Cultura
"Magnifica Humanitas" •
Questa è molto di più che una semplice enciclica sull’AI
Leone XIV ci dice che non si tratta di scegliere se dire di sì o di no all’intelligenza artificiale e alla tecnologia in generale, quanto di scegliere “tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme”
29 MAG 26

Foto LaPresse\Vatican Media
L’aspettavamo come un’enciclica sull’intelligenza artificiale ed è arrivata invece un’enciclica che è molto di più. Ovviamente ci vorrà del tempo per comprenderla a pieno, ma la prima impressione è che l’intelligenza artificiale sia soltanto il pretesto, impegnativo e importante quanto si vuole, ma un pretesto per andare al cuore delle questioni che interpellano il cuore dell’uomo d’oggi e, soprattutto, della città che abitiamo. Dall’inizio alla fine l’enciclica è significativamente tutta giocata sulla città che vogliamo costruire: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”: questo l’incipit. Ma lo schema ricorre ripetutamente. Un po’ come i due amori che contraddistinguono le due città agostiniane, allo stesso modo Babele e Gerusalemme vengono assunti da Leone XIV come gli archetipi di due opposti modi di vivere: da una parte la città di coloro che vogliono “farsi un nome” sacralizzando la propria lingua, i propri usi e costumi, la propria tecnologia; dall’altra la città di coloro che invece cercano di costruire “attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo” e “una lingua comune”. Orgoglio, presunzione, omologazione sono i tratti di Babele; comunione, cooperazione, sguardo rivolto a Dio e alla verità sono invece i tratti della Gerusalemme di cui parla il profeta Neemia. Al centro il valore incommensurabile della persona umana, vero cuore genetico dell’intera dottrina sociale della chiesa.
In questo quadro, dove spicca l’immagine biblica della “costruzione”, Leone XIV ci dice che non si tratta di scegliere se dire di sì o di no all’intelligenza artificiale e alla tecnologia in generale, quanto di scegliere “tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme”, “tra un potere che pretende di dominare il cielo” o “un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna”. Quale idea di persona e di società risulta iscritta nei dati e nei modelli che guidano l’intelligenza artificiale? Prima ancora dell’uso che se ne fa e che sempre di più ne faremo, è questa la domanda decisiva che l’enciclica ci invita a porci. Da questo punto di vista, “Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo”.
Ritorna forte in queste righe il senso di alcuni temi assai cari anche a Papa Francesco, in particolare l’ “ecologia integrale” e l’urgenza di superare il “paradigma tecnocratico” che ha accompagnato la nostra cultura a partire dalla modernità. Il dispotismo sulla natura, considerata come semplice materiale su cui esercitare il nostro potere senza limiti, rischia di aggravarsi oggi come dispotismo sull’umano. Transumanesimo e postumanesimo sono i volti di questo dispotismo che vengono stigmatizzati da Leone XIV. La rivoluzione digitale che stiamo attraversando, la potenza dell’intelligenza artificiale ci dicono anzitutto che “non possiamo perdere l’umano”, che “la qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione”.
Sta precisamente in questo paradigma del prendersi cura una delle principali chiavi d’accesso a questa prima enciclica di Leone XIV. Una sorta di ecologia integrale per l’epoca dell’intelligenza artificiale, che sappia guardare sia al bene della natura che al bene degli uomini, diciamo pure, che sappia “far crescere la tecnica senza far regredire il cuore”. Soltanto una cultura incentrata sull’uomo, la sua dignità e capace di “averne cura”, può trasformare in vere opportunità le enormi possibilità che ci vengono schiuse dall’odierna rivoluzione digitale. Soltanto questa cultura può conferire qualità umana ai nostri stili di vita e alle nostre “costruzioni”. In questo senso il bene dell’uomo deve diventare l’orizzonte regolativo della nostra vita individuale e sociale; un orizzonte che ci consenta di guardare a noi stessi, agli altri, alle cose che produciamo, alle nostre stesse città con lo sguardo di chi intende “prendersene cura”, rendendo in questo modo più “umano” il nostro vivere e il nostro abitare. Di qui l’insistenza da parte dell’enciclica sulla famiglia, sull’educazione, sulla chiesa come luoghi naturali del prendersi cura, luoghi dove si imparano relazioni di reciprocità, non relazioni meramente strumentali, luoghi dove si coltiva altresì l’amore per la verità: il vero antidoto a tutte le forme di dispotismo.
Sono certo che di questa enciclica faranno molto parlare le parole sulla guerra e sul “presunto” realismo politico. Avremo certamente modo di tornarci. Qui vorrei richiamare il legame, invero piuttosto insolito, che Leone XIV istituisce tra la guerra e l’eclissi della verità: “Quando ci si persuade che nulla è veramente vero e che i ‘principi’ non sono che un involucro vuoto, la miccia di nuove esplosioni di intolleranza e aggressività si accende nel cuore stesso delle persone”. Parole sulle quali una società come la nostra ormai colonizzata dai social e dalla loro indifferenza alla verità farebbe bene a riflettere. La Magnifica Humanitas ci offre in tal senso un’occasione preziosa.