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Della nobile arte di persuadere
Gigi Spina, in "Retorica quotidiana", esplora con saggezza e lucidità i pericoli e le potenzialità della parola, tra autenticità e manipolazione
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10 APR 26

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Inostri filologi, specie i filologi classici, scrivono mediamente meglio dei letterati “generici”. L’abitudine a confrontarsi con un oggetto concreto, che non si può eludere, giova alla limpidezza della prosa. Vengono subito in mente Giorgio Pasquali e Sebastiano Timpanaro. Ma io mi ricordo adesso di questa peculiarità leggendo un loro erede vivo e sportivo: Gigi Spina, che per l’editore Damiani ha appena pubblicato un libro delizioso quanto utile dal titolo "Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee". Naturalmente, qui la retorica è la nobile arte del costruire discorsivi persuasivi, non il termine negativo della lingua quotidiana. E’ anzi la denigrazione di una tale arte il bersaglio polemico del pamphlet di Spina, che fustiga la diffusa excusatio del “lo dico senza retorica”: inganno a sua volta retorico del nostro rousseauianesimo dal cuore finto in mano – ma anche, ogni tanto, tentativo disperato di smarcarsi da un chiacchiericcio infestato dalle iperboli.
Non meno inquinante, però, è il quasi rovescio del pathos da sincerità, ovvero la falsa modestia di chi finge di farsi piccolo, mentre poi infligge al suo pubblico lunghe orazioni barocche e autoincensatorie. “In un’epoca in cui la competizione e l’autostima sono diventati elementi problematici di una formazione adeguata”, dice benissimo Spina, “sarebbe meglio assumersi (quasi) sempre la responsabilità di parlare in prima persona. Riconoscere che si è fatto di tutto per rispondere a un invito o dichiarare di sentirsi all’altezza del compito – lasciando naturalmente critiche e giudizi finali all’uditorio – potrebbero essere i nuovi topoi da sviluppare e perfezionare”. In generale, bisogna rifiutare l’imbroglio della complicità: quello del “noi” assolutorio che vuole coinvolgere gli altri nelle proprie faccende magari un po’ losche, e quello del “noi” che cerca lo scontro con un altrettanto araldico “voi”. L’autore di Retorica quotidiana ci offre i suoi consigli intrecciando tre categorie aristoteliche (oratore, discorso, uditorio) con le quattro operazioni indagate da Quintiliano sullo sfondo delle definizioni ciceroniane (aggiungere, sottrarre, spostare e sostituire). E lo fa con un ottimo uso degli esempi concreti, d’insegnamento e di vita, che sotto la trama saggistica disegnano un’autobiografia discreta e amabile.
Come in altri filologi, è forte in Spina la passione politica; e memorabili sono qui i commenti ad alcuni discorsi presidenziali o partitici. A poco a poco, dall’Ingrao che nel 1966 riesce a scuotere un congresso comunista scandendo un sobrio “Compagni, non sarei sincero se vi dicessi che sono rimasto persuaso”, arriviamo alla cattiva “parresia” dell’epoca di Grillo e Trump, in cui le sfumature retoriche appaiono monete troppo consumate, e si ha un continuo bisogno di nuove droghe esclamative. Un punto di passaggio arcitaliano tra i due regimi comunicativi è l’oratoria insieme oltranzista e contorta con la quale l’ultimo Cossiga, sorta di Enrico IV al Quirinale, tentò di liberarsi dell’eloquio burodemocristiano così ben riassunto dalla macchietta furiesca di Verdone. Ma molti altri, nel pamphlet, sono gli spunti che meriterebbero un approfondimento. Mi limito a elencare qualche tema: il potere della reticenza, del silenzio o della lingua esopica; il rapporto tra immagine e parola; l’arte della citazione; la relazione tra il discorso e l’ethos di chi lo pronuncia. Come i buoni scrittori, mentre sembra risolvere una questione Spina la riformula.
Cos’è davvero la retorica, questo mezzo ambiguo che fa capolino originariamente nel Gorgia di Platone? E’ un modo per eludere il dialogo autentico, cioè quelle obiezioni dialettiche che Renzi è così bravo ad anticipare inglobandole nei suoi “ma mi direte…”? E’ solo sofistica? E’ ricerca della verità probabile o dell’accordo? Vale la pena chiudere con un dubbio “storico”. Lungo l’età moderna, le regole retoriche si sono trasformate nella caccia al consenso ideologico da una parte, e nella critica “personale” dall’altra. Verso il 1960, però, l’opinione pubblica nata con l’illuminismo si è sciolta nei mass media, e le vecchie regole sono ricomparse sotto nuovi nomi: con Barthes, con Perelman. Hanno trionfato, anche in letteratura, le contraintes arbitrarie di chi non aveva più un uditorio preciso ad assegnare limiti e forme. Oggi, l’età dei social e dell’atomizzazione sociopolitica ci porta ancora altrove. Dato che per ogni tribù ogni termine ha un peso diverso, riscopriamo che la parola è pericolosa. Qual è ormai il confine tra il discorso che cerca un dialogo e quello che vuole spronare a un’azione immediata da Antonio shakespeariano? E qual è il confine tra l’elaborazione di un pensiero e una retorica che, permettendo di argomentare senza riflettere, si consegna all’AI? Una cosa è certa: occorre imparare il senso delle proporzioni. Per esempio, se parliamo di uno Stato di sessanta milioni di abitanti, dobbiamo evitare di dire che “è tempo di ritrovare l’amore per la polis”. E’ nei paragoni sbagliati che si annida la prima minaccia, per la ragione e per l’azione. Questo i filologi come Spina lo sanno meglio di tutti.