Quel "grande mantenuto" che continua a barcollare. Il libro di Alberto Ravasio

Uno studente squattrinato e buono a nulla, sempre alla ricerca d’un espediente per tirare avanti, in un nuovo romanzo intriso di colloquialismo e sinistri sproloqui

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6 APR 26
Ultimo aggiornamento: 11:42 AM
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Foto di Patrick Tomasso su Unsplash

"Era scrittore felice d’opere buffe: non so che il suo Re Teodoro, desunto da Candide di Voltaire, sia stato mai pareggiato. Compose anco il Catilina, affinché Cicerone e Catone paressero al volgo buffoni. Non l’ho mai veduto stampato: Taluno me ne declamò alcune scene perché io ridessi, e non risi". L’estuosa mordacità che Foscolo riservò a Giovanni Battista Casti sembra sin troppo compita e trattenuta a chi si trovi fra le mani il nuovo romanzo (“Il grande mantenuto”, Quodlibet) di Alberto Ravasio: fescennino d’ambientazione orobica, intriso d’un colloquialismo quando non d’un volgarismo che assume a modello gli stilemi della parodia dissacratoria di marca “goliardica”.
In un’adesione mimetica al personaggio dello studente squattrinato, sempre alla ricerca d’un espediente per tirare avanti, per coltivare la velleitaria ambizione d’essere scrittore, Ravasio mente la propria scrittura con quella di un ventenne che, per bricconeria, ricorda il Jim Dixon del “Lucky Jim” di Kingsley Amis e, per inconcludenza, il Marcello Gori de “La ricreazione è finita” di Dario Ferrari, pur senza di questi (ed in ispecie del primo) condividere l’ilarità rapida e lievemente irresponsabile. L’eponimo “grande mantenuto” (appellativo che di dostoevskiano non ha nulla, arieggiando tutt’al più al Dart abbozzato da Erica Jong in “Ballata di ogni donna”) è estraneo a qualsiasi disagio morale, siccome a qualsiasi tribolazione, che pure invariabilmente abita – ammetteva già Mallarmé, in “Conflit” – chi si dedichi ad un’attività intellettuale, "vana come le nuvole al crepuscolo", quando si confronti con chi svolga un lavoro banausico come con chi si dedichi alle professioni liberali, ovvero con la diffidenza che suscita colui che si sottrae alla sanzione del lavoro imposto dalla società. Ma il tralignamento dell’artista è sovente compensato da un’abnegazione assoluta verso la propria opera. Tanto da farlo somigliare ad un travet, ad uno zelante impiegato, ancorché al netto di saltuarie svogliatezze, di momentanee infingardaggini.
“Il grande mantenuto” non è però un sedulo; è un triviale e irruente buono a nulla, una canaglia inasprita da uno “Stato del Benessere” ormai periclitante. Le sue peripezie non hanno nessuna freschezza picaresca, ma seguono unicamente un continuo barcollare da un luogo ad un altro: dallo stambugio occupato da due tribadi, al boudoir d’una prostituta, dal bilocale borghese d’una ragazza dall’ "italiano sovraregionale, perfetto per dizione e dizionario", agli aditi d’una casa editrice d’infime dimensioni, fino all’eremo di uno scrittore che "non aveva mai avuto successo, ma solo il premio di consolazione del prestigio", modellato per più d’un tratto sulla figura del mentore di Ravasio, Ermanno Cavazzoni. Dal quale tuttavia il discepolo ha imparato la lezione con qualche fatica e non poche mancanze. Perché laddove Cavazzoni, insieme a Frassineti, Benni, Celati, Mari e pochi altri, è interprete d’una autentica satira colta, con un avvertito e ingegnoso gusto per la letteratura grottesca, Ravasio scade a più riprese nella banalità più grossolana ("mangiammo sushi e salmonella"), in certe cialtronerie pigmentate di becero espressionismo giovanilistico ("l’incastro pubico, la sudata ormonale"), in sinistri sproloqui ("mi esponevo al rischio di finire sotto un ponte a fare il bidet nelle pozzanghere"), e borborigmi ("il peto eterno restava un evento di escatologia scatologica").
Pur volendo ammettere, come già avvenne da parte della critica per il libro d’esordio di Ravasio, “La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera”, che questo stile, quale modo in cui un autore porta ad espressione la propria visione del mondo, rifletta l'intenzione di raccontare le balordaggini e le incoerenze del presente generazionale, occorre ch’esso non si cristallizzi in quella che Ornella Castellani Polidori ha definito “lingua di plastica”, a meno di indulgere nel conformismo, nell’omologazione; forse anche nell’ideologia, se è vero che questa non può vivere senza lo stereotipo. Se ciò accade, e in queste pagine se ne ha più d’una spia, si cade in un contrappasso quantomeno singolare per uno scrittore che si compiace di presentarsi come un neo-scapigliato pronto a sollevare ogni velo di perbenismo. D’altra parte, il tono ultimo della scapigliatura ottocentesca era – lo notò Carlo Emilio Gadda in una pagina del 1949 – aspro, amaro, alieno a ogni vacuità gratuita della declamazione, dell’ "inane gestizione". In chi se ne dice epigono, ed epigono pertinace, il quale intende perciò andare fino in fondo alla propria condizione, estremizzando il proprio archetipo, questo sopravvive nel lessico, nella consecuzione desultoria delle immagini, nelle dissonanze. Non nella capacità di vivere la malattia che sta dentro la poesia: "Una malattia che non si identifica con quella, ma la penetra della sua malizia, la consuma, come il parassita inavvertito che dall’interno divora la farfalla, lasciandola viva".