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Storia di plagi in opere, parole e tanta musica
Poeti e cantautori, giornalisti e politici. L’arte di scopiazzare è universale, antica e a volte pure inconsapevole. Definirne i limiti è impossibile. E l’AI è una plagiatrice seriale?
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6 APR 26

Han van Meegeren, il falsario più famoso del ventesimo secolo (foto Getty)
Nel 1927 un gruppo di celebri intellettuali americani venne invitato dal Cremlino a fare un viaggio in Unione Sovietica per farsi un’idea del comunismo reale. Del gruppo facevano parte, tra gli altri, la giornalista Dorothy Thompson e lo scrittore Theodore Dreiser, acclamato autore di Una tragedia americana, uscito due anni prima e capolavoro assoluto della moderna letteratura statunitense. Corrispondente da Berlino del New York Evening Post, Thompson avrebbe raccontato l’esperienza nel paese dei Soviet in una serie di articoli sul suo giornale, poi raccolti in un libro uscito nel 1928 col titolo The New Russia. Un mese dopo anche Dreiser diede alle stampe un resoconto del viaggio, Dreiser Looks at Russia, ma la giornalista lo accusò di aver copiato “quasi parola per parola” i suoi pezzi. Lo scrittore liquidò l’accusa con l’improbabile insinuazione che forse era stata Thompson ad aver copiato dai suoi appunti lasciati in un hotel di Berlino.
Proprio in quell’anno, Thompson aveva sposato lo scrittore Sinclair Lewis, che nel 1930 avrebbe vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Il riconoscimento lasciò profondamente deluso Dreiser, quattordici anni più giovane e anche lui nella lista dei possibili premiati. Nel marzo 1931, tre mesi dopo la cerimonia del Nobel, sia Dreiser che Lewis vennero invitati a una cena al New York Metropolitan Club in onore dello scrittore russo Boris Pilnyak. Quando il direttore del club pregò Lewis di parlare, questi rifiutò, dicendo a voce alta: “Sono felice di incontrare il signor Pilnyak, ma non posso parlare in presenza di un uomo che ha plagiato tremila parole dal libro di mia moglie”. Dreiser reagì offeso, dandogli del bugiardo e sfidando Lewis a ripetere l’accusa. Quando Lewis lo fece, gli diede uno schiaffone. Il Nobel lo disse di nuovo, e quello lo colpì una seconda volta con forza al viso. A quel punto i due uomini vennero fisicamente separati. Per la cronaca, confrontando i due libri in una recensione parallela uscita sul Post, il critico Franklin P. Adams aveva concluso che “c’era un alto grado di similarità verbale” tra di loro. Ma più di trent’anni dopo, nel 1963, un altro critico del New York Times, James Donald Adams, presente e seduto accanto a Lewis alla cena dello schiaffo, obiettò che in realtà “sia Thompson che Dreiser avevano attinto alle stesse fonti russe”. Detto altrimenti, avevano “copiato” entrambi.
La disfida dei plagiari americani è uno di oltre cento aneddoti raccontati da Roger Kreuz, docente di psicologia alla University of Memphis, in "Strikingly Similar", uscito da poco per i tipi di Cambridge University Press. La tesi principale dell’autore è che il plagio è sì un mestiere antico, vecchio almeno oltre 2 mila anni, da quando Aristosseno di Taranto, filosofo peripatetico allievo di Aristotele, accusò Platone di aver saccheggiato le opere di Protagora per scrivere La Repubblica. Ma tutto è reso molto complicato dal fatto che del plagio non esiste una definizione precisa, spaziando dal copiare le parole di un altro senza attribuzione (sei consecutivamente, secondo la World Association of Medical Editors) al parafrasare un testo originale.
Tanto più complicato, se ad esempio si parla di plagio musicale, uno dei più diffusi ma anche uno dei più difficili da inchiodare: quando nel 2001 Bob Dylan fu accusato di aver spacciato per originali molte parti del suo album Love and Theft, che in realtà erano di altri autori, lui rispose con un’alzata di spalle dicendo: “Tutto quello che faccio viene dalla tradizione folk e uno si appropria di tutto”. Quanto a Brahms, raccontano che quando alcuni critici fecero notare una certa somiglianza di alcuni motivi della sua Prima Sinfonia con la Nona di Beethoven, obiettò che “qualunque pazzo potrebbe notarla”. Per non parlare di My Sweet Lord, successo post Beatles di George Harrison, così simile a He’s so fine, composta da Ronnie Mack per gli Chiffons, che quando la registrarono, uno dei musicisti si ritrovò a cantare le parole di quest’ultima, i cui diritti erano detenuti dalla Bright Tunes Music Corporation, che fece causa. Un giudice diede ragione alla casa discografica, condannando Harrison a pagare 2,13 milioni di dollari, poi ridotti a 1,6 milioni, pari a oltre 8 milioni di dollari di oggi. In realtà, spiega Kreuz, il plagio è molto spesso un irrisolvibile puzzle, in grado non di meno di troncare carriere o anche rovinare la vita di chi, a torto o a ragione, ne viene accusato.
