Cultura
Viaggio a Reims •
Questo Rossini è un manifesto della Restaurazione, non una pochade
Un apparato musicale eccellente, affaticato però da un eccessivo utilizzo del movimento: le melodie sembrano sommerse da saltelli, risate, parlati, urletti, porte che sbattono e sbattimenti vari
28 MAG 26

Foto Ansa
Questo attesissimo Viaggio a Reims al Festival di Pentecoste di Salisburgo officiato da santa Cecilia Bartoli è un classico esempio di bellissimo spettacolo sbagliato. Il regista genio riconosciuto Barrie Kosky ha un dominio del palcoscenico che è raro vedere, come del resto è rarissimo imbattersi in uno spettacolo così provato: tutti, solisti coristi danzatori, si muovono perfettamente a tempo sulla musica, in una specie di balletto collettivo di taglia XXL. Il problema è appunto che non stanno mai fermi: la musica sembra sommersa da saltelli, risate, parlati, urletti, porte che sbattono e sbattimenti vari (miei). Per dire: della magnifica introduzione strumentale dell’aria di Sidney, con il suo delicatissimo obbligato di flauto, si sente quasi nulla. L’idea è che l’opera sia una pochade alla Feydeau, l’albergo del giglio d’oro come albergo del libero scambio e, lungi dal celebrare il “sacre” di Carlo X, qui si festeggia una certa “Ceci” che poi esce trionfante da una torta. Ma allora non si capisce perché poco prima si blaterasse di trono e altare. Da quando il capolavoro è stato ritrovato, nel 1984, prima con il genialissimo Ronconi e poi con gli scempi perpetrati da Fo, nessuno si è chiesto se, per caso, Il Viaggio a Reims non sia un’opera politica e non vada presa sul serio (compreso il suo messaggio europeista, mai così attuale: a Bruxelles dovrebbero darla a ogni sessione parlamentare). Per carità, Rossini era il classico intellettuale italiano dispostissimo a servire qualsiasi regime, a patto che il regime servisse lui. Fece causa, vincendola, soltanto a quello di Luigi Filippo, ma unicamente perché non gli pagava la pensione. Però Rossini apparteneva anche a quella generazione di europei che, traumatizzati da vent’anni di rivoluzioni, guerre, stragi e rapine, aspiravano solo all’ordine e alla tranquillità: “le repos de l’Europe”, appunto, classico tema propagandistico della Restaurazione. E proprio della Restaurazione il Viaggio è un manifesto musicale. Dietro ci sono, molto alla lontana ma ci sono, Chateaubriand o De Maistre: si potrà dire che era una cultura reazionaria e alla fine perdente, non che non fosse una grande cultura. In ogni caso, qui in palcoscenico ci si riposa pochissimo. Vedendo questo moto perpetuo, veniva in mente lo slogan di noi chic non radical: less is more.
La parte musicale, invece, è eccellente. Gianluca Capuano fornisce l’unica lettura alternativa convincente prodotta negli ultimi 42 anni a quella di Claudio Magno: meno implacabilmente ritmica, più lirica, frastagliata, cangiante, piena di effetti speciali in orchestra (fortepiano e percussioni onnipresenti), insomma quel Viaggio 2.0 di cui sentiva il bisogno per far avanzare una storia interpretativa incartata. E la prova eccellente dei Musiciens du Prince dimostra che ormai un’orchestra “storicamente informata” è indispensabile in Rossini (ma shhh!, non ditelo a Pesaro, lasciateli dormire). Anche aver trovato una compagnia all’altezza, per un’operona che prevede dieci prime parti, è un exploit. Spicca ovviamente, per charme, presenza, carisma e trillo intatto, la Santissima alla sua prima ma si spera non ultima Corinna; svettano i tenori, Dmitry Korchak ed Edgardo Rocha; piace assai Marina Viotti e piacerebbero pure Mélissa Petit se non fosse petit anche il volume e Tara Erraught se cantasse in italiano e non in burgundo. Nello squadrone dei bassi, si risente con piacere Ildebrando D’Arcangelo, Sidney (ma senza daccapo della cabaletta) e poi Florian Sempey, Don Profondo, Misha Kiria, Trombonok, Peter Keller, Don Alvaro, e il giovine Giovanni Romeo come Dottore. Successo cataclismatico.