Noi di Nuova ecologia e Chernobyl

Cronache, quarant'anni dopo, di una redattrice durante il disastro che, nel 1986, terrorizzò l'Europa

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24 APR 26
Immagine di Noi di Nuova ecologia e Chernobyl

Foto LaPresse

La vignetta che ci dedicò Sergio Staino sulla prima pagina di Tango, l’inserto satirico dell’Unità, sembrò a tutti una specie di medaglia al valore. Sono passati quarant’anni e mi ricordo un tripudio di bicchieri sollevati, le caricature vagamente riconoscibili di alcuni di noi e una didascalia che suonava così: “Disastro a Chernobyl, festa grande nella redazione di Nuova ecologia”. Non fu affatto una festa. Fu piuttosto la pazza sensazione di trovarci al centro del mondo, là dove le cose accadono (e pazienza, se le cose assomigliano all’Apocalisse) mentre dentro e fuori di noi tutto urlava: “Noi ve l’avevamo detto”. Ve l’avevamo detto che il nucleare è sporco e cattivo e che prima o poi lo dimostrerà. Ve l’avevamo detto che una nube radioattiva ignora i confini e prima o poi arriverà, invisibile e letale, ad avvelenare la nostra insalata, il latte che diamo ai bambini, l’aria che respiriamo. Ve l’avevamo detto che all’Italia conviene uscire dal nucleare prima ancora di entrarci.
“Noi” eravamo i redattori dell’unico giornale ecologista italiano, austero mensile doverosamente in bianco, nero, verde e carta riciclata (orrenda, per la disperazione della grafica Cinzia Leone). Era uscito un paio di anni prima dall’eclettica fucina dell’Arci, grazie a Chicco Testa ed Ermete Realacci, fondatori di quella Legambiente che dell’Arci, all’epoca, era l’emanazione più dinamica e più capace di scelte eccentriche rispetto all’ortodossia di sinistra. Come per esempio era avvenuto nel 1984, quando Legambiente aderì alla manifestazione milanese organizzata da Comunione e Liberazione contro l’installazione dei missili sovietici SS-20 nell’est Europa, perché il pacifismo non poteva solo parlare un linguaggio antiamericano (battaglia persa, visto quello che va in giro oggi per le piazze italiane).
Mi accorgo, ora che ho scritto “redattori”, che avrei dovuto usare il femminile. A parte il direttore, Paolo Gentiloni, a Nuova ecologia eravamo tutte donne: Fulvia Fazio, Renata Ingrao, Cecilia Mastrantonio, Silvia Zamboni, Cinzia Leone e la sottoscritta. Si stava insieme in una stanza di modeste dimensioni a via Giambattista Vico, più closed che open space, in un incastro che ricordava il Tetris.
Ma non divaghiamo e torniamo alla mattina di sabato 26 aprile 1986, quando l’Europa si svegliò con la notizia dell’esplosione, avvenuta nella notte, del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Urss. Il numero di maggio del nostro croccante mensile (a quei tempi la carta riciclata faceva uno strano rumore quando si sfogliava), già andato in stampa, era in procinto di raggiungere le edicole. Gentiloni, il direttore, era appena partito per una meritata vacanza nel nord della Francia, paese zeppo di centrali nucleari, dove la gravità di quanto era avvenuto a Chernobyl trovava scarsa eco, per usare un eufemismo. Alle suore laiche di Nuova Ecologia (certi amici buontemponi ci chiamavano così) fu però subito chiaro che la faccenda era spaventosa e che il nostro giornale doveva fare qualcosa. Per giorni c’era stata un’altalena di allarmi e di minimizzazione, poi le dimensioni del disastro divennero evidenti. Lavorammo a testa bassa, con un paio di notti in bianco, per allegare al numero di maggio un fascicolo che in copertina sparava: “L’atomo ha travolto l’apprendista stregone”. Spartano, battagliero, pieno di refusi ma anche dei contributi di grandi firme dell’ambientalismo italiano ed europeo. Riuscimmo miracolosamente a stamparlo in tempo per la manifestazione antinucleare del 10 maggio a Roma, che portò in piazza duecentomila persone. Fu il vero inizio del movimento di opinione che si trasformò nel referendum dell’87, con il quale fu sancita in modo plebiscitario la fine del nucleare italiano.
Nel frattempo era tornato il direttore dalla Francia e, grazie ad alcune acrobatiche vicende, troppo complesse da raccontare, il nostro piccolo mensile dimostrò, carte alla mano, che i dati reali sulla contaminazione da cesio 137 di aria, acqua e alimenti, in Italia, erano molto (ma proprio molto) più elevati di quelli ufficiali. Nessuno poté smentirci: la nube radioattiva proveniente da Chernobyl aveva pesantemente investito il paese, soprattutto il versante adriatico, ed era consigliabile non consumare latte e verdure crude finché non fosse calata la concentrazione di cesio. Un luminare dell’epidemiologia, parecchi anni dopo, mi confessò che a rigore sarebbe stato addirittura necessario, almeno per qualche mese, vietare quei consumi e perfino vietare di stendere i panni all’aria aperta, perché il cesio si depositava sui tessuti. Ma come si poteva? L’allarme sarebbe stato insostenibile.
Eppure l’allarme dilagò. Mentre cominciava, almeno per noi, un mesto periodo senza cappuccino e senza insalata, la redazione si trasformò per mesi in un centralino a cui arrivavano ogni giorno, da tutta Italia, decine di richieste di informazioni. Ci fu perfino chi portò a via Vico, chiedendoci di farli analizzare e abbandonandoli poi sulle nostre scrivanie, campioni di latte, di omogeneizzati, perfino certi strani, abnormi vegetali cresciuti all’improvviso negli orti. Saggia preoccupazione e terrori medioevali convivevano, a volte con effetti esilaranti. Come quando una signora, con aria furtiva, aprì sotto i nostri occhi una grande scatola da scarpe in cui aveva deposto un soffione di tarassaco di proporzioni preistoriche. Colpa di Chernobyl? C’era poco da ridere. L’organo bersaglio del cesio 137 è la tiroide, e nessuno, a tutt’oggi, può sostenere che l’aumento di tiroiditi e di tumori alla tiroide, in Italia, non sia dipeso almeno in parte dalla nube nucleare che colpì tragicamente l’Ucraina e la Bielorussia ma i cui segni, sotto forma di residui radioattivi nella catena alimentare, si manifestarono anche a occidente. Oggi sappiamo che l’esplosione del reattore 4 non fu fatalità ma dipese da una catena di terribili errori che partivano dalla progettazione per arrivare fino alla gestione del reattore stesso. In molti, compresi alcuni di coloro che parteciparono al movimento antinucleare alla fine degli anni Ottanta, pensano oggi che aver rinunciato a quella fonte energetica comporti ormai un prezzo troppo alto per l’Italia. Probabilmente è così. Ma non so immaginare, per me, qualcosa di diverso da quello che facemmo con le ragazze di Nuova ecologia nei giorni della nube di Chernobyl.