Per tornare a Platone, un rimprovero di plagio gli era stato mosso perfino da un suo seguace, Alcinoo, il quale però sosteneva che il maestro “avesse attinto abbondantemente da Epicarmo, utilizzando le sue stesse parole”. Dunque, non è chiaro chi tra Platone, Protagora ed Epicarmo avesse copiato chi. Gli antichi greci usavano però ancora il verbo klépto, rubare, mentre il primo a definire plagio l’appropriazione letteraria fu Marziale: piccato perché Fidenzio era uso recitare in pubblico i celebri epigrammi spacciandoli per suoi, protestò con Quinziano, il suo mecenate, metaforicamente paragonando il ladro di versi appunto a un “plagiario”, uno che rapiva schiavi o bambini.

La gustosissima cavalcata di Kreuz è tanto più attuale, oggi che la proprietà intellettuale è diventata una delle grandi questioni poste dall’intelligenza artificiale: cos’è plagio e cos’è un accettabile uso di fonti di ispirazione? Se pensiamo che gli Llm, i modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT o Claude di Anthropic, imparano divorando sterminate quantità di testi protetti da copyright, allora le loro risposte possono essere considerate anche ruberie sistematiche di massa. Di recente Anthropic ha accettato di pagare agli autori usati da Claude 1,5 miliardi di dollari per aver imparato saccheggiando 7 milioni di libri. Ma in fondo, si chiede Kreuz, leggere migliaia di libri e poi produrre qualcosa di proprio non è quello che fa di una persona uno scrittore o una scrittrice? Usare ChatGPT, suggerisce l’autore, non significa rendersi colpevoli di plagio, ma piuttosto scrivere con l’aiuto ufficiale di un ghostwriter. Una conclusione controversa e contestata da chi invece sostiene che usare l’Intelligenza Artificiale per comporre un testo, una melodia o quant’altro è un doppio crimine, perché si copia due volte, la seconda a pagamento.
In realtà, creatività e originalità hanno da sempre una vita difficile. Considerato il padre della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer attinse a piene mani dagli antichi come Virgilio, Ovidio, Boezio e perfino dai suoi quasi contemporanei come Petrarca e Boccaccio, il cui Filostrato fu fonte diretta e fondamentale del Troilo e Criseide. Duecento anni dopo Chaucer, anche William Shakespeare guardò al Certaldese e ad altri autori. Per “Antonio e Cleopatra” il Bardo parafrasò la traduzione inglese della Vita di Antonio di Plutarco fatta da Thomas North, ma la sua era nettamente migliore: “L’atteggiamento dell’epoca – commenta Kreuz – era che i lavori di altri autori si potessero usare, a condizione che uno migliorasse l’originale”. Una distinzione che all’inizio del Novecento T.S. Eliot avrebbe sottoscritto con una celebre battuta: “I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano. I cattivi poeti sfigurano quello che prendono, i buoni poeti ne fanno una cosa migliore o comunque diversa”. Qualcosa, ma parliamo di scrittori, ne sapeva Charles Dickens, il quale all’inizio della carriera combatté per anni contro scribacchini e tipografi che pubblicavano e vendevano versioni contraffatte e pedestri dei suoi romanzi con titoli civetta come Oliver Twiss o Nicholas Nickelbery.
Uno dei fenomeni di plagio più conosciuti è quello dei politici. Da Benjamin Disraeli a Joe Biden sono state molte le figure pubbliche a cercare di ingraziarsi gli elettori appropriandosi delle parole di altri. Perfino la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, approvata il 4 luglio 1776 dal Continental Congress a Filadelfia, non sfugge al sospetto. Fu Thomas Jefferson a redigerne il testo, fra cui la frase immortale: “Noi consideriamo queste verità evidenti per sé. Che tutti gli uomini sono creati uguali e che essi sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi diritti sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”. Peccato però che un mese prima lo Stato della Virginia avesse promulgato la sua Declaration of Rights, scritta da George Mason e pubblicata sulla Pennsylvania Gazette, che affermava: “Tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti e hanno certi diritti inerenti, come il diritto alla vita e alla libertà, con i mezzi per acquisire e possedere beni, e perseguire e ottenere felicità e sicurezza”.
