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Santa Prisca, la scala riaperta dentro le molte vite di Roma
Il restauro dell’accesso alla cripta dell’Aventino non restituisce soltanto un percorso chiuso dal 1961: mostra una città che cresce per strati, incorporando culti, edifici e memorie.
19 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 15:11

La storia di Santa Prisca dice qualcosa di essenziale su Roma: qui il passato non sta alle spalle della città, ma sotto i suoi piedi. Non viene sostituito; viene coperto, riusato, dimenticato e poi, talvolta, riaperto. Il recupero delle scale che collegano la chiesa dell’Aventino alla cripta non è quindi soltanto un intervento conservativo. È un evento romano: ricuce una frattura e rende leggibile la continuità fra epoche, religioni e forme dell’abitare.
Le due rampe cinquecentesche davanti all’altare erano chiuse dal 1961, quando una pavimentazione in marmo aveva interrotto il passaggio verso i sotterranei. Alla cripta si poteva arrivare soltanto dal giardino, aggirando però il nesso fra l’aula di culto, l’altare e il luogo della memoria dei martiri. I lavori voluti dalla Diocesi di Roma e dai Padri agostiniani, condotti sotto la supervisione della Soprintendenza e sostenuti da Condotte 1880, hanno ricostituito i gradini in travertino, restaurato le pitture e riportato alla luce la “fenestella confessionis”, l’apertura dalla quale i fedeli guardavano verso la cripta. A promuovere il sostegno è stato Valter Mainetti, presidente di Condotte 1880 — e proprietario, attraverso Musa Comunicazione, della testata Il Foglio Quotidiano —, che ha sottolineato il recupero dell’antico percorso dei fedeli.
Ma è ciò che si incontra scendendo a spiegare perché Santa Prisca sia una sintesi della città. La cripta, affrescata nel Seicento da Anastasio Fontebuoni con scene della vita di san Pietro e della santa, custodisce un altare policromo legato alle reliquie di Prisca. Più sotto, il racconto cambia lingua: compaiono i resti di un vasto complesso residenziale romano, con ambienti termali, attribuito a Lucio Licinio Sura, generale e consigliere di Traiano, o allo stesso imperatore. Poi si arriva al Mitreo, santuario del III secolo dedicato al culto di Mitra, con il gruppo della tauroctonia, il dio che uccide il toro, e la figura distesa di Saturno, realizzati con frammenti di anfore rivestiti di stucco dorato.
In pochi metri verticali convivono una dimora dell’età imperiale, un culto misterico orientale, la memoria delle prime comunità cristiane, una chiesa trasformata nei secoli e un intervento contemporaneo. Non è una successione ordinata, né una pacifica linea del tempo. Ogni fase ha occupato, adattato e reinterpretato quella precedente. Roma appare qui non come una città composta da monumenti isolati, ma come un organismo che cresce per incorporazione. Persino ciò che viene sconfitto o abbandonato continua a sostenere fisicamente ciò che arriva dopo.
Anche l’Aventino contribuisce a questa lettura. Oggi è uno dei colli più raccolti e silenziosi del centro, segnato da giardini, conventi, basiliche e ville, ma nell’antichità fu spazio residenziale, religioso e politico, attraversato da presenze sociali e cultuali diverse. Santa Prisca ne concentra la complessità: sopra, la facciata sobria e l’interno cristiano; sotto, una città plurale, domestica e sacra, che non coincide con una sola identità.
La riapertura delle scale restituisce così più di un accesso. Ripristina un gesto: quello di scendere. E a Roma scendere significa spesso capire. Significa accorgersi che la città visibile è soltanto l’ultimo livello di una costruzione collettiva, fatta anche di rimozioni, sopravvivenze e ritorni. Santa Prisca ricorda che tutelare Roma non vuol dire immobilizzarla in un’immagine, ma mantenere aperti i passaggi fra le sue molte vite. Il valore del restauro sta qui: non ha aggiunto un nuovo racconto, ha permesso a quelli già presenti di tornare a parlarsi.