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Il ratto di Klinghoffer. L’opera controversa apre la stagione del Maggio fiorentino. Applausi per Guadagnino regista
Il rischio è la confusione: il nome Achille Lauro evoca oggi più il cantante che la tragedia storica. La sovrapposizione tra cultura pop e memoria collettiva diventa emblema di un’epoca distratta
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21 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:32 AM

Il regista Luca Guadagnino (foto ANSA/ETTORE FERRARI)
Va in scena Achille Lauro, ma è il cantante o il dirottamento? Nell’epoca di massimo rincoglionimento, addirittura tredici minuti di applausi per la regia di Luca Guadagnino del Death of Klinghoffer, opera lirica non proprio facilissima di John Adams, compositore americano specializzato in titoli che sembrano lanci di agenzia (suo anche un Nixon in China) e che domenica ha debuttato al Maggio musicale fiorentino. Opera del 1991, dunque moderna, modernissima, almeno per gli standard italiani, e rappresentata in Italia una sola volta prima d’ora, nel 2002. Gli applausi qui sono scroscianti, apprezzata la regia con molti movimenti di ponti e cabine, e gli attori che con mitra in mano tracimano fino in platea tra il pubblico. Un frisson dentro e uno fuori, coi picchetti pro Palestina: l’opera del resto ha sempre causato polemiche, prima vituperata in quanto filo-palestinese, adesso vituperata come filo-israeliana, anzi sionista. E’ insomma un perfetto meme dell’incomprensione, un grande “specchio dei tempi”, soprattutto di questi tempi di fraintendimenti e di non saper mai nulla. Davanti al teatro del Maggio picchetti, “Firenze per la Palestina” e l’immancabile genocidio. Una signora in abito da sera nero tenta di convincere una manifestante: “Guardi che è il contrario, ma l’ha letto il libretto?”. Quella ha una crisi: “No, è che in questa fase… certi spettacoli non andrebbero fatti”, e poi scoppia a piangere. C’è grossa crisi. Bisogna stare calmi.
La storia è nota. nell’anno di disgrazia 1985, i pòri coniugi ebrei americani Klinghoffer erano imbarcati sull’Achille Lauro per una crociera autunnale nel Mediterraneo partita da Genova, che doveva festeggiare il loro anniversario di matrimonio e anche la guarigione della signora da un tumore. Non bisognerebbe mai partire in crociera, direbbe il Sassaroli, qui a km zero. Così il 7 ottobre – 7 ottobre! – il commando del Fronte per la Liberazione della Palestina prende il controllo della nave al largo delle coste egiziane, chiedendo il rilascio di 50 palestinesi dalle prigioni israeliane. Presto la situazione precipita: i dirottatori ammazzano Klinghoffer – 69 anni, disabile in sedia a rotelle – e lo gettano a mare con carrozzina e tutto. Il cadavere verrà ritrovato dai siriani qualche settimana dopo. Poi l’aereo egiziano che trasporta i dirottatori viene intercettato dai jet americani, ma all’atterraggio forzato nella base di Sigonella i carabinieri impediscono agli americani di catturarli – col famoso doppio cerchio armato che fa tanto orgoglio italiano.
Insomma un tema incandescente: niente “gelida manina” e “brindiamo nei lieti calici”, bensì le basi americane da dare o non dare a Trump e l’episodio craxistico che oggi ispira a giorni alterni pure l’Italia meloniana – un giorno trumpiana, l’altro fervida europeista.Le sciure abbonate del Maggio sono perplesse, del resto è un’opera senza zumpappà, senza arie memorabili, e poi soprattutto non è citabile a cena – è un attimo che si litiga, vuoi mettere “ho visto una bellissima Turandot”, “che bei costumi questa millecinquecentesima Traviata”? Non è nemmeno molto relatable, come oggi i manufatti artistici devono essere: chi mai si immedesimerà nel capitano della nave con le sue angosce sotto un bellissimo cielo di stelle, o nella moglie di Klinghoffer che lo schiaffeggia per non aver protetto il marito? Non sai mai da che parte stare – e questa è la forza dell’opera.
Siamo tutti sulla stessa barca insomma. Meno male che c’è il ballo. I ballerini vengono molto applauditi, in un applauso tanto tanto liberatorio, direbbe il Gianfranco Funari di Guzzanti. Il ballo mette d’accordo tutti – nonostante la coreografa abbia il nome inequivocabile di Ella Rothschild (ed è subito complotto pluto-giudo). Il ballo spesso compare nell’opera guadagninesca come in Suspiria o Queer, forse di ispirazione bertolucciana (ma anche Adams è un feticcio, in After the Hunt, il college-movie di Guadagnino, il marito della professoressa Julia Roberts mette proprio il Klinghoffer a palla sullo stereo, mentre cucina). Molti applausi anche per il libretto della poetessa Alice Goodman, presente in sala — Guadagnino l'ha abbracciata commosso a fine recita. Il direttore Lawrence Renes rileva come la musica di Adams sia di “una bellezza straordinaria, ma richiede anche uno sforzo enorme da parte di tutti: orchestra, coro, cantanti e direttore”. E pure spettatori. Che sono lì ad applaudire in un misto di smoking e braghe corte. Molti giovani bien milanesi, alti, glamour da Spoleto o da première viscontiana dei tempi d’oro (c’è stato anche un film su Klinghoffer, L’Achille Lauro – Viaggio nel terrore, col vecchio Klinghoffer interpretato da Burt Lancaster). Ma una felpa “Achille Lauro” con lettering simpatico indossata qui in scena al Maggio forse diventerà gadget e merch? – ma non è opera di Jonathan Anderson, direttore creativo di Dior, sodale del regista, che pure è in platea insieme all’altra star globale Damon Albarn, frontman dei Blur.
E poi ci sono il Giani, la Boschi, la sindaca Funaro, Antonella Boralevi con la sua falcata da amazzone, Cesara Buonamici reduce dal “Grande Fratello” e col suo baldo marito israeliano Joshua, e Jovanotti, Jas Gawronski, Roberto e Anna D’Agostino, Zubin Mehta – e poi cena istituzionale nel teatro col sovrintendente Fuortes che gongola per il gran successo. Renzi, in smoking, si collega con La7, mentre qui dietro alla Leopolda si tiene un rave con musica elettronica. Rimane il dubbio: qualcuno ancora si ricorderà dell’Achille Lauro originale, cioè del dirottamento? Confuso con la star neo-califanica che nelle stesse ore fa una cantata di lancio alla Fontana di Trevi a Roma. Susan Bullock, che è Marilyn Klinghoffer, in gonna a fiori, e Laurent Naouri, un Leon Klinghoffer in braghe corte che dice “avrei dovuto mettermi un cappello per il sole” prima di essere ammazzato, potrebbero essere invece una delle milioni di coppie di turisti americani che allignano a Firenze in questa primavera-estate, in una città affollata come una crociera, vabbè.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).