Giovanni Orsina torna in libreria con la "Controrivoluzione"

Nella sua nuova uscita, l'autore introduce gli anni Sessanta come il comune denominatore individualista e rivoluzionario che pervade la cultura politica del nostro tempo. Un'interpretazione per nulla scontata ma pienamente condivisibile

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Foto LaPresse

Perché la realtà si è ribellata alla rivoluzione liberale? Questa la domanda, per certi versi drammatica, alla quale cerca di rispondere l’ultimo libro di Giovanni Orsina, Controrivoluzione. Una storia politica del nostro tempo (Marsilio, 384 pp., 18 euro). E che storia, verrebbe da dire. Una storia intricata, difficile da raccontare, specialmente quando, anziché tener dietro a comodi pregiudizi, ci si affida aristotelicamente alla “cosa stessa”, come fa Orsina. Vediamone alcuni passaggi.
L’ordine scaturito in Occidente a seguito della Seconda guerra mondiale può essere definito senz’altro un ordine liberale. C’è però una differenza sostanziale, che Orsina mostra molto bene, tra il liberalismo dell’immediato dopoguerra e quello, oggi drammaticamente in crisi, che ha tenuto banco almeno fino al primo decennio del XXI secolo. Il primo era un liberalismo, diciamo così, mitigato da una catena di compromessi politici in ordine al mercato, allo stato, alle libertà individuali, incarnato non a caso da governi democristiani o socialisti; il secondo è invece quello successivo alla rivoluzione degli anni Sessanta, il mitico Sessantotto, il periodo che segnò il ritorno delle grandi tensioni utopiche del primo Novecento, costringendole però ben presto a sganciarsi dal piano essenzialmente politico e a privilegiare invece quello esistenziale. Tanto il primo liberalismo era realistico e tanto il secondo è utopico, proiettato nel futuro, ostile al passato e alle sue istituzioni, a cominciare dalla famiglia, in vista della realizzazione di un essere umano radicalmente libero. Naturale che questa universale liberazione venisse perseguita attraverso canali che non erano propriamente quelli della politica, bensì quelli dell’etica, del diritto e dell’economia. “Una nuova moralità egualitaria e universalista, il moltiplicarsi dei diritti civili e sociali e il mercato – scrive Orsina – sono i tre strumenti coi quali le classi dirigenti occidentali hanno cercato di rispondere ad altrettante domande sollevate dalla frattura culturale degli anni Sessanta: come soddisfare la richiesta pressante di emancipazione soggettiva, come assorbire la prepotente spinta millenarista, come garantire il governo di una società iper-individualista e depoliticizzata”.
Quest’idea che riconduce agli anni Sessanta il comune denominatore individualista e rivoluzionario che pervade la cultura politica del nostro tempo non è affatto scontata, ma la condivido in pieno, così come condivido il fatto che Orsina descriva il suddetto denominatore come “ordine storico radicale”, tutto orientato com’è all’affermazione di una moralità universale contro qualsiasi forma di radicamento tradizionale o comunitario. A destra hanno privilegiato lo strumento economico, a sinistra quello etico e giuridico, ma su entrambi i fronti, nonostante le polarizzazioni, hanno finito per essere accettate anche le istanze del fronte avverso. Per tutti si trattava insomma di realizzare un futuro radioso, la cui idea non venne scalfita neanche dai fatti dell’11 settembre. Ma mentre l’integrazione commerciale del pianeta, la crescita economica e la progressiva estensione dei diritti individuali in versione woke sembravano irreversibili, in realtà si stava preparando la grande crisi che culminerà con la recessione economica del 2007, la disgregazione soggettivistica sempre meno liberale della cancel culture e la controrivoluzione populista. Con un’acribia storica e teorica assolutamente fuori del comune, Giovanni Orsina ci mostra i vari passaggi di questo processo, ossia l’ascesa e il progressivo disgregarsi dell’ordine storico radicale, la sua crescente radicalizzazione e sconnessione dalla realtà, nonché la ribellione di quest’ultima. Un’attenzione particolare meriterebbero le pagine dedicate alle pulsioni populiste che hanno sconvolto le democrazie occidentali in questo ultimo quindicennio, considerate come “pulsioni rovesciate” dell’ordine radicale. Anche questo un concetto tutt’altro che scontato. Ma, concludendo, vorrei richiamare un aspetto che mi sembra un po’ la chiave di questo libro: il rapporto tra astratto e concreto. L’ordine liberale radicale fallisce fondamentalmente perché “si fonda su un essere umano astratto”. Ecco, in estrema sintesi, la risposta di Orsina alla domanda da cui siamo partiti.
Il grande Hegel aveva capito, forse meglio di chiunque altro, che cosa realmente significasse la moderna scissione dell’antica “totalità etica” dalla quale l’individuo traeva tutta la sua identità, e l’irruzione della “singola coscienza individuale”, alla spasmodica ricerca di autorealizzazione in un mondo eticamente “diviso”: una tragedia, la famosa “tragedia del riconoscimento”. Noi invece abbiamo preso questa scissione come una premessa di liberazione, convinti che per realizzarla fosse addirittura necessario vandalizzare la tradizione, immaginare un ordine universale costruito a tavolino, trasformare il razionalismo in uno strumento al servizio di “ideali estremi”, come avrebbe detto Michael Oakeshott, autore molto caro a Orsina. Ritornare indietro sarà molto difficile, anche perché, come mostra questo libro, non si tratta di un compito soltanto teorico.