Una galleria di maestri refrattari, isolati perché renitenti alla leva ideologica. Firmato Fruttero & Lucentini

“I nottambuli”, raccolta di scritti pubblicata ora nei Meridiani Mondadori per la cura di Domenico Scarpa, è un elogio degli inclassificabili. F&L erano sentinelle dell’ironia, minacciata dalla “stupidità sostenuta e piena di pretese” di cui abbondano le cronache culturali e letterarie
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Potrebbe sembrare un precedente, ancorché molto più nobile, delle odierne, un po’ miserabili polemicuzze: quelle in cui si tuona con furore di impegno, dovere di indignarsi, obbligo di “prendere posizione” (che poi deve essere “quella” posizione, le altre essendo tassativamente anatemizzate), coazione a schierarsi su un palco per accaparrarsi il tesserino d’appartenenza alla sedicente “parte giusta”. E’ invece un omaggio quasi commosso che Carlo Fruttero e Franco Lucentini vollero dedicare al principe dei refrattari, Samuel Beckett, che nel cuore delle turbolenze parigine degli anni Sessanta neanche ascoltava i diktat degli indignados del tempo e voleva starsene appartato con la sua arte e il suo teatro, allergicamente lontano dalle piazze in tumulto e dal sartrismo di moda. “Altissimo, fragile, era anche nell’aspetto, nel modo di muoversi e di parlare, un perfetto ‘estraneo’”, scriveva il duo dell’ammirevole ditta F&L, e a nessuno “sarebbe venuto in mente di chiedergli una presa di posizione, una firma di protesta, di porgergli un microfono sulla pubblica piazza”. Risultato: Beckett resta, e non possiamo neanche farne a meno, mentre “amare nubi fitzgeraldiane si addensano sui protagonisti del Maggio francese”, la dimenticanza, l’irrilevanza.
Ecco la grandezza del refrattario. Dei “nottambuli”, irregolari e inclassificabili, temerari perché renitenti alla leva ideologica e schieramentista: “Contro le arroganti e fatue sollecitazioni, contro gli isterici assalti dell’immediato, bisogna pure che qualcuno tenga duro nelle trincee”. F&L, con questo “I nottambuli”, una raccolta di scritti e interventi giornalistici pubblicata ora nei Meridiani Mondadori per la cura attenta di Domenico Scarpa, compongono una galleria di nottambuli che hanno “tenuto duro”. Un Pantheon, una strana accademia di maestri solitari, di cui loro due, che scelsero di fondersi in uno, sono stati prestigiosi componenti, e che con questi scritti tessono l’elogio degli “isolati che, in diversi tempi, modi, paesi, si sono battuti e si battono contro il comune nemico”. Un omaggio affettuoso e ironico “ai tristi e lucidi capitani, agli sparsi e preziosi compagni di una resistenza che bisogna pur fare”. Ecco, F&L questa resistenza l’hanno pur fatta. Si sono saldati in un sodalizio indistruttibile, o distrutto solo dalla morte tragica di Lucentini, per renderla ancora più efficace. Alle spalle avevano storie diverse. Come scrive Domenico Scarpa ,“dopo aver portato in Italia per la prima volta Samuel Beckett (F. nel 1956) e Alain Robbe-Grillet (L. nel 1958) Fruttero e Lucentini si mettono a lavorare insieme, non su scrittori sperimentali ma su generi letterari considerati di livello mediocre e che non erano mai entrati nel catalogo Einaudi” . Nel 1972 scrivono un capolavoro di cui dovremmo per sempre essere grati, “La donna della domenica” che in poco più di un anno raggiunse la vetta di oltre centomila copie vendute e molto presto diventerà un bestseller internazionale. Ovviamente snobbato dalla critica accademica e seriosa perché bollato come romanzo troppo di “intrattenimento”, poco impegnato, dunque accettato con la consueta supponenza dalla cortigianeria letteraria che ostenterà sempre (come del resto accadrà con un altro romanzo bellissimo, “A che punto è la notte”) un atteggiamento di infastidita sopportazione per questi due refrattari. E del resto, uno dei refrattari inclusi in questa galleria, Giorgio Manganelli, già in tempi non sospetti, quando l’obnubilamento collettivo dell’universo social era ben di là da venire, piangeva la sorte dolorosa del discorso ironico bandito dai sacerdoti del “messaggio”: ora “l’ironia va annunciata da un asterisco, il paradosso è minacciosamente scostato come poco serio, il leggero e letale gioco della satira non può avere la meglio sui pingui e villosi improperi”. Sembra oggi, ma era l’altroieri, sempre la stessa storia. F&L erano invece le sentinelle di quel patrimonio dell’umanità che è l’ironia, minacciata, come sosteneva Robert Musil menzionato in queste pagine, non già dalla “stupidità onesta” dei poveri di spirito, ma dalla “stupidità sostenuta e piena di pretese” di cui oggi abbondano le cronache culturali e letterarie.