Quando Ronald Reagan, il 12 giugno 1987, a Berlino davanti alla Porta di Brandeburgo, pronunciò la celebre frase “Mr. Gorbaciov tiri giù quel Muro!”, il mondo libero riconobbe in lui il leader che cercava. Ma Reagan non era stato il primo politico americano a chiederlo: due mesi prima, lo speaker democratico della Camera dei Rappresentanti, Jim Wright, lo aveva preceduto nella città divisa pronunciando l’identica esortazione. “Non lo citerò per plagio”, avrebbe sportivamente chiosato Wright, contrariato tuttavia che il credito della Storia andasse tutto al presidente.
E sempre per rimanere ai presidenti americani, pochi ricordano che la carriera di Joseph Biden, allora poco più che quarantenne senatore del Delaware, fu a un passo dall’essere distrutta proprio per un plagio marchiano. Nel 1987, candidato per la nomination democratica alla Casa Bianca, Biden nel discorso introduttivo al primo dibattito con gli altri concorrenti del suo partito in Iowa aveva inserito una lunga frase del leader laburista inglese Neil Kinnock, senza citare la fonte. Fu lo staff di un altro candidato, democratico Michael Dukakis, che poi avrebbe vinto la nomination, a fornire ai giornalisti il video che documentava il plagio. Biden si difese, dicendo che era sotto pressione e non aveva avuto tempo. Ma pochi giorni dopo, il New York Times rivelò che nel suo primo anno alla Syracuse University il giovane studente di legge era stato cacciato da un corso di diritto per aver copiato un paper ed era stato costretto a ripetere l’esame l’anno successivo. Di più, da candidato presidente, sempre nel 1987, aveva usato per filo e per segno le parole di Robert Kennedy in un discorso sui giovani, l’educazione e la salute. Insomma, Biden era un copione seriale. Un mese dopo il dibattito dell’Iowa, il senatore democratico fu costretto a ritirarsi dalla corsa per la presidenza. Come sappiamo non finì lì: sarebbe stato lo stesso rieletto tre volte al Senato e nel 2020 avrebbe infine vinto la presidenza. Chi l’ha detto che il plagio non paga?
Anche le mogli dei politici americani però non sono immuni al vizietto. Nel 2016, alla Convention repubblicana di Cleveland, Melania Trump fu la stella della prima serata, con un discorso calmo e composto davanti ai 2500 delegati, visto da 23 milioni di persone. Solo un giornalista afroamericano, Jarrett Hill, si accorse che qualcosa non funzionava: quelle cose le aveva già sentite. Gli ci volle poco per scoprire che Melania aveva abbondantemente saccheggiato lo speech pronunciato da Michelle Obama otto anni prima alla Convention democratica di Denver. La polemica esplose rovente e fece ombra all’intero evento. L’autrice del testo, Meredith McIver, si assunse la responsabilità di aver inserito passaggi del discorso di Michelle, senza avvertire Melania, scusandosi con entrambi. Ma il vero scandalo non era tanto o solo il plagio, quanto la scelta: Donald Trump aveva infatti attaccato duramente e volgarmente Michelle durante tutti gli otto anni della presidenza Obama e in campagna elettorale, mentre ora la moglie, per sostenere la sua candidatura, copiava la prosa dell’odiata first lady.
Nella vecchia Europa, ci sono politici che trovano ispirazione nel cinema. Nel 2010 l’ex premier britannico Tony Blair pubblicò un libro di memorie, Un Viaggio, nel quale fra l’altro ricordava che al suo primo incontro con la Regina Elisabetta, questa lo aveva accolto con le parole: “Lei è il mio decimo primo ministro. Il primo è stato Winston, quando lei non era ancora nato”. A gridare al lupo, fu il giornalista Peter Morgan, autore della sceneggiatura del film The Queen, in cui si era inventato di sana pianta un dialogo tra Elisabetta e Blair durante il loro primo incontro: “Mr. Blair, lei è il mio decimo primo ministro. Il primo è stato Winston Churchill”. Delle due l’una, o Morgan aveva clamorosamente indovinato quello che aveva detto la sovrana al premier in una conversazione privata, oppure Blair aveva rubato la frase del film inserendola nel suo libro. Blair comunque ha sempre sostenuto di non aver mai visto il film.
