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Gianluca Minin: “Quante strane meraviglie sotto Napoli, persino un coccodrillo”
Dalle indagini sulla clamorosa rapina alla banca in piazza Medaglie d’Oro alla riscoperta Galleria Borbonica, il tunnel militare voluto da Ferdinando II e realizzato nel 1855 tra i meandri e le cisterne degli antichi acquedotti. Per il geologo “l’odore del tufo è come lo Chanel N° 5”. Intervista
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26 APR 26

Per il geologo Gianluca Minin “l’odore del tufo è come lo Chanel N° 5”: quando si muove nelle viscere di Napoli, la città col sottosuolo più vasto del mondo, si sente felice. Se riscopre una cavità o ne estrae testimonianze del passato, Minin, classe 1970, metà friulano, s’entusiasma come un fanciullo. È il deus ex machina della riscoperta Galleria Borbonica, il tunnel militare voluto da Ferdinando II e realizzato nel 1855 tra i meandri e le cisterne degli antichi acquedotti; fu utilizzato nella Seconda guerra mondiale come ricovero antiaereo per migliaia di persone, quindi come deposito giudiziario, poi rimase abbandonato finché Minin, vinta una gara del Comune, lo esplorò, lo sgombrò dai detriti, scoprì i collegamenti con altre cave e palazzi. Lo rese un’attrazione turistica. Nei giorni scorsi il geologo è comparso più volte davanti alle telecamere perché collabora alle indagini sulla clamorosa rapina alla banca in piazza Medaglie d’Oro, il cui caveau è stato espugnato dalla rete fognaria.
Facciamo chiarezza: la rete fognaria nulla ha a che vedere con le cavità tufacee.
Le fogne si sviluppano nei primi cinque metri di profondità, le cavità sono almeno venti metri sotto. Due mondi completamente diversi: nel sottosuolo gli accessi sono più rari, mentre la rete fognaria è disponibile dai tombini. È un sistema fragile che va curato e ispezionato con assiduità, ma è ammirevole la perizia con cui fu realizzato dai nostri avi alla fine dell’Ottocento, con una maestria che fa dimenticare persino la puzza.
Quando cominciò a scavare nella Galleria Borbonica immaginava gli sviluppi dell’avventura?
No, ma ci credetti al punto da investirci tutti i soldi della mia famiglia. Per ripulirla non ho ricevuto un euro da nessuno e sono stato il primo in Italia a ottenere, nel 2009, una concessione per aprire il sottosuolo al pubblico.
C’è ancora molto da scoprire?
Sì, perché spesso le cavità sono state usate per sversare rifiuti che hanno ostruito tanti passaggi, sicché ci sono zone inesplorate. Ora aiuta la tecnologia dei laser portatili, con cui ho potuto realizzare la più vasta rappresentazione tridimensionale al mondo del sottosuolo di una città. Ho appena rilevato dieci cavità che non risultavano mappate. È difficile esprimere l’ebbrezza provata quando sei il primo dopo duecent’anni a rimetterci i piedi, a leggere un graffito, a rinvenire un oggetto: piastrelle del Settecento, bottiglie di medicinali, un’infinità di piccoli tesori della Storia.
La cosa più singolare che ha trovato?
Lo scheletro di un coccodrillo del Nilo che l’esame al carbonio-14 ha datato al 1627. Poi un dente di megalodonte, lo squalo gigante di venti milioni d’anni fa, che chissà quale collezionista possedeva e come sia finito giù. Anche una bomba della Prima guerra mondiale in un cumulo di detriti sotto Palazzo Serra di Cassano: ho appurato che fu sganciata dal dirigibile tedesco che bombardò Napoli nel 1918.
I quattro percorsi della Galleria Borbonica sembrano una sorta di Disneyland.
L’opera si deve al genio dell’architetto che lavorò per i Borbone, Errico Alvino, ma non era il solo: grazie a una concentrazione di belle menti la dinastia fu all’avanguardia tecnica in molti campi. Diverso è il giudizio complessivo sul loro governo, che non pretendo di dare. Parlo per ciò che mi compete.
Quali emozioni le risultano indelebili?
Appena aprimmo la Galleria Borbonica vennero a visitarla anche anziani che vi si erano rifugiati da bambini, durante i bombardamenti. Per restituire l’atmosfera azionavamo la sirena antiaerea e un signore svenne rivivendo il ricordo, sicché da allora quando ci sono persone di una certa età chiediamo sempre prima se vogliono sentire quel suono.
Quant’è importante la conoscenza del sottosuolo?
È indispensabile per le verifiche statiche e il rilevamento delle infiltrazioni, che in superficie non si vedono finché non s’apre una voragine: ne ho segnalate decine negli anni. Un altro problema sono gli sversamenti abusivi. Sotto Napoli c’è una città speculare a quella di sopra, per cui meriterebbe una sorta di sindaco e di giunta del sottosuolo, con tecnici, rilevatori, una squadra di polizia.
Qual è il rapporto dei napoletani con la città sotterranea?
Manifestano più sensibilità i visitatori, forse perché più coltivati al rispetto della bellezza. Sono sincero: tutto ciò che ho realizzato non l’ho fatto per Napoli ma per un piacere interiore, al di là del luogo. Sono un tecnico puro: se mi propongono una consulenza di parte accetto solo quando la ritengo giusta o se mi chiamano per risolvere un problema oggettivo.
È più a suo agio sotto o sopra?
Ho una vita sociale felice, ma sotto sfogo l’adrenalina e provo un senso di pace. Le migliori idee le ho avuto camminando laggiù, senza rumori. Sembrerà curioso ma da ragazzo soffrivo di attacchi di panico e mi sono ricostruito emotivamente, forse perciò comunico bene. Un geologo per farsi capire deve stimolare la curiosità e spiegarsi con semplicità. Altrimenti stimola solamente il sonno.
La riapertura del Cimitero delle Fontanelle, la cava tufacea della Sanità, ha suscitato polemiche per l’introduzione del ticket. Da luogo di culto a meta turistica?
È giusto il biglietto, anzi il Comune neanche doveva imporre vincoli tariffari alla concessionaria. All’estero è un’ovvietà: senza gestione imprenditoriale i luoghi vanno in malora.