La bicicletta, la poesia, l'amore. Vivian Lamarque compie 80 anni

“Il segreto della scrittura è non pensarci. Una bella parola o una bella frase, me la scrivo, poi ci torno, costruisco, correggo, per quello c’è sempre tempo ma non orario”

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19 APR 26
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“Tanti anni fa avevo già cominciato a dire che avevo ottant’anni. E tutti che si complimentavano, ma come li porti bene, ma chi l’avrebbe mai detto, ma ne dimostri almeno dieci, e poi almeno sette, e poi almeno cinque di meno, e quei complimenti ormai li aspettavo, quasi li pretendevo. Adesso, che gli ottant’anni li sto per compiere davvero, non so ancora se mi limiterò ad aggiornare la cifra oppure a riportarmi avanti nel tempo”. Domenica 19 aprile Vivian Lamarque compie ottant’anni. Trentina di Tesero, milanese di viale Certosa, poetessa scrittrice traduttrice, li ha già festeggiati ad Ardea (“Quanti posti dove non sono ancora stata”) al Museo Giacomo Manzù con una mostra di teatri in miniatura di Fernanda Pessolano dedicati ad alcune sue fiabe, e li festeggerà a Napoli in un festival della poesia (“Parigi varrà una messa, ma Napoli vale sempre un viaggio, un viaggio a Napoli è un regalo irrinunciabile”). Lei scende da casa, sale sulla 90, l’autobus che lungo la circonvallazione arriva alla Centrale, attraversa gli androni, risale lungo scale e marciapiedi e giunge alla carrozza, la prima cosa che fa è “tirare su le tendine ai finestrini, mi sembra così un peccato viaggiare al buio, all’oscuro, senza guardare il paesaggio, l’Italia è bellissima, anche dal treno. Invece quasi tutti se ne dimenticano, o forse non lo sanno più, si tuffano sui telefonini e non si guardano più intorno né fuori, chiusi in sé stessi su uno schermo irreale. Però ogni tanto conquisto grandi soddisfazioni. Proprio andando dalla Centrale a Termini, una donna davanti a me non ha fatto altro che guardare fuori dal finestrino tutto il tempo, compresi venti minuti di una nebbia ormai rara, e sembrava incantata, come se quel panorama che scorreva fosse un racconto, un romanzo, una favola. Non ho resistito e gliel’ho detto”.
Piccole complicità ferroviarie o stradali: “E pensare che fino a qualche anno fa, prima ancora di decidere di aver già compiuto ottant’anni, andavo ancora in bicicletta. Imparai tardi, forse in prima o in seconda o in terza media, durante le vacanze estive a Darfo, in Val Camonica. A pedalare e rimanere in equilibrio mi insegnarono i cugini. Pedalavo sulla loro bicicletta, io non ne avevo una. E sempre lì per la prima volta, dal ciglio stradale vidi sfilare una gara ciclistica, una fila lunga lunga che non finiva mai, tutti applaudivano tanto, e allora applaudivo anch’io, e me lo ricordo ancora dopo una settantina d’anni. A scuola i bambini chiedevano sempre a chi tieni, a chi tieni? A Coppi o a Bartali? Rispondevo Coppi perché forse Bartali nemmeno lo conoscevo. Il salto per l’uso della bicicletta in città avvenne molti anni dopo, ero scesa dalla bici verso i quindici anni e ci risalii verso i trenta, perché a Milano, al QT8, dove ero andata ad abitare con mio marito Paolo e con nostra figlia Miryam che aveva tre anni, non era ancora giunta la linea 1 della metropolitana e gli autobus non erano frequentissimi.
Insegnavo in una scuola privata in via Dante, in centro, all’inizio nel traffico pedalavo un po’ impaurita, ma poi la bicicletta divenne il mio mezzo di trasporto preferito, anche se nel 1975 inaugurarono la fermata della metropolitana”. Tutto le diventa una poesia. L’adozione: “Aprile dal bel nome / quando sono nata / io stessa con nomi curiosi / di bei significati / per dire che ero pratolina / e questo e quest’altro / e che dovevo vivere / (da una parte o dall’altra) / per dire donata / (o donanda)…”. La bicicletta: “In bicicletta / come bambini in bicicletta / come bambini su quella del padre / della madre giovani giganti / seduti dietro o davanti a dire / oh guarda chi c’è saluta / con la manina non mettere / i piedi nelle ruote, in bicicletta / con una mano con nessuna mano e a chi tieni / a chi tieni a Bartali a Coppi?…”. L’amore: “Il primo mio amore il primo mio amore / erano due…”. Che tipo, Lamarque. Piccolina (“Uno e cinquantotto, ma lentamente si perdono centimetri, dove andranno a finire?, uno e cinquantasei, uno e cinquantaquattro, quando sarò uno e cinquantadue avrò la soddisfazione di poter dire di essere alla stessa altezza di Emily Dickinson”), spontanea, leggera, allegra. Tra un “amo l’infanzia di tutti e un “amo la vita”, ecco “un’altalena fra grandi amori che poi perdevo”, però felice di incontri (“Ho visto una sedia con su un vecchio: dall’autobus, su un balcone, nella città”) e scoperte (“Dal balcone ho visto un autobus, doppio, bianco, sembrava un gigantesco verme che si muoveva fra alberi e marciapiedi”), e ancora amori (il libro “L’amore da vecchia”, del 2023: “Grandi i vantaggi di innamorarsi da vecchia, ma non bisogna dirlo, e allora lui non ti dirà mai di no e non ti tradirà, e l’amore durerà finché lo vorrai tu”), accorgimenti (“Quando ti viene un’idea, bisogna dirla subito. Quando una parola o una frase ti colpisce, bisogna scriverla subito”) e liste (“Come un libriccino dove elenco tutte le cose belle che mi succedono: un piccolo seme piantato in un vaso solitario, una molletta o una monetina trovata sulla strada, la carta di credito che pensavo perduta chissà dove e invece ritrovata nella tasca di un abito”).
Le piantine sono una passione: “Prendo e pianto, colgo e ripianto, un viavai di vita dal balcone alla città”. Certo, alla morte ci si pensa: “Cremarsi o seppellirsi, questo è il problema. Io faccio i conti, è più forte di me: di persone e anche personaggi guardo l’anno della nascita e quello della morte, da questi ricavo l’età finale, lo faccio a mente sottraendo con il riporto di, e poi faccio le mie considerazioni, tanto, poco, abbastanza, però, magari, ma sì dai”. L’ispirazione viene e va: “Il segreto della scrittura è non pensarci. Una bella parola o una bella frase, me la scrivo, poi ci torno, costruisco, correggo, per quello c’è sempre tempo ma non orario”. Vivian, un consiglio di sopravvivenza? “Mi viene in mente una vignetta di Schulz, una dei Peanuts. Charlie Brown che sospira ‘un giorno moriremo tutti’ e Snoopy che ribatte ‘ma tutti gli altri giorni no’”.