Il tramonto dell'umanesimo e l'alba della post-verità

Guida alle dieci parole smarrite (e da recuperare) nell’epoca della politica dell’istante che travolge la politica delle idee

di
8 APR 26
Immagine di Il tramonto dell'umanesimo e l'alba della post-verità

Foto Wikipedia Commons

I dati delle iscrizioni al prossimo anno scolastico in Lombardia, diffusi poche settimane fa, hanno certificato l’agonia del liceo classico: appena il tre per cento dei ragazzi lo frequenterà. La statistica torna in mente dopo avere letto il volume di Venanzio Postiglione Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento (192 pp., 17 euro), da oggi in libreria per Solferino. Torna in mente perché il saggio, una ricognizione dei valori essenziali occidentali in una fase di fortissima incertezza globale, gronda di riferimenti umanistici: vi fa ricorso e ne ricava soccorso mentre la baraonda degli algoritmi, della post-verità, dello scontro fra tutti confonde, smarrisce, avvilisce. Torna in mente, la statistica scolastica, perché è a Milano dove scrive che Postiglione, vicedirettore del Corriere della Sera, fondatore della scuola di giornalismo Walter Tobagi, dedica alcuni tra i passaggi più appassionati. Richiamandone la storia, i primati e “il dovere” di preservare i talenti individuali e “il talento dell’innovazione”.
La cultura classica c’entra talmente che questo libro, indagando sulle “dieci parole tradite” della nostra civiltà, va a riscoprirne anche l’etimologia sanscrita, ne segue la vicenda tra i miti, gli autori greci e latini, quelli della modernità e i contemporanei, con una capacità di unire i puntini che è figlia primogenita dello schiaffeggiato umanesimo.
Postiglione esplora le dieci grandi parole, che “sono la nostra coscienza”, attraverso la sua biblioteca: democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità. Parole “smarrite” ma “non perdute per sempre” a patto di recuperarne il senso, mentre “l’età delle potenze spazza via l’età del diritto: nelle relazioni internazionali. La politica dell’istante travolge la politica delle idee: nelle connessioni tra i leader e gli elettori. La società dell’ansia sommerge la società del dialogo: nei rapporti tra le persone e tra le generazioni”.
C’è bisogno di Archiloco, Dante, Shakespeare, Leopardi come di Ungaretti e Applebaum, di una immersione nel canone dell’occidente con una certa urgenza perché la verità “evapora un pezzetto ogni giorno”; perché non sappiamo più se una foto sia vera o falsa e “a breve litigheremo sugli asini, volano o non volano, magari con (presunti) esperti contrapposti, e a nessuno verrà in mente di andare a vedere dove vivono”.
Così quelle parole chiave si privano del significato millenario, a cominciare da “democrazia” che “si colora di aggettivi impensabili: illiberale, populista, social, coercitiva, artificiale. Un incubo”. Eppure fino a poco tempo fa appariva in “simbiosi perfetta” con la libertà, che oggi è “strattonata, piegata, frantumata” dal vento burrascoso della rete, che avrebbe dovuto esaltarla e invece la solleva “verso una cima assoluta e sconfinata, arrivando a calpestare i diritti degli altri, la mia libertà cancella la tua, sono più forte e quindi prevalgo”: “l’ideologia trumpiana” nota Postiglione “ha sdoganato (anche) la libertà di offesa e di aggressione”.
Si smarrisce nel chiasso la “misura”, vocabolo disprezzato “come fosse una scoria del passato, un vezzo da anziani signori che ascoltano le persone, conoscono la bellezza del dialogo e credono ancora e comunque nell’understatement”: era l’est modus in rebus del poeta Orazio, fu l’abitudine del calviniano Palomar “di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione”.
Oggi il paradosso è che nel circo globale senza metronomo “tutti vogliono contare salvo quando è il momento di contare”, per cui si rincorre il like ma non si va a votare; si ritiene la felicità prerogativa privata laddove “è un bene pubblico come la poesia” e non si misura soltanto con il pil, ricorda Postiglione citando Robert Kennedy, ma si riempie di senso nel rapporto con gli altri, tramite la “fraternità”: altra “parola stracciata” che con “felicità” andava a braccetto. Ricordate Terenzio? “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Sì, nel 2026 i latini e i greci servono più di prima. L’hypocrite lecteur che finga di non saperlo è avvertito: “La sbornia dell’uno vale uno ha mortificato il talento personale e professionale, mentre la democrazia liberale ha bisogno di cultura, studio, ragionamento (se non è diventato una parolaccia)”. “Difficile resistere, necessario resistere”.