Un Paese severissimo con il plagio dei politici è la Germania. Nel 2011, la Süddeutsche Zeitung pubblicò un’inchiesta di Andreas Fischer-Lescano, secondo cui l’allora ministro federale della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, aveva copiato buona parte della sua dissertazione di dottorato, presentata all’ Università di Bayreuth, in Baviera. Potersi fregiare del titolo di Doktor è una cosa molto seria in Germania, definisce un’élite, viene scritto perfino prima del nome sul passaporto. E la strada per ottenerlo, dopo aver conseguito la laurea, che non dà diritto al titolo, è particolarmente dura. Giovane, carismatico, popolare, Guttenberg era l’astro nascente del secondo governo di Angela Merkel, da molti addirittura considerato un possibile erede. Ma non ci fu verso. Appena una settimana dopo la pubblicazione dell’articolo l’Ateneo ritirò il dottorato al ministro, che pochi giorni dopo fu costretto a dimettersi.
L’affaire Guttenberg portò alla nascita di un sito d’inchiesta, VroniPlag Wiki, finanziato con donazioni dei lettori e specializzato nello scoprire casi di plagio nelle dissertazioni di dottorato delle figure pubbliche. Nel 2013, VroniPlag Wiki prese di mira un altro membro del gabinetto Merkel, la ministra dell’Istruzione e della Ricerca, Annette Schavan, amica del cuore della cancelliera, che venne accusata di aver usato materiali senza attribuzione per la sua tesi di dottorato alla Heinrich Heine Unversität di Düsseldorf. Lei negò ogni addebito, ma un ‘indagine interna dell’Ateneo confermò l’accusa, ritirandole il titolo. Anche Schavan si dimise, ma si consolò l’anno dopo, quando Merkel la nominò ambasciatrice della Repubblica Federale Tedesca presso la Santa Sede, dove rimase fino al 2018.
Più fortunata l’attuale presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che nel 2015, quando era ministra della Difesa, fu accusata di aver plagiato parti della sua tesi in ostetricia alla Hannover Medical School nel 1990. VroniPlag Wiki definì tuttavia “moderato” il livello di plagio, mentre l’inchiesta interna dell’università concluse che c’erano “ovvii difetti” ma che “lo schema del plagio non rivela un intento fraudolento”. Von der Leyen si tenne il titolo e il posto di ministro.
L’ombra del plagio ha comunque accompagnato i governi di Angela Merkel fin quasi alla fine. Nel 2019 fu la popolare ministra socialdemocratica della Famiglia, Franziska Giffey, a trovarsi sotto il microscopio di VroniPlag Wiki. Aveva ottenuto il titolo di Doktor dall’Università Libera di Berlino nel 2010. Una prima indagine interna definì “minore” il livello di plagio, ma nel 2021 un secondo esame convinse l’Ateneo a revocarle il dottorato. Giffey si dimise, ma questo non le impedì di continuare e vincere la campagna per diventare borgomastro di Berlino, dove venne eletta sei mesi dopo aver perso il titolo.
Per rimanere ancora in Germania, si potrebbe perfino argomentare che il plagio ha cambiato il corso della recente storia politica tedesca. Nel 2021, tutti i sondaggi davano i Verdi in testa per le elezioni di settembre, le prime da mezzo secolo in cui non c’era un cancelliere in corsa per la riconferma. Per la prima volta, credendo nella vittoria, il partito ecologista nominò perfino un Kanzlerkandidat. La scelta cadde su Annalena Baerbock, co-leader dei Grünen insieme a Robert Habeck. Poco prima della nomina, Baerbock pubblicò un libro sul rinnovamento ecologico della Germania. Peccato però che fosse stato ampiamente messo insieme copiando e incollando testi presi sulla rete. Baerbock ammise di “aver usato fonti pubblicamente disponibili” aggiungendo che “sarebbe stato meglio indicare le referenze”. Ma il plagio era evidente e da quel momento per tutta la campagna non si parlò d’altro. I Verdi crollarono nei sondaggi, finirono terzi al 15 per cento (comunque sopra il risultato del 2017) dietro la Spd e la Cdu. Cancelliere divenne il mediocre Olaf Scholz. Questo non impedì a Baerbock di diventare ministra degli Esteri, carica che ha occupato fino al 2025.
