Adolfo Battaglia: paladino del nucleare e artefice della presidenza Pertini

Un uomo il cui ruolo andò ben oltre le piccole percentuali del suo partito. Ex ministro dell'Industria con la passione per la politica estera ha continuato fino alla fine a donarci uno sguardo lucido sulla realtà con i suoi saggi

18 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 16:54
Immagine di Adolfo Battaglia: paladino del nucleare e artefice della presidenza Pertini

Foto LaPresse

Ci furono tempi in cui per diventare ministro, quasi sempre, dovevi avere un cursus honorum. Adolfo Battaglia, Doddo per gli amici, prima di diventare più volte ministro dell’Industria alla fine degli anni Ottanta, era cresciuto come delfino di Ugo La Malfa, poi sottosegretario, direttore della Voce repubblicana, vicesegretario del Partito repubblicano, finché, alla scomparsa di La Malfa senior, si pose il problema della successione alla segreteria. Doddo e Giorgio La Malfa avanzarono la candidatura, ognuno con diritti e pretese. Il partito si spaccò in due e fu necessario un faticoso accordo. Giorgio si prese il partito, Battaglia il governo, uno segretario, l’altro ministro. Da ministro Battaglia fu l’alfiere del ritorno al nucleare, ma un referendum decise che l’Italia, abbagliata dalle paure atomiche, dovesse restare nel passato. Vinse invece, con il suo amico Oscar Mammì, la guerra per una legge che ridisegnava l’orizzonte delle tv private in Italia, finalmente legittimate e regolamentate. Battaglia restò ministro fino al 1991 quando il pentapartito, caduto nel caos, fece nascere il settimo governo Andreotti. Battaglia era stato nominato ministro delle Partecipazioni statali, ma il ministero delle Comunicazioni fu tolto a Mammì e finì tra le braccia del socialdemocratico Vizzini. Il Pri, offeso, lasciò la maggioranza e con un colpo di teatro Battaglia non si presentò al Quirinale per il giuramento. Ormai la Prima Repubblica stava crollando e anche il Pri non poteva uscirne indenne. Di lì a poco, dopo l’abbandono di molti leader del partito, un titolo memorabile di Repubblica, “Il Pri esce da La Malfa”, annunciò la fine di un gruppo che per cinquant’anni aveva contato assai più delle piccole percentuali che raccoglieva durante le elezioni. Ormai imperversava la procura di Milano. Di Pietro convocava tutti. Convocò anche Battaglia. “Lei che faceva nel 1990?”, esordì Di Pietro. “Ero ministro”, fu la risposta. Di Pietro scartabellò tra gli appunti e trovò la conferma: aveva detto la verità.
“Il conte-zio”, come Guglielmo Negri, presidente del Pri, chiamava affettuosamente Battaglia per le sue origini nobiliari (la madre era la contessa Annie Cancani Montani) riuniva gli amici nell’affrescata e quattrocentesca casa di famiglia al centro di Roma. In quella casa, negli anni Quaranta, il padre Achille Battaglia aveva organizzato la Resistenza romana come comandante di Giustizia e Libertà, le armi in una stanza, il tavolo da bridge sempre pronto nel primo dei tre salotti, dove la domenica arrivavano per il tè e una partitina Ferruccio Parri, Mario Berlinguer, Giorgio Amendola, Vincenzo Torraca, Arturo Carlo Jemolo, Giuliano Vassalli. E in quelle stanze, anni dopo, si decise anche la presidenza Pertini. La situazione era bloccata dai veti incrociati con Craxi impuntato per quindici scrutini su De Martino. Forlani, Zaccagnini e Ugo La Malfa non lo volevano. Battaglia invitò tutti a casa sua per trovare una soluzione. I segretari della maggioranza, già d’accordo, dissero a Craxi chiaro e tondo che se non avesse accettato di cambiare cavallo, il giorno dopo avrebbero candidato loro, e non lui, la bandiera socialista Pertini. Craxi, che riteneva Pertini incontrollabile e troppo amico del Pci, si arrese. Il giorno dopo, 8 luglio 1978, Sandro Pertini fu eletto presidente della Repubblica con la maggioranza più ampia nella storia delle elezioni presidenziali italiane: 832 voti su 995 votanti.
La vera passione di Battaglia era però la politica estera e di uno dei suoi ultimi saggi, “L’età postatlantica”, vale la pena citare almeno l’inizio: “Due leader ideologicamente avversi ed egualmente inaffidabili, Trump e Putin, stanno confusamente mutando l’ordine internazionale, ed è l’Europa, innanzitutto, a subirne le negative conseguenze”, e la fine: “Forse è sufficiente ricordare che vale anche per la politica il vecchio detto britannico: Life is like riding a bicycle: if you want to keep your balance you must keep moving. E naturalmente, se la strada è in salita come oggi, occorre spingere sui pedali di più, non di meno”.