Cos'è il katechon di Peter Thiel

Si è parlato fin troppo delle conferenze del capo di Palantir sull'Anticristo. Il suo pensiero può inquietare, ma è arrivato il momento di conoscerne i fondamenti. René Girard, la mimesi incontrollabile e l'Ultimo Giorno

23 MAG 26
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La peculiarità di una figura come quella di Peter Thiel sta in un duplice aspetto. Da un lato è il magnate del tech che si pone dinanzi al mondo per estrarne il massimo guadagno possibile, dall’altro si pone dinanzi alla nostra epoca con idee che vogliono ripensarla. Perché ritiene che questo nostro tempo non sia un tempo qualsiasi. Si potrebbe dire che egli riproponga, a suo modo, la celeberrima undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx: i filosofi fino a ora hanno interpretato in vari modi il mondo, adesso è il momento di trasformarlo.
Thiel ha una formazione filosofica. Nelle teorie di René Girard (ma non solo!) ha trovato anche il motore della sua attività imprenditoriale. Non importa quanto i “filosofi di professione” prendano sul serio il suo pensiero. Ciò che conta è il fatto che Thiel sa che il mondo è fatto innanzitutto di idee, e che le cose, le tecnologie, seguono le idee.
Si è parlato fin troppo del ciclo di conferenze romane di Thiel sull’Anticristo, spesso in modo folcloristico e grossolano. Poco male. Il punto che non si è voluto cogliere è che, al di là delle solite spinte complottare date un po’ dal tema e un po’ dal personaggio, Thiel vede la nostra epoca come un’epoca “apocalittica”, ossia come un momento di rivolgimento radicale del mondo, dell’ordine fin qui raggiunto. Quindi, per cogliere la caratura dell’epoca non bastano le categorie della sociologia e della psicologia. Figuriamoci! Occorre, invece, attingere al meglio della tradizione filosofica e spirituale.
Questa idea della nostra epoca come epoca apocalittica viene senz’altro a Thiel dagli studi girardiani. In Origine della cultura e fine della storia, il pensatore francese scrive: “Ogni esperienza cristiana è apocalittica, perché ci si rende conto che, dopo la decomposizione dell’ordine sacrificale, niente più si frappone tra noi e la possibilità della nostra distruzione. In che modo questo possa materializzarsi però non lo saprei dire”.
Per chi non ha familiarità con Girard, vanno spiegate queste parole. Secondo Girard il cristianesimo è arrivato nel mondo interrompendo il meccanismo di violenza/sacro che teneva insieme le società attorno a un omicidio fondatore, all’uccisione di un capro espiatorio che poi veniva innalzato a simbolo sacro del nuovo ordine raggiunto. Tale era l’ordine sacrificale. Il cristianesimo rompe questo ordine, perché mostra che la vittima, la vittima per eccellenza, l’agnello, ovvero Cristo, è effettivamente una vittima. La luce della figura di Cristo si espande così sulla storia mostrando le vittime in quanto tali, e non come capri espiatori che possono essere sacrificati per riportare ordine nel momento in cui la società precipita nel caos. Girard sostiene che oggi siamo in un tempo pienamente “cristianizzato”, ossia in cui la figura della vittima è posta davvero al centro del sistema politico e della nostra percezione del mondo: “Il principio della difesa delle vittime è il nuovo assoluto”.
Tuttavia, in questa nuova, e totalmente inedita, condizione “post-sacrificale”, Girard percepisce un problema: tra questa rivelazione sulla vittima e l’Ultimo Giorno in cui, in prospettiva cristiana, il Signore farà ritorno per giudicare i vivi e i morti, bisogna pur vivere. Bisogna pur “produrre ordine”. Ma come si produce questo ordine se il meccanismo sacrificale non funziona più? Si capirà, per chi vuole capire, che non è un problema da poco perché ha a che fare, per dirla sempre con Girard, con le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.
Thiel si pone, a suo modo, dinanzi a questi problemi. Li vede, li avverte. In tale ottica, è utile leggere uno dei punti conclusivi del suo libro teorico, Il momento straussiano, in cui l’idea tra cambiamento dell’ordine mondiale, pericolo dello scatenarsi della violenza e utilizzo della tecnologia sono parte di una riflessione sul moderno e sul destino del mondo che ci aspetta. Un mondo che “potrebbe differenziarsi dal mondo moderno in modo molto peggiore o molto migliore: la violenza illimitata di una mimesi incontrollabile o la pace del regno di Dio”.
La mimesi incontrollabile, tipico concetto girardiano, è il momento del massimo scatenarsi della violenza, della guerra di tutti contro tutti in cui non vi è più un momento sacrificale capace di scongiurarla (visto che siamo in epoca cristiana). L’altra opzione, è ovvio, è l’Ultimo Giorno del Signore. Scongiurare la “mimesi incontrollabile” è l’obiettivo di Thiel. Egli parla dell’Anticristo (figura misteriosa che causa il Male operando un seducente e ingannevole bene – è, infatti, l’immagine speculare di Cristo) per riflettere sul katechon, ossia su quella forza frenante che, secondo San Paolo, trattiene il trionfo dell’Anticristo ma che, allo stesso tempo, rallenta la venuta dell’Ultimo Giorno del Signore, la pace di Dio, perché quest’ultima arriverà dopo che l’Anticristo avrà preso il dominio sulla Terra. Il katechon, quindi, è una figura che fa del bene, frenando la forza dell’Anticristo. Però deve essere figura provvisoria, e qui sta la sua possibile “duplicità”, perché qualora il katechon si facesse esso stesso “dominio” frenerebbe in maniera indefinita la venuta del Signore (intesa come ciò che è Bene). Si dovrebbe iniziare a capire da questo breve ragionamento cosa vi è in palio nel pensiero di un personaggio come Thiel.
La forza del katechon non è una “forza astratta”, ma una forza politica, che sta nel mondo, che opera nel mondo. In tal senso, si può pensare a Palantir come a quel sistema di tecnologie globali di sicurezza che si pone come katechon, come “forza frenante” che evita il caos assoluto della mimesi incontrollabile, della guerra di tutti contro tutti, fornendo appunto sicurezza che dà stabilità. Ponendosi in una tale prospettiva, che meriterebbe ovviamente maggiore approfondimento, si può iniziare a capire come la riflessione e la prassi portate avanti da Thiel siano qualcosa di unico rispetto al nostro mondo. Qualcosa su cui discutere, che può anche inquietare, ma che, allo stesso tempo, prende sul serio questa nostra epoca in cui il bromuro delle buone intenzioni della stragrande maggioranza della politica occidentale non solo è inutile per operare, ma insignificante persino per provare a capire.