Paolo Jannacci: “La musica deve recuperare la dimensione fisica”

La musica presa sul serio e un album a settembre: "Per realizzarlo ho impiegato quasi cinque anni e mille ripensamenti, centellinando ogni nota e parola con una cura maniacale dei missaggi. Nulla a caso". Intervista

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19 APR 26
Immagine di Paolo Jannacci: “La musica deve recuperare la dimensione fisica”
Così simile e così diverso da Enzo suo padre, Paolo Jannacci prende la musica sul serio ma gli difetta il narcisismo di molti colleghi. Per capirlo meglio suggerisce di ascoltare “Alla ricerca di qualcosa”, un brano che racconta la sua infrangibile fragilità. Produce poco perché è pignolo, non ama la musica smaterializzata e si rifugia nei live. Dopo tanta gavetta non può farsi una ragione che sembrino tutti bravi grazie all’Intelligenza artificiale, perciò si mette al pianoforte e si diverte trascorrendo da un genere all’altro, dai brani del padre alla canzone internazionale, dal jazz al rock’n’roll. In duo col trombettista Daniele Moretto inaugurerà il 24 aprile a Napoli il Maggio della Musica, la rassegna che il direttore artistico Stefano Valanzuolo conduce nella tradizionale sede di Villa Pignatelli.
Nell’epoca della “musica liquida” quale significato assume l’esibizione dal vivo?
È più importante di prima, perché nel live si realizza la centratura fra il pubblico e l’artista. Stiamo rischiando di consumare la musica a frammenti come un passatempo che scorre sullo smartphone, un riempitivo del rumore d’ambiente, che vanifica gli sforzi di chi lavora bene. Nel live invece c’è il racconto del momento, la scelta dei brani, le luci, una storia diversa ogni singola sera, magari pure l’errore che ricorderemo più di un concerto perfetto. Ascoltare dal vivo è un balsamo contro l’aridità intellettuale e spezza l’abitudine di avere tanto o troppo, che finisce per svalutare ciò che si possiede perché tanto basta un clic.
Quali emozioni live ripesca a prima vista dal cassetto?
A Zelig ho suonato con orchestre dal vivo per tre anni passando da Gershwin al pop, dalla canzone d’autore alle colonne sonore ed è sempre una sfida, ma tra le esperienze più divertenti penso a quella con J-Ax e Fedez mischiando tanti stili in un tour fatto un po’ per follia e un po’ per amicizia. Però le ossa me le feci davvero con mio padre nel ’92: mi buttò in mare senza braccioli perché ci esibivamo in duo ed era assai esigente. Quando mi mise una fisarmonica tra le mani e gli ricordai che non sapevo suonarla scrollò le spalle e rispose “vabbè, imparala!”
Esagerava?
Non si spaventava mai dei rischi che comporta la coerenza al proprio modo di sentire. Se una cosa la sentiva giusta non s’autocensurava. Credo che oggi uno dei problemi principali nella musica leggera italiana sia proprio la paura di esagerare: troppa autocensura persino nelle strutture melodiche. Ricordo un anno che guardavo con mio padre il Festival di Sanremo e quando si esibì Gigi D’Alessio esclamammo: finalmente una canzone. Bisognerebbe smetterla di “fare meno”.
Non ce l’ha con la musica commerciale?
Un tempo si storceva il naso a parlarne, ma con la smaterializzazione della musica non c’è nemmeno più quel rientro economico. Sono un fautore dell’oggetto disco e credo che abbia pure un’importanza psicologica: prima compravi un album, lo ascoltavi, leggevi i crediti, acquisivi informazioni. Ora il consumo sbriciolato non arricchisce più, porta a un’involuzione dell’ascolto, alla fruizione casuale. Un album andrebbe ascoltato nella sua interezza, perché magari contiene brani che non sono da hit ma nemmeno meritano di essere dimenticati e aspirano a una vita propria.
Sta preparando un album?
Uscirà a settembre. Per realizzarlo ho impiegato quasi cinque anni e mille ripensamenti, centellinando ogni nota e parola con una cura maniacale dei missaggi. Nulla a caso. Rido a pensare che chiunque, con l’Intelligenza artificiale, potrebbe realizzare in un’oretta un lavoro che uscirebbe accanto al mio. Non sono contrario all’IA finché è un addendum, ma un artista deve avere il suo stile, le sue peculiarità. Purtroppo l’attenzione dell’ascoltatore medio sarà uguale sia rispetto a un album frutto di tanta fatica sia rispetto a un prodotto confezionato all’istante. Nascono canzoni ogni minuto.
L’album uscirà anche su supporto fisico?
Ci sarà il vinile. Non è questione di passatismo, ma di qualità. Vale lo stesso per i film: se dismetti i dvd trovi i titoli soltanto online, ma magari li rimuovono o devi ripagare la visione oppure trovi un’edizione ridoppiata. Per esempio “I predatori dell’arca perduta” con il doppiaggio nuovo è un altro film, ed è inguardabile.
Milano somiglia ancora a quella raccontata da suo padre?
È diventato più difficile spostarsi, la città è meno fruibile e i milanesi non hanno più, come una volta si diceva, il cuore in mano. Se lo tengono in tasca ben protetto, ma sotto la superficie più arrabbiata conservano ironia e voglia di andare avanti.
Il celeberrimo brano “Quelli che…” andrebbe aggiornato?
In occasioni speciali già lo faccio, di solito con Enzo Gentile. Ultimamente ci abbiamo messo quei medici che sbagliano diagnosi e rimandano a casa un infartuato.
Suo padre fece il medico fino alla pensione.
Visse tante vite in una ed ebbe la fortuna di staccare periodicamente dalla professione grazie alla musica, con cui entrava in tutt’altra dimensione. Era un medico di quelli che credono al giuramento come a una vocazione: se c’era da fare una visita prendeva l’auto e andava a domicilio, non concepiva di risolverla al telefono. Rifuggiva dal cattolicesimo degli stereotipi, ma aveva Cristo come figura di riferimento. Un punto fermo che condivido.