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Come abitare la nuova scomodità del mondo. La risposta ottimista in un saggio
“La fine della fine della storia” propone di affrontare la crisi internazionale accettando la perdita del mondo passato. Il suo autore intreccia analisi geopolitica e riflessione psicologica, denunciando l’entropia cognitiva dell’era digitale e rilanciando la politica come speranza
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18 APR 26

La società statunitense Meta, proprietaria di Instagram e WhatsApp, ha costruito il proprio modello di business sul controllo e sulla valorizzazione dei dati (foto Ismail Kaplan/Anadolu via Getty Images)
Con il suo saggio “La fine della fine della storia. Abitare la scomodità del mondo”, Gabriele Segre si cimenta in un esercizio arduo: la ricerca di un racconto globale in grado di qualificare la crisi internazionale che stiamo vivendo. Il concetto fondamentale di questo libro è quello del lutto. Segre associa la politica internazionale alla psicologia per illustrare come sia necessario mettersi in lutto per il mondo che fu, al fine di proiettarsi meglio nel mondo che sarà. Il merito del saggio sta nell’associare a una puntigliosa analisi delle evoluzioni internazionali alcune considerazioni psicologiche fondamentali, utili a determinare gli strumenti necessari per superare la crisi. Non a caso, l’autore rimette in discussione un concetto chiave: quello della “fine della storia”, che non interpreta in modo ciclico, ma come una crisi strutturale. Colpiscono i passaggi in cui Segre dimostra come la nostra relazione odierna con la tecnica sia diventata più un problema che una soluzione. Essa costituisce infatti una forma di prigione cognitiva dalla quale fatichiamo a liberarci per rinnovare il nostro sguardo sul mondo. La denuncia di un “dominio dei dati” che esercita una forma di totalitarismo cognitivo sulle scelte appare di grande lungimiranza. Segre propone una lettura geopolitica delle crisi, a cui affianca una critica serrata della digitalizzazione sfrenata. Questo connubio non solo riduce le nostre possibilità concrete in un mondo reso più complesso e aggressivo, ma ci rinchiude anche in spiragli di percezione ristretti, “chiusi nelle nostre camerette”, dove la ripetizione ossessiva degli stessi messaggi negativi produce un ulteriore effetto di regressione collettiva e individuale.
Questo libro parla di geopolitica, ma costituisce soprattutto un appello politico alla ricerca di discorsi e riflessioni che ci permettano di proiettarci verso un futuro positivo nonostante la crisi. Una domanda fondamentale posta dall’autore riguarda la politica come esperienza condivisa e comunitaria, capace di prevalere non solo sull’entropia provocata dalle crisi, ma anche sull’entropia cognitiva. Segre sostiene che “il mondo di prima” non tornerà più. Tuttavia, si intravede una via d’uscita: se il problema risiede negli strumenti e non solo nello stato realista delle cose – quello di un ritorno a una logica di potenza e di “guerre fra le nazioni”, per dirla con Raymond Aron – allora la battaglia cognitiva non deve essere sinonimo di una disfatta inevitabile. La speranza, infatti, deve permetterci di ritrovare le vie di racconti comuni, necessari preludi alla pacificazione.
Questo saggio di politica alta offre chiavi di lettura molto interessanti su come attraversare questa fase di crisi. Apre la strada a ulteriori riflessioni, per esempio sulla crescita (o il ritorno) della sociologia della violenza come modalità d’azione prediletta da parte di alcuni attori chiave, come Russia, Stati Uniti e Israele. Tendenze che andrebbero analizzate anche nel loro contesto nazionale, per meglio definirne le coordinate interne. Ciò, tra l’altro, illustra il movimento a cui stiamo assistendo oggi: quello di una necessaria differenziazione dell’Unione europea nei confronti di questi attori.
Segre pone al centro del dibattito il problema della politica, intesa sia come luogo sociale e istituzionale, sia come funzione di mediazione. Una riflessione che potrebbe essere proseguita insistendo sulle teorie dell’integrazione e del federalismo europeo, inteso come risposta necessaria e concreta per contrastare le spinte nazionaliste derivanti dalla crisi. Queste ultime dimostrano, però, che la consapevolezza dei problemi deve portarci a rivalutare il nostro patrimonio istituzionale democratico. Il riferimento a una cultura della speranza è fondamentale: un sinonimo di quell’ottimismo che, partendo dall’accettazione del lutto del mondo che fu e da un sano realismo, ci permette di rimbalzare anche nei momenti di crisi. Il cammino dell’autore incrocia quello della cultura ottimista di questo giornale, coltivando la capacità di guardare oltre, nonostante tutto.
Segre pone al centro del dibattito il problema della politica, intesa sia come luogo sociale e istituzionale, sia come funzione di mediazione. Una riflessione che potrebbe essere proseguita insistendo sulle teorie dell’integrazione e del federalismo europeo, inteso come risposta necessaria e concreta per contrastare le spinte nazionaliste derivanti dalla crisi. Queste ultime dimostrano, però, che la consapevolezza dei problemi deve portarci a rivalutare il nostro patrimonio istituzionale democratico. Il riferimento a una cultura della speranza è fondamentale: un sinonimo di quell’ottimismo che, partendo dall’accettazione del lutto del mondo che fu e da un sano realismo, ci permette di rimbalzare anche nei momenti di crisi. Il cammino dell’autore incrocia quello della cultura ottimista di questo giornale, coltivando la capacità di guardare oltre, nonostante tutto.