Le riflessioni di Alessandro Campi

E’ ancora possibile raccontare la politica senza pregiudizi ideologici? La risposta in un libro

di
17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:24 AM
Immagine di Le riflessioni di Alessandro Campi

Foto LaPresse

Alessandro Campi è tra i più acuti commentatori dei fatti politici del nostro paese. Professore ordinario di scienza della politica, al contempo editorialista su varie testate, unisce alla dimensione della riflessione teorica propria dello studioso – non solo di scienza della politica, ma anche di storia del pensiero politico – quella pratica tipica dell’osservatore. Non si tratta quindi del classico accademico, almeno per come viene concepita tale figura nell’immaginario comune, che si stacca dalla realtà per rifugiarsi nella torre d’avorio del mondo delle idee. Un po’ come il filosofo e sociologo francese Raymond Aron, di cui Campi non a caso è uno dei più importanti studiosi. Già animatore di quella eccentrica e forse pure insuperata “impresa” culturale che fu “Ideazione”, direttore della “Rivista di Politica”, trimestrale di studi politici in senso lato, indirizzato in primo luogo agli universitari ma apertamente indirizzato pure a un pubblico più ampio, nonché direttore dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Campi cerca di far rivivere la tradizione del realismo politico per esaminare la realtà quotidiana della politica. E lo fa da anni ormai anche attraverso diversi volumi, l’ultimo dei quali, Autoritarismo, populismo, nazionalismo, pubblicato come altri suoi scritti dall’editore Rubbettino, affronta alcuni dei temi più di attualità richiamati fin dal titolo. L’idea è quella di evitare di rincorrere mode e fumisterie ideologiche proprie sia dell’accademia sia della pubblicistica.
Pensiamo al populismo, soprattutto. Parola tanto abusata da aver perso, ammesso che lo abbia mai avuto, qualsiasi riferimento concettuale. D’altronde, ricorda Campi, un autore che ebbe molto da dire in merito, lo storico americano Christopher Lasch (proprio tra le figure il cui pensiero “Ideazione” cercò di far conoscere), viene oggi spesso trascurato. Se consideriamo il “dibattito” sul tema, in corso ormai da qualche lustro, ciò che appare evidente è che si tratterebbe di una malattia incistatasi a destra, per la precisione nell’estrema destra. Come se a sinistra, invece, fosse del tutto assente, o, meglio ancora, si caratterizzasse come una forza “buona” (si pensi a quanto scritto da Ernesto Laclau o Chantal Mouffe). E ancora, i fenomeni dell’autoritarismo e del nazionalismo, in qualche modo legati tra loro, così come al populismo. Sì, perché sono considerati tutti “ismi” che caratterizzano alla radice movimenti e partiti di destra, che l’intellettuale medio mette insieme alla stregua di un pastone unico: pensiamo solo al fatto che Javier Milei viene accostato in maniera quasi interscambiabile a Donald Trump, Giorgia Meloni o anche Viktor Orbán. Insomma, la tipica visione – nel senso di proiettare nella realtà un nostro pregiudizio ideologico – per cui tutto ciò che è considerato “nemico” appare indifferenziato. Solo che questo modo di fare non è poi molto utile alla comprensione di quel che ci circonda, ma serve solo a creare uniformità e forse anche a sollevare dalla responsabilità di andare a fondo nello studio di un fenomeno. Ecco allora perché sembra più proficua la lente del realismo: essere realisti, scrive Campi, “significa provare a essere concreti, oggettivi e pragmatici; significa cercare di sfuggire le astrattezze dell’intellettualismo e le spiegazioni semplicistiche, tali da risultare entrambe spesso false o deformanti rispetto al mondo reale che vorremmo invece poter cogliere e comprendere nella sua immediatezza e profonda verità”.