Cultura
1921-2026 •
È morto Edgar Morin. Il sociologo francese che rifiutava le soluzioni semplici
Aveva 104 anni. Contaminava la sua disciplina con la filosofia, la fisica, la biologia, la psicologia. Tra vortici e complessità, lascia una poderosa opera intellettuale. Del nostro continente diceva: "L’Europa sarà figlia dell’improbabile. O non sarà”

Edgar Morin, al secolo Edgar Nahoum, è morto a 104 anni, lasciando dietro di sé un’opera intellettuale poderosa. Sociologo, sì, ma alla francese (era nato a Parigi), contaminava la sua disciplina con la filosofia, la fisica, la biologia, la psicologia. La parola con cui riassumeva l’oggetto del suo lavoro era: complessità. Nessun fenomeno è semplice, perché è organizzato al proprio interno e collegato con altri fenomeni all’esterno. La realtà è un sistema di alleanze tenuto insieme da forze spesso in conflitto, sempre sul punto di andare a gambe all’aria. Per questo Morin, come Lucrezio e Leonardo da Vinci, era affascinato dai vortici, strutture elastiche, resistenti e autonome. Il vortice non è soltanto un corpo idraulico, ma anche biologico, sociale, politico.
Parte integrante del lavoro di Morin sono le sue riflessioni sull’Europa, disseminate lungo l’intera sua vita, tra cui i libri Pensare l’Europa, del 1987, e La nostra Europa, con Mauro Ceruti, del 2013. Anche l’Europa è un vortice, perché si è formata e continua a formarsi nel punto d’incontro fra correnti opposte. L’Europa è fatta di contraddizioni: terra e mare, mito e logos, immanenza e trascendenza, empirismo e idealismo, comunitarismo e individualismo, umanismo e scientismo, Amleto e Prometeo, tradizione e rivoluzione. La sua vocazione è unire i contrari in modo inseparabile: non spegnendo o risolvendo le contraddizioni ma tenendone accesa la lotta. Anche i conflitti bellici, almeno fino al 1914, hanno funzionato come un meccanismo regolatore, impedendo a un solo paese di imporre il proprio primato per troppo tempo. Così il vortice europeo si è mantenuto vitale.
“La storia dell’Europa è una storia di metamorfosi, l’Europa non è un’identità stabile ma un sistema che si trasforma attraverso le crisi”. Il vero pericolo dell’Europa è cadere vittima delle spinte centrifughe o di quelle centripete, cioè rinunciare alla complessità, che viene da complexus, e significa abbraccio. Indica la capacità di tenere unite cose che tendono a separarsi, di vedere insieme ciò che un pensiero cieco divide, mettendo da un lato la ragione, dall’altro la passione; da un lato lo stato, dall’altro il mercato; da un lato la memoria, dall’altro l’utopia. Il pensiero complesso, invece, sa che gli elementi di queste coppie non esistono l’uno senza l’altro, e che eliminare uno dei due poli vuol dire ucciderli entrambi. L’Europa amata da Morin è quella che ha sempre rifiutato le soluzioni semplici: né puro Stato nazionale né pura burocrazia sovranazionale, né puro mercato né pura solidarietà. Nel suo ultimo libro sull’Europa scriveva che il continente “rischia la paralisi e la disgregazione”, minacciato dai nazionalismi e dall’irrilevanza geopolitica. Ma la sua speranza restava forte: “L’Europa sarà figlia dell’improbabile. O non sarà”. Perché l’improbabile, quando accade, è anche il più fecondo. E per questo richiede cura, attenzione, volontà. Morin è morto. L’improbabile sta ancora facendo il suo corso.