficile, anzi esiziale uscire, specialmente per chi lavora, per così dire, con le idee. Questo il monito di Tocqueville a chi proverà a essere libero: “Resterai fra gli uomini, ma perderai i tuoi diritti all’umanità. Quando ti avvicinerai ai tuoi simili, essi ti fuggiranno come un essere impuro”. Amen.
Tutto ciò torna alla mente guardando all’ennesima, desolante polemica – per di più estiva! – intorno alla dicotomia fascismo-antifascismo. Nulla di nuovo di cui stupirsi, per carità. Il “patentino” richiesto per la partecipazione a una importante manifestazione di libri dice però qualcosa di estremamente significativo: caduto il fascismo, fallito il comunismo, persevera il vizio illiberale, incistato nel dna della nazione. Non è un caso che l’unica “innovazione” italica del Novecento sia stato il fascismo; non è un caso nemmeno che il più forte partito comunista occidentale del secolo scorso sia stato quello italiano. Non è un caso, analogamente, che vi sia così poca passione per la libertà, in questo paese. Nonostante, ironia della sorte, la manifestazione di cui si diceva evochi proprio nel titolo la parola magica – magica solo a patto che sia accortamente usata, beninteso: libertà! Una libertà, però, che viene intesa in modo bizzarro, dal momento che assume i connotati del conformismo.
In un volume appena uscito, che può essere un’ottima lettura estiva ma che richiede un po’ di attenzione (la fatica non è forse il prezzo della libertà?), si parla proprio di questo: Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto” (Rubbettino, 374 pp., 28 euro). L’autrice, la costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni, invita a prendere sul serio la libertà sempre più attaccata da un’opera costante di moralizzazione del linguaggio e del pensiero operata da molti intellettuali. L’impostazione del discorso politicamente corretto, se mira a difendere la libertà, lo fa in modo orwelliano: e cioè primazia del collettivo (un gruppo “oppresso”) sull’individuo, della chiusura sull’apertura. In sintesi, come opera costante di uniformità delle coscienze e di dogmatismo del pensiero. Nella prefazione, il da poco scomparso maestro del diritto, Natalino Irti, richiama i chierici a non tradire, di nuovo, la propria missione: che deve rimanere ricerca della verità e passione per la libertà. E non ardore per la censura totalitaria da cui nulla di buono può scaturire.