Domenico Scarpa scrive che “dopo aver portato in Italia per la prima volta Samuel Beckett e Alain Robbe-Grillet, Fruttero e Lucentini si mettono a lavorare insieme (...) su generi letterari considerati di livello mediocre e che non erano mai entrati nel catalogo Einaudi” (Getty)
Il direttore della Stampa Alberto Ronchey offrì ai due una rubrica fissa, “Agenda di F&L”, che brillava su quel giornale. E nel cuore degli anni Settanta, i due già deridevano con sarcasmo lieve ma feroce la “prevalenza del cretino”, come si può gustare in un articolo peraltro non compreso nell’elettrizzante antologia di intelligenza di questo Meridiano. Sferzavano con eleganza “il saccheggio arrogante e famelico sul gran corpo della cultura” con velleità d’avanguardia. Immaginavano titoli demenziali non molto lontani dalla realtà di ieri e di oggi: “Annamaria Saponettu e Chiara Battitasti hanno realizzato ‘L’origine mi fa specie’, coraggiosa rilettura dell’autobiografia di Darwin, dove il vecchio scienziato maschilista violenta una gorillessa, che dà poi alla luce Marilyn Monroe sui gradini della Borsa di Londra”. O ecco la poderosa “Critica della ragione impura, un mimodramma di Beppe Mangiarape, che presenta una visione di Kant bambino e onanista, rinchiuso in una gabbia per conigli, mentre un sergente delle SS sillaba l’elenco telefonico di Konigsberg”, e poi Amleto amante di Polonio, la Bibbia gestuale, le sorelle Karamazov.
In questa accademia dei refrattari compare Guido Ceronetti, figura di “viandante, pellegrino, immerso in una sorta di spolverino-palandrana, bisaccia a tracolla, baschetto in testa, e lunghi capelli vagamente danteschi spioventi ai lati di un volto affilatissimo, sensibilissimo, dolcemente, ironicamente circospetto”. Ceronetti, un “anacronistico guastafeste”, un “errabondo vegetariano”, che vive la sua ricercata solitudine come paradossale “gesto di sovversione”. Oppure la scrittrice Ingeborg Bachmann nei cui racconti “agli uomini non si rimprovera niente, non si chiede niente. Essi sono sempre presenti come una razza di ‘aliens’ non più conquistatori, non più dominatori, ma soltanto ingombranti, occasionalmente malvagi, generosi, egoisti, perfino intelligenti, ma comunque ‘inferiori’”. Demolizione perfida dell’uomo non poteva riuscire meglio. O ancora, Ivy Compton-Burnett, una di quelle donne che “hanno l’aria di starsene lontane dalle turpiloquenti zuffe di prima linea, nonché da quelle trovate porno-culturali genere Cavani, che alla cultura sono utili quanto la famosa pistola di Göring (o era Himmler?)”– ma forse non era di nessuno dei due, e nemmeno di Goebbels.