Uno dei fenomeni più interessanti affrontati dal libro di Kreuz è quello che l’autore definisce “plagio inconscio”, cioè l’appropriarsi della prosa altrui senza rendersene conto, concetto che l’autore fa risalire ai filosofi tedeschi Fichte e Schelling. Mark Twain, che già era stato accusato di aver copiato la trama del romanzo Un Americano alla Corte di Re Artù da un racconto dello scrittore Charles Heber Clark, L’Isola Fortunata, ammise di aver inconsciamente “rubato” la dedica di una delle sue opere da quella di un altro scrittore americano, Oliver Wendell Holmes, al quale scrisse una lettera di scuse. Molto cavallerescamente, Holmes rispose che non era stato fatto alcun male e che “tutti noi lavoriamo senza rendercene conto su idee maturate attraverso letture e ascolti, immaginando che siano originali”.
Anche Robert Louis Stevenson si profuse in scuse pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 1894 a soli 44 anni, per i “debiti” che aveva contratto nella scrittura de L’isola del Tesoro. Così, disse di aver preso il pappagallo di Long John Silver dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe e lo scheletro che indica il tesoro da Lo Scarabeo d’Oro di Edgar Allan Poe. Ma il cruccio più grande e problematico per la sua coscienza, a detta dello scrittore, era quello di esser debitore di una fonte di cui non era cosciente: I racconti di un Viaggiatore di Washington Irving, alias Geoffrey Crayon. “Credo che in questo caso, il plagio raramente è stato più spinto”. Pubblicato nel 1824, il libro di Crayon, celebre per aver scritto “La Leggenda di Sleepy Hollow”, è composto di diverse storie brevi legate fra di loro, che raccontano di pirati e di un tesoro sepolto in un’isola. Stevenson, tuttavia non ammise mai esplicitamente di aver letto I Racconti di un Viaggiatore prima di aver scritto L’isola del Tesoro. Più probabilmente, suggerisce Kreuz, entrambi usarono la stessa fonte: La Storia Generale dei Pirati di Charles Johnson, apparsa in Inghilterra nel 1724.
Un altro esempio di plagio inconscio è quello di Vladimir Nabokov e della sua opera più celebre, Lolita. Nel 2004 l’autore tedesco Michael Maar notò molte somiglianze tra il libro dello scrittore russo-americano e un breve racconto pubblicato in Germania nel 1916 e scritto da Heinz von Eschwege, sotto lo pseudonimo Heinz von Lichberg, dove il protagonista è un signore di mezza età che si infatua di una minorenne, figlia della proprietaria della pensione dove lui risiede. Il nome della ragazza che dà anche il titolo al racconto di von Lichberg? “Lolita”. Ma, nota Kreuz, il racconto è lungo meno di 4 mila parole, il romanzo di Nabokov ne ha oltre 100 mila. Di più, quando la Storia venne pubblicata in Germania, Nabokov era adolescente e viveva ancora in Russia. Certo, potrebbe averla letta dopo, quando andò a vivere a Berlino, sulla Eger Strasse 1, dove la famiglia si era trasferita fuggendo dalla Rivoluzione bolscevica e dove chi scrive ha avuto il privilegio di abitare tra il 2003 e il 2007. Lo stesso Maar ha ammesso che, da lettore vorace, egli abbia in realtà letto la Lolita tedesca e poi, senza rendersene conto, ne avrebbe usato i contorni e i temi per il suo capolavoro.
Dulcis in fundo, c’è anche la paura del plagio. “Nessuno vuole essere percepito come un imitatore e in alcuni casi il desiderio di essere originali spinge autori e artisti agli estremi”, scrive Kreuz.
Una mattina di novembre del 1963 Paul McCartney si svegliò con in testa una melodia che lo aveva ossessionato per tutta la notte. Ancora mezzo addormentato si sedette al pianoforte e iniziò a suonarne le note. Pensò dapprima che fosse una delle canzoni che gli cantava suo padre. Lo rendeva sospetto il modo in cui gli era venuta in testa: “Non poteva esser mia. L’ho sognata e quando mi sono svegliato l’avevo tutta in testa. E’ stata la sola canzone che abbia mai sognato”. Per ogni buon conto, il cantante dei Beatles passò un intero mese chiedendo a tutti quelli che conosceva nel mondo della musica se l’avessero mai ascoltata. “Fu come affidare una cosa alla polizia – ha ricordato in una delle biografie scritte su di lui – Pensai che se dopo alcune settimane nessuno l’avesse rivendicata come sua, allora potevo averla”. Una delle ragioni della fissazione di McCartney fu anche il fatto che per lungo tempo non riuscì a trovare le parole, e per le prime tre note non aveva trovato nulla di meglio che “scrambled eggs”, uova strapazzate. Solo dopo un anno e mezzo, queste vennero “in modo veloce e naturale”. La canzone era Yesterday. E il resto è storia.