I Clash e quel mondo di rinascita caotica chiamato Bologna

Quella città s’è disintegrata come l’Isola delle Rose. Ma la notte della band londinese, così compresa nella convinzione di suonare di fronte alla migliore platea del mondo, resta un cristallo della memoria

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Joe Strummer e Paul Simonon dei Clash a Londra nel 1980. (David Corio/Michael Ochs Archives/Getty Images)

Esce un libro che contribuisce a mettere un mattone nella ricostruzione di una storia fin qui poco descritta, prima di tutto per l’obsolescenza o l’assenza delle fonti primarie. Il soggetto è la controcultura italiana, anche nota come cultura alternativa, che ha animato, provocato e insufflato lo scenario creativo e intellettuale del paese in un momento in cui pure si poteva pensare che le questioni fossero così pesanti e tragiche che c’era altro di cui interessarsi che i latrati dell’underground. Invece là sotto tantissimo si muoveva, come pensiero, invenzione, come fattore umano e grande sarà il debito a fronte di quanto e chi uscirà da questo serbatoio.
Il volume si chiama “Bologna 1980” ma è nel sottotitolo che contiene l’invito all’azione: “Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia”. La casa editrice è Interno 4 e gli autori, ma sarebbe meglio dire i coordinatori del lavoro, sono Ferruccio Quercetti e Oderso Rubini, veterani di quella scena, con un medagliere che fa garanzia, affiancati dai contributi di una pletora di figure tra le quali gli appassionati riconosceranno nomi indimenticati. Il tutto è arricchito da una magnifica galleria grafica e fotografica che rende ancora più vivida l’esperienza di rivisitazione dell’evento e della temperie dell’epoca. Dunque, Bologna all’imbocco del decennio degli Ottanta: è già un pezzo che il capoluogo emiliano si è guadagnato i gradi di capitale avanguardista d’Italia, è la città dove dal ’71 ha aperto i battenti il Dams di Umberto Eco e di Francesca Alinovi, il laboratorio delle radio libere e delle etichette musicali indipendenti, la cornice delle manifestazioni dell’estremismo libertario del ’77, il laboratorio perenne, della governance comunista e al tempo stesso la rappresentazione urbana del fricchettonismo creativo venato di pauperismo, snobismo, sperimentazione, moltissima droga ma anche invenzioni travolgenti.
Interessante sfogliare “Bologna 1980” mentre al Maxxi di Roma ha aperto la bella retrospettiva di Andrea Pazienza, fuoriclasse della trasposizione a matita di uno stato mentale, dei suoi procedimenti seduttivi e distruttivi, dello splendore dell’attimo fuggente, dell’ardore della trasgressione e potremmo continuare per mezz’ora, non fosse che la mostra (imperdibile) ha però il vezzo di rappresentare Pazienza come fosse soltanto un artista e magari anche un poeta, in entrambi i casi sommo, però ripulito da quella scoppiettante, frignante, appiccicosa lordura che equivaleva a vivere per quelle strade, in quegli stanzoni, negli appartamenti sovraffollati e di allucinante emergenza igienica e dei quali Pazienza era cronista, prodotto, motore e martire. Perché la Bologna dell’1980 era un casino frenetico, un epicentro bollente e una paranoia montante. Ci si andava in pellegrinaggio da metropoli ben più corpose ma sonnecchianti, mentre i suoi portici sembravano un formicaio, un magnete per le scoperte e per i guai, un prisma potentissimo, una parte per il tutto di un paese in frantumi. E, come si diceva, Bologna all’altezza del giugno di quell’anno già si era guadagnata i gradi della Berlino italiana e del luogo dell’imprevedibilità rasente alla rivoluzione (soltanto artistica) cosicché la discesa dei Clash, band londinese incarnazione della sutura punk/politica/nevrosi, era il riconoscimento del valore e della statura di quanto continuava a capitare in città. Dunque, celebrata in una pubblica piazza, una consacrazione che conteneva una tale forza rappresentativa e dissacrante da costituire la scintilla di un’infinità di cose che da lì in poi sarebbero successe in tutta la Penisola, grazie a quelli che avevano partecipato di persona alla liturgia, ma anche a opera di chi ne aveva solo sentito parlare, ma gli era bastato per mettersi all’opera in proprio. Era la notte del 1° giugno di 46 anni fa e sembrava una fiammella destinata a propagare un incendio di energie. Ma solo 27 giorni più tardi il jet Itavia decollato proprio da Bologna andava già a Ustica e poco più di un mese più avanti la Stazione di Bologna saltava per aria per le bombe, rendendo irreale quell’estate. C’erano troppe cose, troppe tragedie, troppi sogni futili, troppe illusioni, troppo di tutto per star dentro una città nel cui centro non si perde neanche un bambino. Per cui bellezza e terrore hanno preso a giocare a rimpiattino e alla partita finale ha partecipato tanto anche la morte, che ci ha preso gusto e ha falciato pescando nel mazzo. Bologna-situazione s’è disintegrata come l’Isola delle Rose. Ma quella notte dei Clash, loro così compresi nella convinzione di suonare di fronte alla migliore platea del mondo, resta un cristallo della memoria. Questo libro lo illumina e diffonde informazioni, ambientazioni e quadri e discorsi che restituiscono l’effetto del tutto. Oltre a stranire chi provi a ricordare, o peggio ancora a confrontare – come se queste non fossero cronache di recenti generazioni movimentate, ma ipotesi fantascientifiche di democratiche società mai nate.