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“Thomas l’impostore” di Cocteau, fra avanguardia e classicismo
L'intellettuale parigino è stato insieme scrittore, pittore, uomo di teatro. Nella sua narrazione mista tra feuilleton e antiromanzo ci porta nel vortice della Grande guerra, che segna la fine dei salotti belle époque ma non quella delle loro dame
23 MAG 26

Foto Olycom
Jean Cocteau, intellettuale squisitamente parigino, è stato insieme scrittore, pittore, uomo di teatro. Passando da un’arte all’altra, ha ridotto le suggestioni delle avanguardie a una sorta di classicismo spettrale e agilissimo. In lui Sofocle e Racine si mischiano alle pièce di boulevard e all’operetta. La sua musa è un Fato arcaico divenuto novecentescamente fatuo, e pronto a servirsi di incidenti d’auto o barbiturici. La sua cellula stilistica è il paragrafo breve, l’aforisma, la linea pura che può diventare indifferentemente prosa o disegno. Quando compone narrazioni di un certo respiro, più che un romanziere Cocteau è un regista che mette in scena un romanzo. Posto un fatto iniziale, arbitrario, deciso da dèi invisibili, tutto deve discenderne come in un’espressione matematica. La narrazione diventa così un misto di feuilleton e antiromanzo. Oggi Studio Editoriale ripubblica le cento pagine di Thomas l’impostore, del 1923, a cura di Giuseppe Balducci e con una nota di Claude Arnaud. Sono pagine che procedono a rotta di collo, con una consequenzialità implacabile che ricorda non solo Stendhal ma perfino Kleist. Come spunto, Arnaud cita “Raoul Thomas, il falso soldato che Cocteau aveva incontrato al fronte e che si spacciava per nipote del celebre generale de Castelnau – qui ribattezzato Fontenoy”. “Il pittore che ama dipingere alberi diventa albero lui stesso”, dirà Cocteau in Oppio del suo Thomas, riecheggiando un giudizio di André Gide. “I bambini portano in sé una droga naturale. La morte di Tommaso l’impostore è il bambino che gioca al cavallo, diventato cavallo”. Ma andiamo con ordine.
Siamo nel vortice della Grande guerra, che segna la fine dei salotti belle époque ma non quella delle loro dame, le quali ora, considerando il conflitto e i suoi pericoli come una nuova moda, vogliono farsi portare a ridosso delle trincee. Sono donne frivole o brutali, comunque grottesche. La prima è qui la principessa de Bormes, di cui il narratore dice che “avrebbe voluto che gli eventi la spingessero e la sorreggessero, proprio come una folla aiuta una donna a vedere i fuochi d’artificio”, e che per raggiungere il suo obiettivo mette in piedi un sistema di soccorsi bellici. Al fronte, però, la de Bormes viene sfidata dalla maligna Madame Valiche, bravissima nel trasformare l’orrore in un mestiere. Poi entra in scena il protagonista Guillaume Thomas, un adolescente che vive a Montmartre con una zia zitella. Quando qualcuno lo scambia per un Fontenoy lui, volubilissimo e sognante, si limita ad accettare l’equivoco. E’ la sua mancanza di timore e dunque di esitazione a convincere tutti – la “stella di menzogna” che, secondo Cocteau, protegge chi come unica dote ha quella di sembrare ciò che non è. L’impostura di Thomas è indistinguibile dall’atmosfera onirica in cui si muove, ossia da un caos civile propizio ai carnevali in maschera: “Una cosa tira l’altra, gli capitò ciò che accade ai bambini che giocano. Credette al gioco. Si affibbiò un gallone”. A passo di danza, sotto una luce illusionistica da teatro d’avanguardia, le silhouette di Cocteau entrano così nella zona di guerra, tra devastazioni fissate in rapide sequenze paratattiche: “Il giorno prima, all’ospedale, era stato detto a un artigliere che bisognava amputargli la gamba senza cloroformio, poiché quella era la sua unica possibilità di salvezza. Pallido, fumava un’ultima sigaretta prima del supplizio, quando una granata ridusse in polvere tutto il materiale chirurgico e uccise due assistenti medici. Nessuno ebbe il coraggio di tornare dall’artigliere. Si dovette lasciare che la cancrena lo consumasse, come l’edera che avvolge una statua”.
Cocteau fugge dallo psicologismo, ma è psicologo intelligentissimo: ad esempio dove descrive il cambiamento della de Bormes, che a lungo ha sfiorato la morte senza temerla, quasi credendo che risparmiasse le donne per galanteria, ma che “quando, andando dall’ospedale all’ospizio, vide a cinquanta metri una povera donna di Reims e la sua bambina colpite dal fuoco del cielo (…) fu colta da uno di quegli spaventi che travolgono le anime più sensibili”. Perfetto anche l’errore puerile con cui si fa scoprire Guillaume, che confondendo le sue due vite, per un torto subìto come nobile va a piangere dalla zia. Eppure, l’adolescente resta travestito fino in fondo. Quando riceve una pallottola da una pattuglia nemica, si convince che potrà salvarsi facendo finta di essere morto, e così muore sul serio “di ciò che ha immaginato”, per citare il bel verso di una nostra poetessa, Anna Maria Carpi, che pensava a Molière crollato sulla scena. Mentre usciva il Thomas Raymond Radiguet, il giovane caro a Cocteau, era appena scomparso. Cominciava per l’artista la stagione dell’oppio, terminata un lustro più tardi nella clinica in cui sarebbero nati I ragazzi terribili.