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Come Montale riuscì a dire l’indicibile su uomo e futuro
Una penna andata oltre la poesia e che profetizzava gli effetti "nefasti" dell'avvento della comunicazione di massa già nel 1959
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11 APR 26

Foto Olycom
Di Eugenio Montale intellettuale, saggista, critico della società e della cultura si è sempre saputo e parlato poco. La sua fama di poeta ha messo in ombra le sue idee, la sua vis polemica e i suoi giudizi sull’idea del progresso inteso come miglioramento generale e generico che non comporterebbe rischi, perdite, regressioni.
Quanto Montale ha scritto da critico della cultura si trova soprattutto nel volume Auto da fé (1966), che raccoglie i suoi articoli e saggi migliori. E’ in quelle pagine che si vede quanto Montale appartenga alla famiglia dei poeti intellettuali moderni in conflitto con la modernità. Una famiglia culturale ormai estinta o quasi, che va da Leopardi, Heine, Baudelaire fino a Machado e Valery, Eliot e Auden. In passato mi è capitato di dire che Auto da fé è un libro che ha anche molto in comune con i Minima moralia di Adorno, con il vantaggio di essere scritto in una prosa meno filosoficamente gergale, più limpida e accessibile (Montale pensatore non si è certo nutrito di Hegel e Marx).
La critica culturale e sociale esercitata negli articoli di Auto da fé prende spunto dalle trasformazioni artistiche e dalla loro “disumanizzazione” tecnicistica:
“E’ un luogo comune – o era tale sino a ieri – che l’arte non conosce progressi o evoluzione (…). Oggi questa verità sembra essere contraddetta dal crescente peso della tecnica in tutte le arti, e della sempre maggiore adattabilità del pubblico ai trucchi di laboratorio dell’artista (…). Il nostro tempo è visivo e acustico, ma non sa che farsene della musica, della pittura e della poesia. Si è diffuso cioè un ‘gusto spettacolare’, con una serie di meccanismi per la produzione del successo di pubblico. Nell’insieme, si tratta di una ‘macchina a effetto’ per la ‘divulgazione di trovate tecniche’ con le quali si eccita superficialmente il gusto delle masse” senza per questo incrementare la diffusione qualitativa delle arti.
Quando parla di arte e arti Montale non trascura affatto le ragioni e gli effetti della comunicazione sociale e dei suoi nuovi mezzi. Già nel 1959 scrive: “Mentre cresce di giorno in giorno la polemica contro gli effetti nefasti della comunicazione di massa resa possibile dalla nuova civiltà industriale e dalle sue scoperte (i famosi mass media di cui si cibano voluttuosamente psicologi, sociologi, politecnici, psicotecnici, funzionari dell’Unesco e altrettali mostri), una voce più temperata vorrebbe ammonirci dicendo che l’industria e il macchinismo possono, sì, danneggiare lo spirito, ma ciò dipende soltanto dal loro cattivo uso (…). Come è possibile sostenere che la massificazione dell’individuo, l’imbottire i cervelli, l’appiattimento del singolo sulla massicciata del collettivo siano effetti del cattivo uso di macchine e invenzioni meccaniche, quando l’assetto meccanico del reale, già denunciato da Goethe, era già nell’enciclopedismo e nella successiva rivoluzione industriale? (…) Quale potrà essere il buon uso dei mass media in un futuro formicaio umano eventualmente scampato a una guerra atomica? (…) Le ipotesi ottimistiche muovono dalla supposizione che l’uomo resti estraneo alla macchina, non ne sia modificato e sia anzi in grado di volgerla a migliori fini (…). Le comunicazioni di massa sono il fondamento della nuova industria culturale, fatalmente portata ad allargarsi su un piano sempre più basso, raggiunto il quale sarà sempre possibile sperare in nuove bassure, realizzando l’ipotesi di un futuro uomo stereofonico, incapace di una visione analitica del reale, refrattario a ogni possibilità di sintesi e di sintassi”.
A questo punto Montale chiede aiuto a Kafka e alla sua visione di una misteriosa e mistica macchina chiamata Odradek: “Pochi scrittori hanno descritto in forma di parabola l’avvento dell’uomo-massa come Franz Kafka, che scrisse: ‘Tutto poggia su un equivoco e grazie ad esso andiamo in rovina’. E poi: ‘Odradek, un nome dall’etimo sfuggente, che indica un congegno mobile. Forse Odradek ebbe in passato uno scopo? No: il tutto è senza senso, ma nella sua natura compiuto. Odradek si può anche interpellare, gli si può domandare ‘come ti chiami’ ed egli o esso risponderà ‘Odradek’. (…) Dell’Odradek che è in noi non si può dire che usi la violenza: e se è vero che ancora ci riesce dolorosa l’idea che debba sopravviverci, i nostri figli non proveranno più alcun dolore: la loro identificazione con il mobile congegno sarà perfetta. Sì, qualcosa deve essere stato trascurato nella difesa della nostra patria, cioè nella difesa della persona umana’”.
Con l’aiuto di Kafka e del suo Odradek ecco che Montale è riuscito a dire anche l’indicibile del suo e nostro meccanico futuro.