A sorpresa compare tra i refrattari “La maestrina dalla penna rossa”, che difende l’Enrico Bottini di “Cuore” maltrattato dai genitori con rimproveri spietati. Come: “Sfaticato: ‘non ti vedo andare a scuola con quell’animo risoluto e ridente che vorrei’”. Oppure “peggiore di un assassino: ‘oggi mancasti di rispetto a tua madre! Ah, l’assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa nel cuore, Enrico, ma tu…’”. Povero Enrico.
Un elogio per Federico Fellini che fu brutalmente attaccato per la “Dolce vita”, dove Roma veniva raffigurata e vituperata dai suoi detrattori come “capitale molle e sfaticata, miscuglio notturno di giornalisti pettegoli, attricette, intellettuali, nobildonne eccetera” (da ricordare la pia stroncatura di quel film di Oscar Luigi Scalfaro in persona). Un omaggio a Beppe Fenoglio “associato all’inizio allo scarno realismo resistenziale, e lì più o meno confinato dalle edizioni scolastiche”, mentre “Fenoglio è fatto di ben altra pasta”, “scrittore ricco di un’avidità visiva incalzante”, “scrittore alto, militante sotto le eterne bandiere del coraggio, del dovere, del sacrificio, della dolente misericordia, valori di cui oggi uomini da poco invocano retoricamente il ritorno senza nemmeno avere un’idea di che cosa siano”. E un elogio anche per Natalia Ginzburg, il cui “caro Michele” viene sorprendentemente, e con il gusto del paradosso, classificato come “il primo romanzo di fantascienza”.
Da Samuel Beckett, “un perfetto estraneo” a Ingeborg Bachmann, nei cui racconti gli uomini sono “inferiori”, a Simenon, snobbato dagli intellettuali
Con l’ironia che destabilizza le convenzioni ossificate F&L arruolano nel luminoso corteo dei refrattari addirittura l’evangelista Luca di cui Lucentini ricorda che “ha dato al quadro della Natività il suo sfondo prodigioso. Ma per farlo non ha avuto bisogno di ricorrere al soprannaturale. Gli è bastato ricordare con un minimo di parole (i pastori che vegliavano, che facevano la guardia di notte) un fatto semplicissimo di cui né Matteo, né Marco, né Giovanni intuirono il valore poetico, l’immensa portata figurativa: il fatto che il Natale fosse di notte”. E contro i nemici di George Orwell che mimetizzavano la loro ostilità verso quell’irriducibile eretico con argomenti formali e squisitamente letterari, F&L sottolineavano “la straordinaria tensione” della sua scrittura, l’avversione per “l’indecenza del cliché, dell’immagine trita, dell’aggettivo ovvio, superfluo, civettuolo”, una scrittura “che si fa largo nel folto delle parole per mettere le mani sul nocciolo della verità”.
