Artemis II è l'umana curiositas che attraversa la storia

La nuova missione lunare ci ricorda che la tensione alla conoscenza rappresenta sempre il desiderio di comprendere sé stessi

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14 APR 26
Immagine di Artemis II è l'umana curiositas che attraversa la storia

Foto LaPresse

Le immagini della missione Artemis II, quei quaranta minuti di silenzio durante il passaggio sul lato nascosto della luna, i volti dei quattro astronauti di ritorno dal punto più lontano mai raggiunto nella storia dell’umanità non sono solo emozionanti, ma appaiono come il vertiginoso riflesso del desiderio che da sempre spinge l’essere umano a varcare le soglie dell’orizzonte, quella curiositas che attraversa la storia dettando gli imperativi che hanno condotto ad appassionate, pericolose, talora folli imprese: per conoscere, per capire, per la necessità di sapere che cosa sta al di là del visibile e dell’apparente. “Non si varca l’oceano. Fin dai tempi antichi, chiunque vi sia giunto non è riuscito ad attraversare quel mare”, si legge in un antico testo dei sumeri: avvertimento destinato a essere poi contraddetto, o quantomeno sfidato dal tentativo dell’uomo di superare in qualche modo sé stesso, di oltrepassare i confini imposti dalla sua condizione fatta di limite, fragilità, contraddizioni. Talora a costo di rischi altissimi, come avvenne ai primi che, con il vento alle spalle e l’oceano davanti a sé (Terre incognite, si legge ai margini di carte geografiche del passato) tentarono coraggiose traversate per mare. Si tratta, nei tempi antichi come oggi, di un superamento delle Colonne d’Ercole, di quel folle volo che viene descritto in modo definitivo dai versi di Dante: “per seguir virtute e canoscenza”. L’orazion picciola che Ulisse rivolge in quell’immaginaria occasione ai compagni accende in essi un ardore inaspettato che si riverbera in ogni successiva impresa.
E’ il mistero contenuto già nella prima parola dell’Odissea, il poema del desiderio, della conoscenza, del viaggio: anér, uomo. “L’uomo cantami, o Musa”. Certo, un uomo particolare che ne è protagonista ma, ancor più, l’uomo stesso, l’uomo in quanto tale. In quell’opera intessuta di mancanze e nostalgie, Omero, per descrivere l’identità dell’essere umano, racconta la storia di un viaggiatore guidato da un’ardente nostalgia di casa, ma al contempo dal desiderio di esplorare il mondo che lo circonda. Un desiderio vasto come il mare e sconfinato come la volta celeste che, nel suo silenzio, pare essere per il soggetto memoria di sé stesso, della piccolezza e insieme della nobiltà – come descrive Leopardi – dell’essere umano: “Quando egli considerando la pluralità de’ mondi, si sente infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, (…) e perde quasi sé stesso nel pensiero della immensità delle cose (…); allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà”. Forse è destino che la spinta all’esplorazione e la nostalgia del ritorno si intreccino, nella storia, fino all’intuizione della loro misteriosa unità, là dove meta e cammino vengono a coincidere nel paradosso evidenziato da Nikos Kasantzakis: “Anima, la tua patria è sempre stata il viaggio”. Le parole di Omero, come quelle di altri dopo di lui, attraversano la storia accompagnando le imprese di ogni tempo. E giungono, sorprendenti, fino alle imprese spaziali del nostro tempo, mostrandoci che la tensione alla conoscenza è sempre, in ultima analisi, desiderio di comprendere sé stessi. “Dove stiamo andando, dunque?” chiede Enrico di Ofterdingen, nell’omonimo romanzo di Novalis, a colei che gli sta innanzi: “Sempre verso casa”.