I dolori di Lena Dunham, che ha ballato un tango tossico con la celebrità

Nel memoir “Famesick”, Lena Dunham racconta il successo precoce, la dipendenza e le relazioni distruttive. Un’autobiografia senza sconti su cosa significhi non saper reggere la fama

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18 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:46 PM | 20 APR 26
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Lena Dunham a Philadelphia durante il tour di presentazione del suo libro Famesick (foto di Gilbert Carrasquillo/GC Images)

Avent’anni anni e poco più era famosa e apprezzata in tutto il mondo – quello che guardava la televisione senza disprezzare la narrazione seriale: “Girls”, sulla Hbo, fu candidato a otto Emmy – e vinse un paio di Golden Globe, uno come migliore attrice. Con il suo libro “Not That Kind of Girl” arrivò in cima alla lista dei best seller del New York Times, categoria “non fiction” – dopo un’attesa spasmodica e molto chiacchierata, per una copia a uso recensione bisognava declinare generalità e testata. Prima, aveva vinto un Independent Spirit Award con il suo primo film “Tiny Furniture”. La più brillante delle carriere, per una ragazza che avesse voluto farsi strada nel mondo dello spettacolo. Brutalmente interrotta da un ricovero in rehab, dove entrò con il falso nome di Rose O’ Neill, la prima autrice americana di fumetti: “Era come il college, a parte il fatto che parecchi degli ospiti avevano problemi con l’eroina”. (La regola era “no shoes”, lei ricorda di essersi tolta gli stivali di Marni, certe cose una ragazza non le dimentica).
Oltre alla droga e all’alcool, il memoir “Famesick” – pubblicato da Random House e uscito ieri (grazie Amazon, che in tempo reale fornisci gli e-book) – racconta relazioni sentimentali violente. Una in particolare con Adam Driver, quando giravano “Girls”. Sapevamo che la serie era assai autobiografica, ma non fino a questo livello di precisione – del resto, Lena Dunham chiarisce prima di cominciare “questo non è un libro inventato”. Poi precisa: “Qualche dettaglio è stato cambiato, sono venuti in aiuto taccuini, diari, e-mail, referti medici”. Indispensabili, i referti, per certificare le molte sofferenze della scrittrice, che soffriva e soffre di endometriosi (c’è tutta una letteratura in proposito, medica e no, se volete maggiori ragguagli). Lena Dunham confessa di aver ballato un “toxic tango” con la celebrità e i media. Ora è sposata con Luis Felber, il suo cuore di fanciulla ha voluto l’abito bianco e un fiocco in testa. Nel 2018 per presenziare al Gala del Metropolitan ebbe un permesso speciale, e i suoi ricordi sono avvolti in una nebbia. Allo scoccare della mezzanotte, fu caricata su un Suv e riportata nel rehab in Massachusetts.
Come succede con le vere celebrità, la campagna stampa per l’uscita del memoir è martellante. Anticipazioni sul severo Guardian, sul gossipparo People, e una lunga intervista sul New York Times: c’è anche l’audio da ascoltare, e dura un’ora. “Avevo tutto quel che avevo desiderato, e non riuscivo a gestirlo”, spiega. Anche a David Marchese che la intervista per il New York Times. “Ero il capo di Adam Driver, avevo scritto ‘Girls’, ero produttore e interprete della serie piaciuta a Judd Apatow, ma mai ho pensato di impormi dicendo ‘Qui comando, io’” (volarono le sedie).
I geni ti strappano le viscere, sostiene. Tutti, tranne suo padre che fa il pittore e “non farebbe male a nessuno” – scrive Lena Dunham. Dopo aver letto il memoir, il genitore ha commentato: “Non capisco perché tu voglia pubblicare queste cose”. L’intervistatore si improvvisa psicoanalista (senza grande successo, per la verità). L’intervistata precisa che “Famesick” non appartiene al genere “revenge writing” – resa dei conti a mezzo romanzo, si potrebbe dire. Ma la ragazza ormai quarantenne insiste: “Avevo successo e soldi, perché mi disprezzavano?”.