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L'anglista Paola Tonussi, viaggi poetici tra la guerra di Brooke e i fiori di Dickinson
"Emily Dickinson incontra il favore anche di chi normalmente non legge o legge pochissima poesia. Affascina in particolare i giovanissimi, e i ragazzi non meno delle ragazze", dice la docente di letteratura inglese alla Fondazione Toniolo di Verona
7 GIU 26

Forse qualcuno ricorderà i guerrieri fantasma che in “Pomi d’ottone e manici di scopa” salvano l’Inghilterra dalle truppe naziste; e c’è chi avrà letto di un episodio simile ma nella Prima guerra mondiale, quando corse voce che gli spettri degli arcieri di Agincourt, guidati da san Giorgio, avessero aiutato gli inglesi nella battaglia di Mons (vicenda immortalata pure in un brevissimo racconto di Arthur Machen). Un comparabile impatto emozionale ebbe sull’animo della nazione la poesia “The Soldier”, letta dal pulpito della St Paul’s Cathedral, il cui autore omaggiato da Winston Churchill era un giovanissimo caduto in guerra, ma per puntura di zanzara: Rupert Brooke, che neppure valutava troppo quel sonetto tenuto nello zaino. Paola Tonussi, anglista veneziana, veronese d’adozione, ha pubblicato la prima biografia italiana e ha tradotto i versi di quel poeta per la cui morte pianse pure Henry James, e ha fondato una Brooke Society mentre quella che esisteva in patria è stata sciolta.
Ora Tonussi, docente di letteratura inglese alla Fondazione Toniolo di Verona, un primo persistente amore per Emily Brontë, propone la (ri)lettura di un’altra grande autrice cogliendo l’occasione dei centoquarant’anni dalla morte: “Emily Dickinson. Gemma oscura”, per Edizioni Ares, è un’esplorazione tra la vita e gli scritti della più amata poetessa americana, che per sentirsi libera si confinò, a un certo punto della vita, nella sua casa di Homestead nel Massachusetts a coltivare il giardino e a contemplare piccole cose per immaginarne grandi, producendo 1.789 componimenti nel favorevole silenzio di una “uneventful biography”.
Perché è ancora così amata dal pubblico mondiale?
Forse incide una ragione che sembrerà banale: la brevità delle poesie, la forma molto concentrata che non richiede il tempo necessario, per esempio, ad apprezzare un Byron. Perciò Emily Dickinson incontra il favore anche di chi normalmente non legge o legge pochissima poesia. Affascina in particolare i giovanissimi, e i ragazzi non meno delle ragazze.
La traduzione quanto può tradirla?
Ho cercato di mantenere la musicalità e il ritmo originale, che sarebbe stato sacrificato dalla forzatura della rima. Proprio la brevità della Dickinson è la sua maggiore asperità, perché i versi sono molto densi e i nessi connettivi restano impliciti. Per ridurre la quota di infedeltà bisogna sempre leggere tutto di un autore, in modo da coglierne lo spirito e acquisire familiarità con il suo vocabolario, ossia con quelle che potremmo definire le parole preferite.
Com’è il vocabolario della Dickinson?
Costruito su una lingua modernissima nella costruzione sintattica, un patchwork di termini colti, biblici, tecnici e popolari presi ai domestici irlandesi. Una scrittura che mentre guarda allude sempre a una dimensione in cui succede qualcos’altro. Lei non credeva nel dio dei genitori ma il suo rapporto con la natura è intriso di religiosità, di un senso del sacro che si può, con un minimo di azzardo, associare al panteismo.
Come la Brontë, anche Emily Dickinson scelse una vita ritirata. Perché tanto la attrae questo fil rouge che le accomuna?
Perché entrambe non si ritraggono dal mondo per ignorarlo ma per osservarlo meglio, però con sguardi diversi: Brontë allarga la visione in orizzontale, sulle brughiere sconfinate, mentre Dickinson verticalizza partendo dai dettagli miniaturizzati di un giardino dove non c’è l’erica ondeggiante al vento di “Cime tempestose”.
Ha visto il recente film di Emerald Fennell ispirato al romanzo?
Un filmaccio che spero venga dimenticato presto: m’è sembrato un misto tra “Beautiful” in salsa horror, un set di Halloween e una sitcom adolescenziale. Povera Brontë.
Invece Brooke come lo ha conosciuto? Perché tanto interesse per lui?
Lo lessi per la prima volta in Inghilterra in un’estate di tanti anni fa e scoprii che il romanzo autobiografico di Francis Scott Fitzgerald “Di qua dal paradiso” (“The Side of Paradise”) prendeva il titolo da un verso di Brooke. Lessi della sua vita breve ma appassionante, del suo soggiorno a Tahiti, come Stevenson. Scrisse poesie meravigliose ma misconosciute perché furono oscurate da quei cinque sonetti di guerra, tra cui “The Soldier” che diventò il simbolo di tutti i ragazzi inglesi morti al fronte. La lettura accademica, specialmente in Italia, ha prediletto altri poeti bellici come Wilfred Owen e Siegfried Sassoon, ma quel che Brooke aveva scritto prima è stato pressoché ignorato e bisognerebbe restituirlo alla sua vera dimensione: così ho fondato la Rupert Brooke Society a novembre scorso. Quella che c’era in Inghilterra ha chiuso da qualche anno e i membri sono confluiti in un’altra società, i Friends of the Dymock Poets.
Quali attività animate?
Le prime sono state dedicate ai rapporti tra Brooke e il gruppo di Bloomsbury. Ora stiamo approfondendo la relazione tra le sue poesie e la musica partendo da William Denis Browne, il compositore geniale che fu suo amico del cuore fino all’ultimo e cadde in battaglia meno di due mesi dopo di lui nel 1915. Ci riuniamo due volte l’anno: l’11 novembre, Remembrance Day nel Regno Unito e nel Commonwealth, e il 23 aprile, data di morte del poeta.
Nonché festa di san Giorgio. Una significativa coincidenza.
Proprio così.