Quella “prima luce” che ci ha lasciato una cicatrice è l’origine cui tendiamo

La ricerca dell'istante in cui si formano le stelle nell'affascinante volume di Emma Chapman, uscito per Adelphi, e i luminosi silenzi di Mark Rothko, in mostra a Firenze

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4 APR 26
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Alla soglia dei settant’anni capita che gli amori e le magagne del tempo giovanile, dopo la pausa dell’età adulta, si ripresentino alla porta di casa. Nel sottoscritto, per esempio, tornano le affezioni alle vie respiratorie, e torna la preferenza per i libri di filosofia, antropologia e scienza rispetto al romanzo, cui peraltro ho dedicato la mia vita di scrittore e di lettore. Non è un caso personale, è la legge del mondo. Il tempo lascia le sue tracce, le sue cicatrici nei nostri polmoni, nel nostro cuore, nella gestione familiare, nell’andamento di un matrimonio, o di un patrimonio, nelle preferenze musicali e letterarie, nelle fantasie erotiche, nella pratica del crimine. C’è qualcosa che impedisce al tempo di procedere linearmente, secondo le prescrizioni degli orologi e dei calendari. Facebook nacque per il desiderio di qualcuno di poter rivedere un (o una) ex. La domanda che dovrebbe nascere spontanea è: e perché mai, per quale strana legge naturale o innaturale la (lo) vuoi rivedere? Due fatti – un libro e una mostra – mi inducono a pensare che questa storia delle cicatrici andrebbe approfondita, che forse ne ricaveremmo qualcosa di interessante anche rispetto al tempo che viviamo.
Ho letto con grande interesse La prima luce (Adelphi) della scienziata Emma Chapman, rappresentante di una disciplina affascinante e poco nota: l’archeologia astronomica. Non è mio compito recensire il libro. Mi basta soffermarmi su un paio di idee che lo abitano, ben comprensibili anche da chi di astrofisica non sa niente. Il libro racconta l’affascinante storia della ricerca del Santo Graal del cielo, ossia quell’istante, coincidente con la formazione delle prime stelle dopo il Big Bang, in cui dal buio cosmico scaturì la prima luce. La ricerca di quella prima luce impegna tutte le energie di un manipolo di persone, sembra una cinquantina, sconosciute ai non specialisti: anche di Emma Chapman non conoscerei l’esistenza senza il suo sforzo di comunicare qualcosa sentito come urgente, che in qualche modo riguarda tutto il mondo, e perfino il mondo come si presenta in questo momento agli occhi stupefatti di qualche ragionevole extraterrestre. La ricerca del primo lampo, del primo bagliore, dell’istante iniziale, presumibilmente un pugno di milioni di anni dopo la Grande Esplosione, poca cosa rispetto all’età dell’Universo; l’evento che consentì all’arcaico giornalista presente (l’autore del Genesi) di ratificare una volta per tutte che la luce fu, che Dio non aveva millantato. Rintracciare la Prima Luce: questa è l’impresa, quasi impossibile, degli archeologi del cielo.
Esiste ancora qualcuna di quelle primissime stelle? Forse no, ma una cosa è certa; devono essere esistite, perché la loro cicatrice è presente nell’Universo. Se esistono le stelle, le galassie, i buchi neri, le nane bianche, le stelle di neutroni e tutti gli spettacoli che il cielo ci offre, qualcosa deve essere esistito prima: diciamo la fornace originaria, ossia le prime stelle, stelle diverse da quelle che vediamo, di cui conosciamo i caratteri unici: stelle che sicuramente sono esistite, di cui qualcuna (magari piccola, poco aggressiva) forse sopravvive in qualche angolo dell’universo, ma che il cielo – sempre che ne esistano ancora – ci nasconde.
