Vannacci, Salvini, Renzi, E. Mauro. Strani compagni di letto

L'ex direttore di Rep, il leader della Lega, l'ex generale, l'insolita creatura che gioca con la libertà dell’arte dissimulando un pasticcio. La convergenza inaspettata in una minuscola ma chiodata crociata contro Alessandro Giuli

di
7 MAY 26
Immagine di Vannacci, Salvini, Renzi, E. Mauro. Strani compagni di letto

Foto Ansa

Ezio Matteo Vannacci è il nome del nuovo ircocervo rossobruno. Buttafuoco ha difeso l’autonomia della sua scelta, sua e della Fondazione Biennale, con le parole seduttive prese a prestito dal presidente Mattarella: gli artisti siano liberi e audaci. Audaci e liberi anche nel commettere un errore, se restano nell’ambito del diritto, delle norme stabilite. Il che è questionabile, visto che il punto di vista europeo è opposto, le norme contro un paese che aggredisce e porta distruzione e morte a Venezia sono state aggirate. Nondimeno la tutela di uno spazio di autonomia dell’istituzione culturale si presenta, anche con l’avallo di Meloni, citato dal Doge orientalista Buttafuoco, come un argomento forte, indubitabilmente. Ma un errore pasticciato, con tutto il glamour e il caos che ha provocato, resta quel che è: un errore, per quanto compiuto in autonomia e non “commissariabile” da un governo “etico”. Vabbè, come direbbe Masneri. Ci hanno pensato le Pussy Riot con i fumogeni gialli e blu e ci penseremo noi sabato con l’immagine di Navalny a ricordare la follia di legittimare un’arte di stato in nome dell’autonomia della cultura. Per passione, per solidarietà con il dissenso e la resistenza, non per faziosità.
Fazioso è invece questo convergere inaspettato (?) di Vannacci, Salvini, Renzi ed Ezio Mauro, con il corteggiamento fastidioso e melenso dei media prevalenti, e qualche occhiolino corrivo tra i generosi amici di Buttafuoco, in una minuscola ma chiodata crociata contro Alessandro Giuli, che da ministro non ha commissariato alcunché, limitandosi a manifestare con l’assenza la sua opposizione, e quella del governo italiano e dei governi europei, a una scelta tanto autonoma quanto incomprensibile. Not in my name: questo ha detto e così ha operato il nuovo cattivo dei cattivi, il poliziotto arcigno che voleva, secondo la strana consorteria d’opinione tra destra puzzona e sinistra profumata, violare libertà e audacia in nome del conformismo.
Qui non fa velo la vecchia consuetudine fogliante con Giuli e Buttafuoco. Per una volta, noi che abbiamo sempre irriso la bolsa retorica dell’oggettività e neutralità del giornalismo, siamo stati perfettamente equanimi senza rinunciare, forti o deboli che siano, giuste o sbagliate, a opinioni chiare, per quanto imbarazzate, su tutta la faccenda. Ora bisogna capire perché si siano imbarcati sulla stessa gondola il superceffo estremista che sistematicamente vota contro l’Ucraina (Vannacci), un vicepremier ammiratore della Corea del nord e passeggiatore in t-shirt sulla Piazza Rossa con l’immagine militarizzata di Putin, ma contrario alle armi se usate per difendersi da Putin, e due retori dell’occidentalismo e della difesa europea dalle autocrazie come il leader di Italia viva e l’editorialista di Repubblica, per non citare altre faziosità andanti.
Si dice che la politica fa strani compagni di letto (politics makes strange bedfellows), ed è vero, la cosa riguarda più o meno tutti. Uno schiaffo all’odioso Zelensky e un avviso sghembo al governo di cui si fa parte, sono cose che si capiscono da parte del generale fattosi politicante e del vice del Conte I, ministro di Draghi, vice del Meloni I, un politico che risponde di sé e meglio ancora del suo rapporto con il potere fornitore del gas e del petrolio. La creazione di un idolo negativo collocato al posto difficile e ambiguo di ministro della Cultura, uno che adotta senza complessi la disciplina di governo pro Ucraina, è poi per gente che si considera di opposizione, per giunta in nome della libertà audace, una lusinga e una tentazione da sballo. Ma c’è qualcosa di più e di diverso: pur essendo l’egemonia (culturale) il nucleo intorno al quale si avviluppa la corazza della forza, secondo Gramsci, e una reviviscenza ridicola di un mito novecentesco, secondo Minuz, il tic paraegemonico è vivo nella gauche, è un nervo irritabile, e idolatrare un Buono per colpire un Cattivo è parte di quel tic.