Cultura
Il genio solitario •
Sonny Rollins: non voleva adepti e alla fine l’hanno amato tutti
L’ultimo superstite di “A Great Day in Harlem” è morto lunedì, lasciando un’eredità musicale refrattaria a scuole e imitazioni

Foto LaPresse
Pare un controsenso, ma il jazz si ascolta splendidamente anche con le immagini. La foto più emblematica di Sonny Rollins è probabilmente quella di Chuck Stewart che lo ritrasse nel 1962, dopo i tre celebri anni di autoesilio musicale, passati a suonare in incognito sulla corsia pedonale del ponte di Williamsburg. Nell’immagine Sonny Rollins è elegantissimo ed emana la strabordante energia di chi è in procinto d’affrontare nuovi linguaggi col suo sassofono tenore. E’ uno scatto che tutti i “rollinsoniani” conoscono perché è la copertina di “The Bridge”, il disco della sua riapparizione sulle scene. Tuttavia in questo senso c’è un’immagine ancor più significativa, non solo per Sonny Rollins, quanto per tutta la storia del jazz. E’ la fotografia scattata da Art Kane ad Harlem nel 1958, per tutti intitolata “A Great Day in Harlem”, che ritrae 58 grandi jazzmen raggruppati davanti a una tipica casa di mattoni della 126esima Strada di New York. In quello scatto Sonny Rollins è splendido, indossa degli occhiali da sole e un completo che s’intuisce essere bianco. La foto testimonia anche un forte cameratismo tra i musicisti, che e qui e là si trasforma in divertimento, forse solo con l’eccezione di quell’uomo con gli occhiali scuri che, oltre ai Persol o ai Rayban, indossa pure un’aria di apparente disinteresse verso la situazione, così Art Kane – da grande reporter – alla fine ne immortalò la concentrazione solitaria. Perché Sonny Rollins era esattamente questo: un grande solitario che seguiva la sua peculiare strada nel jazz, del tutto avulsa da ogni concessione al mainstream e niente affatto attento a creare un’ipotetica scuola musicale.
Insomma, una sorta di pioniere del jazz a cui non interessava avere intorno altri viaggiatori nella sua esplorazione sassofonistica molto a ovest o, come si dice, “Way Out West”. Un musicista che neppure si curava delle manifestazioni d’ammirazione incondizionata. Del resto già i primi bluesman – quelli che salivano sui treni e andavano di paese in paese a suonare per delle mance risicate sulle banchine delle stazioni – affermavano che la musica era una strada solitaria e ognuno l’affrontava a modo suo, perché, alla fine d’ogni viaggio, ciascuno raccoglieva i propri cocci. E’ questa visione che ha prodotto il convincimento che tutti, in musica, hanno il diritto di fare ciò che desiderano, persino di decidere di ritirarsi per tre anni dalle scene senza dare alcuna spiegazione e persino di rispondere “francamente me ne infischio” quando veniva riferito che i jazzofili si domandavano frastornati: “Ma dov’è finito Sonny Rollins?”.
Così ora che è giunto il momento di collocarlo una volta per tutte, perché la classificazione è una tipica arte post mortem, non c’è spazio migliore che quello ricavato accanto a un altro gigantesco solitario, al quale non importava affatto d’avere discendenti e la cui felicità dipendeva solamente dalla distanza dal suo pianoforte, così da poterlo suonare, se necessario, anche nel cuore della notte e magari con le terga ancora poggiate sul letto: Thelonious Monk. Anche lui d’altro canto è ritratto in “A Great Day In Harlem” e spesso, negli scatti fotografici alternativi, quelli di corredo alla grande immagine di gruppo, Thelonious Monk e Sonny Rollins stanno vicini. Oppure, adoperando i loro soprannomi da jazz gang della fine degli anni 50: Sphere e Newk stanno uno affianco all’altro.
E’ proprio l’altro ieri che lo straordinario affresco fotografico di Art Kane ha perduto l’ultimo sopravvissuto: Sonny Rollins, come tutti sanno, se n’è andato lunedì. Tuttavia molti amici musicisti, una volta appresa la notizia, m’hanno telefonato dicendo che per tutta la giornata non avevano fatto altro che ascoltare i suoi dischi. “Saxophone Colossus”, “The Bridge” o “Freedom Suite”, poco importa specificare il titolo o la ragione. Piuttosto ciò che conta è rimarcare la curiosa circostanza che, visto il totale disinteresse di Sonny Rollins a creare una schiera di adepti, si sia creata una così gigantesca suite rollinsoniana. E’ un’amabile evidenza che, citando il poeta, la compassione riesce ancora a confortare il cuore.