Equiparare Israele e Russia nel male, l’errore dei nostri sentenziosi giudici d’arte, di etica e di politica

Guerre e tregue sono atti politici, non simboli di incorrotta sublimità della cultura. Importare quella dimensione del dramma mondiale nel paesaggio straniato della mostra ha comportato il risveglio della più penosa identità dell’intellettuale di battaglia, spingendo gli artisti e i curatori nella posizione falsa dell’arbitro e del censore

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25 APR 26
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Il Presidente La Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco. Foto Ansa

Che cosa autorizza un gruppo di artisti a farsi giustizieri del bene e del male, a sputare sentenze e premi, o a trattenerli nella sfera augusta della loro innocenza, come hanno fatto alla Biennale? Dicono che ci sono dei criminali, perché il diritto internazionale così ha decretato, e si conformano. Premieranno l’Iran, che sta cercando di organizzare la sua partecipazione alla mostra, che non ha condanne della famigerata Corte penale internazionale, che non è uno stato criminale a norma di diritto nonostante migliaia di iraniani e iraniane massacrati nelle strade a gennaio, e altre migliaia impiccati in 47 anni di terrore? Premieranno la Cina, dove fioriscono le condanne a morte come i cento fiori del libretto rosso fiorivano nell’ideologia maoista degli anni Settanta? E quanto all’equiparazione nel male di Israele e Russia, che cosa assicura i nostri compunti e sentenziosi giudici d’arte, di etica e di politica, che una guerra nazionale e di popolo nata da un pogrom e da decenni di accerchiamento da parte di eserciti jihadisti che predicano l’annientamento degli ebrei sia della stessa sostanza morale di un’aggressione neoimperiale bandita e perpetrata a colpi di strage da un autocrate che nutre sogni di distruzione di una democrazia europea?
Gli artisti hanno il dovere e il piacere di creare, di pensare e fare poesia in libertà, di comunicare oltre ogni censura, di cercare un linguaggio particolare e universale insieme, non di assumere in prima persona la veste del censore. Purtroppo alla Biennale, dove negli anni si sono praticati canone conformismo e dissenso, ora si è scoperchiato il vaso della vanità, della presunzione, della funzione vocalmente salvifica dell’arte impegnata e solidale, una delle più colossali mistificazioni mai immaginate. E quando si prende questa china, malgrado le migliori intenzioni, si finisce nella logica del finto castigo dei prepotenti (punizione premiale alla Russia, legittimata da un padiglione artistico di regime) e del vero boicottaggio della libera espressione di un paese e di una comunità artistica come quella d’Israele.
Questo imbroglio con risvolti grotteschi ha inizio precisamente nel momento in cui si è messa la palude di Venezia, con la sua meravigliosa Biennale, nello Stretto di Hormuz, invocando uno spazio di tregua o di cessate il fuoco per un’istituzione culturale e artistica internazionale. Guerre e tregue sono atti politici, non simboli di incorrotta sublimità della cultura. Importare quella dimensione del dramma mondiale nel paesaggio straniato della mostra ha comportato il risveglio della più penosa identità dell’intellettuale di battaglia, spingendo gli artisti e i curatori nella posizione falsa dell’arbitro e del censore. Ora non è impossibile ma non sarà facile fare tabula rasa e rimettere in sesto il significato della Biennale d’arte contemporanea, restituendole il suo carattere di estraneità rigorosa alle pratiche della cattiva ideologia. Niente come la vicenda della Biennale, avviata sulla china pericolosa della propaganda e del preconcetto, dimostra come gli unici spazi di tregua possibili sono quelli della decenza e della bellezza, della ricerca e della forma, non l’imitazione della politica e della morale a cura degli artisti.