Cultura
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Ciro Marino: “Wojtek, una scommessa sui lettori di qualità”
Oltre alla libreria, ha fondato l’omonima casa editrice ed è tra gli animatori del Festival della letteratura indipendente: "Il problema è dei grandi editori, che vincono premi e occupano le classifiche ma stanno affossando la qualità. A me non interessa pubblicare chi vende cinquemila copie: leggiamo i testi senza calcolare i follower dell’autore"
23 MAG 26

La libreria Wojtek ha festeggiato l’ottavo compleanno il 19 maggio scorso, lo stesso giorno in cui Stellantis annunciava la produzione delle E-car nello stabilimento di Pomigliano d’Arco a partire dal 2028. Le effemeridi, a cui bisogna credere più spesso, registrano questa coincidenza nel noto polo industriale detentore di un meno noto record: è ai massimi europei per rapporto pro capite tra librerie e abitanti. Sei su 39.600, di cui tre indipendenti (una è stata premiata come la migliore in Italia per l’infanzia). In aggiunta, sono circa una ventina le cartolibrerie. Ciro Marino, classe 1984, originario del quartiere periferico napoletano Ponticelli, da otto anni trasferitosi a Pomigliano, oltre alla Wojtek ha fondato l’omonima casa editrice ed è tra gli animatori del Flip: il Festival della letteratura indipendente inaugurato nel 2021, che ora ospita anche una sezione in altra data dedicata alla poesia. Con diecimila presenze nell’ultima edizione.
Nel catalogo di Wojtek compaiono grossi nomi della letteratura internazionale e italiana come Mircea Cartarescu, Danilo Kiš, Ricardo Piglia, Antonio Moresco, in una rosa di autori che Marino e collaboratori attentamente selezionano (in catalogo anche la californiana Miranda Melis, Antonio Gurrado, Eduardo Savarese, Emanuele Canzaniello con “Breviario delle Indie”, libro cult di Jovanotti).
Quanti titoli avete complessivamente pubblicato?
Un’ottantina in cinque collane: narrativa italiana, straniera, critica letteraria, quella dei libri-dialogo tra due autori e da ultimo la quinta, collegata alle esperienze del Festival, dedicata al territorio.
Come scegliete i testi?
Per come sono scritti, per lo stile. Chi se ne importa della trama. Trovo inaccettabile che un testo venga rifiutato perché è “troppo letterario”. Anzi, mi chiedo quanto potrà durare questa follia.
Quale?
Quella di pubblicare così tanti libri e così poca letteratura.
Nel 2025, secondo le statistiche, sono aumentati i lettori ma è calato il tempo dedicato alla lettura.
Sono molto fiducioso per le prospettive degli editori medi e piccoli come noi, quelli senza medaglie sul petto, di poco clamore, che macinano risultati passo dopo passo, si divertono nel proprio lavoro e non hanno debiti, anche perché non se li potrebbero permettere. Il problema è dei grandi editori, che vincono premi e occupano le classifiche ma stanno affossando la qualità. A me non interessa pubblicare chi vende cinquemila copie: leggiamo i testi, punto e basta, senza calcolare i follower dell’autore. Sarò retorico ma un editore deve fare cultura, e un manager che prima vendeva borse o mozzarelle non può passare ai libri come se niente fosse.
Però il fatturato conta.
Lo realizziamo anche noi. Non lavoriamo in contrapposizione a nessuno, seguiamo una strada, poi non è un problema nostro se dalla critica non s’alza più una voce per dire che l’editoria sta perdendo la bussola, e certi autori che passano per grandi sono indecenti. Il risultato è che si sta allargando la distanza tra i lettori veri e il mercato mainstream. Non basta scrutare i numeri, perché le tante copie che i piccoli vendono online dal proprio sito e nelle fiere sfuggono alle statistiche, mentre la distribuzione è sempre più problematica. Ormai i maggiori gruppi gestiscono l’intera filiera. Il paradosso è che sono nostri concorrenti ma ci distribuiscono e non hanno certo interesse a promuoverci. Gli spazi nelle librerie di catena costano caro.
Cosa vende nella sua?
Solo sigle indipendenti, che faticano a trovare posto altrove.
Come acquisite gli scrittori stranieri?
Partecipiamo ai bandi, sviluppiamo contatti con gli istituti culturali, scriviamo agli agenti. Per me è stato un sogno stampare autori come gli argentini Alberto Laiseca e Ricardo Piglia, che leggevo da ragazzo. Per non parlare di Moresco: piaccia o no lo reputo il più grande scrittore vivente, apprezzato in Germania, Francia, Giappone anche se in Italia non lo fila quasi nessuno.
Per quale ragione?
Sarà inviso ai vari circoletti e questi a lui, ma non esiste un complotto. È solo che ai vertici editoriali non c’è più chi abbia la competenza per riconoscere la sua statura, sicché Moresco ha pubblicato già due libri con noi e ha ricevuto pure la cittadinanza onoraria di Pomigliano.
Se fosse un giurato del Premio Strega per chi voterebbe?
Se non vince Michele Mari è una vergogna.
Cosa vuol dire Wojtek?
È un omaggio all’orso mascotte delle truppe polacche che combatterono a Cassino. Si chiamava così.
Come mai tante librerie in una cittadina di provincia meridionale?
Senza risalire ai “conti pomiglianesi” raccolti da Vittorio Imbriani nell’Ottocento, e alla sua vasta produzione letteraria, penso alla massiccia presenza degli stabilimenti industriali che nei decenni scorsi rappresentavano anche una fucina culturale. C’è il Pomigliano Jazz Festival, che quest’anno compie trent’anni e ha sempre richiamato artisti internazionali, c’è l’associazione Camera Film che promuove la divulgazione cinematografica, ci sono i corsi artistici di Itaca-Colonia Creativa. Non è un caso che qui si registri il più basso tasso di dispersione scolastica della Campania. Perciò Pomigliano si è candidata a capitale italiana del libro per il 2027.