Cultura
Ricerca professionale •
La critica come filologia e divinazione. Warburg era il suo profeta
Figura fondamentale per tutta una genealogia di scrittori, filosofi e critici, ha lasciato un solco profondo in tutte le discipline su cui ha poggiato il suo occhio appuntito
14 GIU 26

Foto ANSA
“L’occupazione con la mia ricerca professionale è chiaramente un sintomo che la mia natura vuole ancora una volta tirarsi fuori da questa palude”. Aby Warburg, critico d’arte, antropologo, studioso delle culture primitive e molto altro (“amburghese di cuore, ebreo di sangue, d’anima fiorentino” si definì), scriveva così al fratello Max nel 1924 dalla clinica Bellevue a Kreuzlingen e sarà proprio una delle sue ricerche, quella sul rituale del serpente che ripercorre il suo viaggio di studio in New Mexico, esposta davanti all’uditorio anomalo della casa di cura, a garantirgli la possibilità di tornare in libertà. Figura fondamentale per tutta una genealogia di scrittori, filosofi e critici, Aby Warburg ha lasciato un solco profondo in tutte le discipline su cui ha poggiato il suo occhio appuntito, una “ricerca professionale” che ha trovato una testimonianza concreta nella biblioteca fondata ad Amburgo e poi, durante il nazismo, trasferita a Londra dove ancora oggi prosegue lo studio delle più diverse forme culturali. In tempi di steccati disciplinari e specializzazioni esasperate, la lezione di Warburg appare più importante che mai per non rinchiudersi in uno spazio asfissiante che quasi nulla porta alla conoscenza e per interrogarsi in maniera compiutamente diacronica sulla natura dell’espressione umana.
Uno dei maggiori esperti dell’opera di Warburg, che ha avuto in Italia una vita editoriale travagliata nonostante il profondo rapporto con la cultura italiana (si pensi ai suoi studi su Palazzo Schifanoja a Ferrara, sulle opere di Botticelli o sul paganesimo fiorentino), è Davide Stimilli che ha raccolto in Homo divinans (Neri Pozza, 304 pp., 30 euro) una serie di saggi che non solo offrono un ritratto definito dell’opera e dell’esperienza intellettuale di Warburg, ma riescono anche a a definire quella “scienza senza nome” da lui fondata (la definizione è dello storico dell’arte Robert Klein), lontana dalle rigidità accademiche e tanto citata quanto poco compresa. A dare il nome a questo campo è proprio Stimilli che in uno dei saggi definisce Warburg “homo divinans” recuperando un termine, divinatio, che caduto in disgrazia al tempo dei romani perché legato a una confusa predizione del futuro, viene recuperato dall’umanesimo per indicare l’operazione fondamentale di risanamento del testo, lo sforzo ermeneutico necessario per riempire i vuoti generati dal tempo. In questo senso Warburg opera seguendo le norme di una critica testuale in cui esegesi e congettura (interpretatio e divinatio) sono inseparabili, un antidoto verso la critica letteraria contemporanea che si limita a indagare il testo come monade o a forzarlo dentro calderoni in cui finisce un po’ di tutto (per esempio l’autofiction, categoria oggi onnicomprensiva). I saggi di Stimilli si presentano quindi come la testimonianza preziosa di una strada diversa per gli studi critici in ogni campo, un approccio che dalla storia delle immagini (“storia per fantasmi per adulti” l’ha chiamata una volta Warburg) può abbracciare lo sguardo di chiunque sia davvero interessato a cogliere il senso più profondo delle cose in un’epoca in cui ognuno si sente legittimato a dire di tutto, come un vicepresidente americano che ammonisce il Papa su questioni teologiche. La divinazione, che non ha quindi nulla a che fare con teorie strampalate o mistiche, è lo strumento principale per ricercare quell’unità che collega l’antico con il presente (come nella visione dell’atlante figurativo di Warburg Mnemosyne e il suo concetto di Nachleben der Antike, la sopravvivenza dell’antico), il cuore di una “filologia del futuro” che può offrire nuove prospettive e connessioni per una decifrazione compiuta del presente attraverso la lezione del passato.