Camporesi, Ginzburg, Longhi, studiosi eccentrici e ispiratori

Questi giganti hanno diffuso tra i portici bolognesi un’atmosfera che ha impregnato di sé le rivolte studentesche, e che aleggia ancora sulla città. Quali narratori o poeti contemporanei possono vantare l’influenza letteraria di questi studiosi-saggisti? Quasi nessuno, mi pare

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Foto Ansa

Quando si parla di influenze in arte, bisogna avere tatto. Se in tanti poeti del secondo ’800 troviamo detto “la scienza è dolore”, ammoniva un critico, non dobbiamo pensare a Leopardi: sia perché il senso è differente, sia perché quel grido è nell’aria del tempo (e di ogni tempo, almeno dall’Ecclesiaste). Lo stesso si può dire di certe forme: le macchie di colore non hanno negli impressionisti la stessa funzione che in Boldini. Forse è persino più semplice fare un paragone tra arte e arte (Monet come Debussy, Parise cubista) che stabilire rapporti attendibili tra due scrittori, o pittori, o musicisti. E quanto agli scrittori, la questione diventa particolarmente delicata dove due figure si sovrappongono per epoca, genere e lingua. Si saranno tenute d’occhio a vicenda? Avrà contato di più, nelle loro opere, un fratello maggiore o un maestro della generazione precedente? E perché non piuttosto qualche classico vecchio di secoli, o qualche lettura in traduzione, o un’infarinatura di altre discipline? A volte risulta più chiaro il debito contratto con scrittori che praticano generi diversi.
Riflettevo sul tema tornando a sfogliare i libri di Piero Camporesi, geniale filologo e storico della cultura di cui nel 2026 si celebra il centenario della nascita. La sua scrittura ironica e barocca, il suo immaginario bertoldesco, le sue pagine sul folklore e sulla cucina come simbolo della civiltà hanno suggestionato autori di finzione tra loro lontanissimi: l’astratto Manganelli e il terragno Domenico Rea, l’artigiano Malerba e il teorico Celati… Nell’Università di Bologna del tardo ’900, lo sforzo camporesiano di dar voce a tipi stravaganti, o a plebi zittite dal potere per millenni, si è alleato alle ricerche di Carlo Ginzburg. Sia Camporesi sia Ginzburg, insieme al citato Celati, hanno diffuso tra i portici un’atmosfera che ha impregnato di sé le rivolte studentesche, e che aleggia ancora sulla città. Quali narratori o poeti contemporanei possono vantare l’influenza letteraria di questi studiosi-saggisti? Quasi nessuno, mi pare. Ma da bolognese, ricordo che la circostanza non è inedita. Tra gli anni 30 e 40 del secolo scorso, l’ateneo petroniano venne trasformato dalle lezioni di Roberto Longhi, che alla sintassi classica dei pittori toscani oppose quella sgrammaticata dei padani, dandone memorabili “equivalenze verbali” nella sua prosa sontuosa e antiquaria. Senza Longhi è difficile immaginare la luce che cade sui versi e i racconti dei suoi allievi Bassani e Bertolucci, e forse l’intera opera di Pasolini. Ma tra il primo e il secondo ’900, qualcosa è cambiato. Di recente Tommaso Tovaglieri ha spiegato bene la progressiva sconfitta di Longhi, che aveva un senso così forte delle “pure forme” da dimenticare la storia della cultura. Hanno vinto i nipotini dei suoi avversari che anziché di testi si occupano di contesti, e risolvono l’arte nelle poetiche: dopo la scuola severa di Venturi, dopo gli Argan e i Brandi, i Celant e i Barilli, i Bonito Oliva e le Vettese. Forse allora non è un caso che la Bizzarria, tanto festeggiata dentro e fuori l’accademia, si componga negli ultimi decenni di un miscuglio di cultura popolare, ipnosi ideologica, mito del pastiche e della corporeità; né che contrabbandi la Poesia, o meglio il suo concetto, solo attraverso queste suggestioni. Ma è fin troppo facile promuovere il Carnevale in una società ormai tutta carnevalesca, o lo stile macaronico in una letteratura ormai tutta volgarmente barocca e fatta d’infrazioni a costo zero. Così viene un sospetto: non sarà mica, questa grandiosa passione per i lazzi di Bertoldo, l’ennesimo alibi dietro cui si nasconde un’altra maschera, quella arrogante del dottor Balanzone? E non sarà proprio questo ad attirare gli scrittori, che con l’abito di un culturalismo arlecchinesco vogliono fuggire dalla loro realtà grigia e piccolo-borghese, disconoscendo ciò che è esteticamente e moralmente essenziale? Credo lo avesse capito un autore di passaggio tra le due metà del XX secolo, un autore che si è occupato del Seicento per interpretare i nuovi intellettuali degli anni 60: il longhiano Cesare Garboli, che in loro ha visto subito la reincarnazione di Tartufo.