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Habermas papam, l’ultimo illuminista critico di sé stesso
Il filosofo tedesco si oppose al profondo antirazionalismo che avrebbe dominato gran parte del mondo accademico a partire dagli anni Ottanta e oggi esploso nel wokismo. La sua voce, resa imperfetta da quel difetto che la storia avrebbe voluto estirpare, ha pronunciato tra le parole più chiare del nostro tempo
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30 MAR 26

Jurgen Habermas
La carta ingiallita, gli angoli usurati. “Istituto universitario di biologia ereditaria e igiene razziale di Francoforte sul Meno”, c’è scritto sulla copertina. E sotto: “Indagini di parentela circa il labbro leporino e palatoschisi”. E’ una tesi di dottorato presso la Facoltà di medicina dell’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte, presentata nel giugno del 1938. L’autore è Josef Mengele, il “dottor morte” di Auschwitz. La malformazione del labbro e del palato rappresentava, per l’eugenetica nazista, non un semplice difetto fisico, ma un marchio di inferiorità biologica ereditaria da estirpare dal corpo del Volk germanico. Hans Hefelmann, che faceva parte dell’ufficio della cancelleria del Reich per il programma di eutanasia, accusato di avere ucciso tremila bambini, racconterà in aula dopo la guerra: “Le segnalazioni sulle deformità mentali o fisiche venivano inviate da tutte le parti della Germania e nell’apposita sezione della cancelleria venivano vagliate. Il nostro compito era di spulciare i casi che riguardavano storpi, bambini affetti dal labbro leporino o quelli che erano privi di qualche arto”. Quando è morto la scorsa settimana a 96 anni, Jürgen Habermas aveva insegnato ai tedeschi come non comportarsi da nazisti. Eppure, il filosofo doveva la sua vita a un nazista: suo padre. Il bambino che un giorno sarebbe diventato il decano della filosofia tedesca, che aveva una cattedra proprio nella stessa università dove si era formato Mengele, era nato nel 1929 con una palatoschisi.
Il padre, Ernst Habermas, era presidente della Camera di commercio locale e poteva permettersi gli interventi chirurgici di cui suo figlio aveva bisogno. Mentre altri bambini con la stessa malformazione finivano nei programmi di eutanasia Aktion T4 – come il cugino di Joseph Ratzinger, portato via dalla sua casa in Baviera e mai più rivisto –, il piccolo Jürgen fu salvato. L’ossessione nazista per l’eutanasia era letale per i bambini disabili, ma Ernst si assicurò che il figlio sopravvivesse. Il difetto genetico di Jürgen influenzò la sua attenzione per la comunicazione, che lo accompagnò per tutta la vita. Da figlio di un nazista, Habermas si unì alla Gioventù hitleriana e prestò servizio sulla Linea Sigfrido. La guerra finì poco prima che potesse essere arruolato nella Wehrmacht. Lo scrittore Günter Grass, di un anno più anziano, si unì alle Waffen SS, ma rivelò la verità solo in tarda età, dopo essere stato celebrato come la coscienza socialdemocratica e antifascista della sua nazione. Habermas non si macchiò mai di tale ipocrisia. Il tempo di Habermas fu quello delle democrazie del dopoguerra, un’epoca che portò prosperità, progresso e miglioramenti per le minoranze a lungo oppresse. Il giovane Habermas si considerava un marxista e si schierò con gli studenti anticapitalisti. Ma in una memorabile occasione, nel giugno 1967, Habermas parlò ad Hannover insieme a Rudi Dutschke, un pifferaio magico leninista che, a suo parere, stava guidando il movimento studentesco verso la violenza. Ci volle molto coraggio da parte di Habermas per mettere in guardia il suo pubblico indignato dal pericolo del “fascismo di sinistra”. Poco tempo dopo, il suo mentore alla Scuola di Francoforte, Theodor W. Adorno, pronunciò una frase che divenne famosa nel contesto della rivolta del 1968: “Quando ho sviluppato il mio modello teorico, non avrei mai immaginato che qualcuno avrebbe cercato di metterlo in pratica con le molotov”.