E’ questo il tema affascinante. Se – diceva un grande genio – tutto il mondo fosse ricoperto da un’unica impenetrabile coltre di nubi; e una sola volta, per un solo istante, un raggio di sole fosse fuggito fin sulla Terra; e un unico individuo ricordasse che il suo bisavolo gli aveva riferito di qualcuno che aveva visto quel raggio di sole e gliel’aveva raccontato; ebbene, se pure quel testimone avesse mentito, o ingigantito la notizia, ugualmente (e soltanto per questo) l’esistenza del sole diventerebbe il problema fondamentale per ogni essere umano. Non la luce in sé, che si può accendere facendo scattare un interruttore, e che allo stesso modo se ne andrà, ma il segno della luce, la permanenza della sua cicatrice nell’organismo del mondo. Così noi corriamo verso la fine, ma la nostra conoscenza scava a ritroso verso l’inizio, traccia dopo traccia, così in cielo (astronomia) come in terra (archeologia). E’ questo il tema: la permanenza. Città splendide, civiltà stupefacenti rivedono la luce dopo secoli trascorsi sotto la sabbia, rifiutandosi di finire nel nulla.
A Firenze, intanto, si è aperta, tra Palazzo Strozzi e S. Marco, una mostra dedicata a uno dei più grande pittori del XX secolo, e non solo: Mark Rothko. Un evento che richiama e richiamerà molte migliaia di spettatori, ciascuno dei quali avrebbe il diritto – ha ragione Roberta Scorranese a parlare di “presenza” come una sorta di imperativo categorico – il diritto, dicevo, di starsene tutto solo, per venti, trenta minuti, dentro ciascuna delle sale; mentre dovrà contentarsi, con rammarico, di quello che la prosa del mondo (con le sue biglietterie, il calpestìo delle sneakers e i commenti obbrobriosi di chi se ne sta l’appiccicato) gli concederà di capire, godere, sentire.
Ma è impossibile comunque non provare quantomeno la nostalgia impellente di quel silenzio che la macchina della realtà non poteva concedere; impossibile, a causa di quei quadri unici, meravigliosi, in cui un ebreo nato in Lettonia e morto a New York riuscì a dire, sulla luce, qualcosa che nessuno – nemmeno Caravaggio, o La tour, o il suo amatissimo Rembrandt – aveva mai detto: una parola nuova, nata da questo stesso impulso che impone di scavalcare gli antenati, ma non in avanti: all’indietro, fino alla prima luce, di cui il tempo e l’arte (che è una meditazione sul tempo) portano la cicatrice.
In altre parole: se qualcuno vuole essere il primo, si faccia servitore (Mc 10, 43-44). E se qualcuno vuole essere più moderno di tutti, si faccia più antico di ogni antichità. Rothko ragiona come i cinquanta meravigliosi pazzi che studiano il cielo alla ricerca della prima luce. Anche lui alle prese, dunque, con la cicatrice che la prima luce lascia anche dentro la nostra oscurità.
I quadri di Rothko sono luminosi, ma non nel senso ordinario di questa parola. Sono spesso neri, offuscati: se nelle prime prove prevalgono l’arancio, il giallo, poi si passa ai verdi scuri, ai blu, ai rossi intensi, ai neri; e se nella gloriosa epoca dei colori a olio le masse cromatiche galleggiano ancora in un liquido che potrebbe dirsi non luce diretta, questo no, ma schermo più debole, e le cicatrici tra le masse si ispessiscono come per un’irritazione mal protetta, un residuo di ferita, della materia; bene, con il passaggio all’acrilico, nell’ultimo periodo precedente il suicidio dell’artista, la superficie si fa più coprente, opaca, refrattaria, le masse di colore combaciano meglio, senza ammettere margini. I quadri si fanno più asettici e, insieme, tragici, evocano negazioni beckettiane. Anche qui (come in Beckett) non è che manchi la luce, né la cicatrice lasciata da una luce antica, ma l’una come l’altra appaiono negate, come in quel famoso racconto di Hemingway così tragico, così senza vie d’uscita che la battuta finale non può essere che “Sto benissimo”. A S. Marco, però, le tele di Rothko stanno anche, come fedeli in preghiera, al cospetto degli affreschi del Beato Angelico, che l’artista americano amava tanto. Tra disperazione e invocazione, si capisce ancora una volta che la luce vera, la prima luce, il raggio che rischiara il mondo per un istante, e poi si affida ai labili ricordi, ai sogni fuggevoli, alle parole che se ne stanno in punta di lingua e non vogliono saltare fuori, è l’oggetto – l’unico oggetto – di quella corsa a ritroso che la nostra anima, mentre il tempo scappa verso il dissolvimento, cerca fino all’ultimo respiro.