In questa galleria non poteva mancare Italo Svevo, “l’ironia è ciò che lo distingue immediatamente da ogni altro narratore italiano”, l’ironia fatta di “garbo, misura, distacco, sorriso, humour”. Ma l’ammirazione più sincera va in queste pagine a Furio Scarpelli, che insieme ad Age sceneggiò quel gioiello dei ‘Soliti ignoti’” di Monicelli: “La storia di quella banda di ladruncoli sprovveduti che si atteggiano a ‘master criminals’ ha una linearità, una semplicità da commedia classica, come i gemelli scambiati o il soldato vanaglorioso”, e del resto “era ancora possibile presentare dei malviventi in una luce affettuosa”. Ma si ammira di Scarpelli il suo essere cresciuto in un ambiente romano, in particolare “la leggendaria farmacia in piazza San Silvestro”, “formicolante di barzellettieri, umoristi goliardici, caricaturisti, poeti satirici, gagmen, scrittori di canzoni e riviste, sceneggiatori di avanspettacolo, registi di varietà”. In questo vivaio “nacque il cinema comico italiano, massimo fenomeno di creatività e genialità”, mentre “gli intellettuali dell’epoca, con l’impegno che già gli oscurava il ciglio, cercavano piuttosto il tartufo nazional-popolare ‘du côte’ di Luchino Visconti, squisito duca impegnato a ridurre per lo schermo quel raffinatissimo romanzo d’avanguardia che è ‘I Malavoglia’”. Perché gli intellettuali conformisti “hanno il terrore di apparire frivoli, vacui, irresponsabili, cialtroni, ignoranti” e perciò “esaltavano i film coraggiosi, problematici, denuncianti, analizzanti, dissacranti, mettenti a nudo”. E capirono poco anche l’immenso valore di Georges Simenon che aveva inventato il personaggio del commissario Maigret. Con lui, a differenza degli investigatori alla Sherlock Holmes e senza indugiare sulle “ridicole manie di Poirot”, secondo F&L “entra per la prima volta in scena la procedura burocratica, entrano birra e panini, scartoffie, corridoi desolati, sedie scomode, piedi doloranti. E i superiori, le convocazioni del ministro, le liti e le rivalità tra colleghi, le cantonate, gli scherzi stantii” e “le brasseries con le tovaglie a scacchi” o “i piatti indigesti cucinati dalla moglie”. “Simenon”, scrivono Fruttero e Lucentini, “ci racconta Parigi e la provincia francese come nessun altro, tranne Céline, ha saputo fare”.
L’articolo di F&L sulla Stampa contro Gheddafi, che chiese il licenziamento degli scrittori e del direttore. Ma Agnelli tenne duro
E che lieve ferocia nella demolizione degli intellettuali che all’unisono presero parte al coro di consueta indignazione contro il presidente Reagan, anche nel momento della sua uscita di scena: “Finalmente il cowboy se ne va e si sentono i lazzi di gente con le ginocchia ancora sbucciate dal culto di Giuseppe Stalin, ex adoratori di Mao, liquidi sbavatori per Castro e per il Che, estatici inghiottitori della sacra ostia di Ho Chi Minh, turiferari di Pol Pot e Khomeini, riluttantissimi disapprovatori di tupamaros e brigate rosse, di Abu Nidal, di Arafat e di Gheddafi”.
E a proposito di Gheddafi non si può non ricordare il tumulto provocato da un articolo sulla Stampa (della Fiat) di Fruttero e Lucentini del 1973, in piena crisi petrolifera, commentando la protervia del despota libico che aveva bullizzato duecento giornalisti occidentali convocati per una grottesca conferenza stampa. “Il dittatore misticheggiante che tiene il coltello per il manico e dimostra brutalmente di saperlo”, scrissero e previdero, troverà sempre nell’ansia di sudditanza giustificazionista un “urbanista di Bologna che documenta la superiorità globale della forma ‘minareto’ sulla forma ‘campanile’”, (islamofobia! Islamofobia!). “Molti locali che si chiamavano Piccadilly o ‘Mocambo’ verranno ribattezzati ‘Alhambra’, ‘Muezzin’, ‘Oasi’”, e “una riduzione dell’Orlando furioso farà apparire i saraceni cariiiini e i crociati odiosissimi”. Una nota ufficiale libica chiese in poche ore il licenziamento di F&L e del direttore che era subentrato a Ronchey – Arrigo Levi, ebreo che aveva combattuto contro gli arabi nella guerra dei sei giorni del ‘67 – pena la cruenta rappresaglia economica ai danni della Fiat. Agnelli tenne duro, direttore e collaboratori rimasero al loro posto. Dopo poco più di due anni Gheddafi comprerà il 10 per cento di azioni Fiat. Stavolta l’“impegno” aveva funzionato. E un dittatore, provocato da due grandi refrattari, abbassò le penne.