Negli anni Settanta, in qualità di assistente di Adorno e successore alla guida della Scuola di Francoforte, Habermas era diventato l’oracolo della “teoria critica”. E in quanto tale, si scontrò con le scuole rivali di sinistra, in particolare con i postmodernisti guidati da Michel Foucault, mettendo in guardia contro il loro “nichilismo”. Denunciò il relativismo morale che trasformava ogni verità in narrazione e ogni norma in arbitrio culturale. Il suo universalismo procedurale, fondato sull’etica del discorso, rappresentò un argine contro il pensiero debole che avrebbe infestato l’accademia occidentale. Habermas si oppose al profondo antirazionalismo che avrebbe dominato gran parte del mondo accademico a partire dagli anni Ottanta e oggi esploso nel wokismo. Habermas sembrava semplicemente indifferente alle mode intellettuali. La sua difesa dell’emancipazione non era né alla moda né cool né trasgressiva. Si oppose alle teorie irrazionali di pensatori come Jean-François Lyotard e Jacques Derrida e tutti coloro che proclamavano la “morte dell’Illuminismo” e consideravano la ragione uno “strumento di potere”. Si oppose alla disperazione ideologica generate dai bulldozer dell’antirazionalismo. Habermas sapeva che senza una ragione capace di trascendere i particolarismi, la democrazia degenera in scontro tribale e la convivenza in guerra di tutti contro tutti. Incontrò Joseph Ratzinger e ci dialogò in pubblico. Il futuro Benedetto XVI convinse Habermas che la libertà, la democrazia e la ragione stessa necessitavano di fondamenti morali che potevano provenire solo dalla religione. Fu un’intuizione che Habermas condivise con altri suoi contemporanei di sinistra, come Charles Taylor e Alasdair MacIntyre, anche loro provenienti dal marxismo. Ratzinger, come Habermas, era cresciuto sotto la lunga ombra di Weimar, una costruzione democratica che poggiava su basi morali e culturali fragili. La ragione è intrinsecamente debole e i sistemi politici che si immaginano di aver risolto il problema della legittimità democratica basandosi sulla sola ragione diventano facili bersagli per le dittature. E’ quello che emerse dal dialogo fra Habermas e Ratzinger. E così uno degli ultimi marxisti divenne il primo filosofo post-secolarista. Il filosofo francofortese avrebbe distrutto tanti miti della sua parte politica, da ultimo quella che ha chiamato “eugenetica liberale”.
Si espresse contro l’interferenza inammissibile nella vita dei nascituri, fatta in nome del loro “bene”. Habermas seppe denunciare i “lobbisti dell’ingegneria genetica”, il “futurismo naturalistico” e lo “shopping nel supermarket genetico”. Nel 1990 l’ospedale Guy’s di Londra lanciò un appello alle donne che avevano deciso di abortire dopo aver appreso che i loro figli sarebbero nati con il labbro leporino. I sanitari invitarono le madri ad accettare una rivoluzionaria operazione chirurgica da effettuare sui nascituri per correggere la malformazione, lasciando solo una piccola cicatrice. Un’operazione che ormai è prassi in tutto il mondo. “Non è compatibile con la dignità umana l’essere generato con riserva e giudicato degno di vita e sviluppo in base all’esito di un test genetico”, scrisse Habermas. Si scagliò contro il “postumanesimo naturalisticamente declinato” e scrisse che “la tentazione di far esperimenti con l’uomo, la tentazione di considerare l’uomo come rifiuto, immondizia, non è un’idea cervellotica di moralisti nemici del progresso”. Il concentramento umano deve restare verboten. In “Tempo di passaggi” (Feltrinelli), Habermas il laico, il cultore del giovane Marx, il teorico dell’assenza di significato prodotta dalla società capitalista, dichiarava: “L’universalismo egualitario è una diretta eredità dell’etica ebraica della giustizia e dell’etica cristiana dell’amore. Questa eredità è stata continuamente riassimilata, criticata e reinterpretata senza sostanziali trasformazioni. A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Anche di fronte alle sfide attuali della costellazione postnazionale continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne”. Quella di Habermas non era una conversione. Assomigliava, piuttosto, al riconoscimento di un debito. E anche sul piano politico, “sulla famigerata trinità di colonialismo, cristianesimo ed eurocentrismo non abbiamo più bisogno di litigare. La civilizzazione che vorrebbe solo mostrarci la faccia radiosa dei diritti dell’uomo e della democrazia è stata nel frattempo sufficientemente illuminata nel suo rovescio oscuro (l’altra faccia, per così dire, della modernizzazione). Sennoché proprio l’universalismo egualitario con cui oggi i neoliberisti sbandierano una prospettiva politicamente sfrenata di scambio mondiale (con lo stesso slancio con cui i colonizzatori di ieri sbandieravano il cristianesimo) resta anche, tutto sommato, l’unico criterio convincente per criticare la miseria di una società mondiale economicamente lacerata, stratificata, tutt’altro che pacificata”. E aggiunge che “il regime di Pol Pot in Cambogia, ‘Sentiero luminoso’ in Perù, la dittatura della miseria in Nord Corea mostrano come, dopo il fallimento dell’esperimento in Unione sovietica, la società capitalistica mondiale non consenta più nessuna exit option, più nessuna via d’uscita all’indietro”. Nessuna terza via.
Nel 1999 un altro famoso filosofo, Peter Sloterdijk, tenne una conferenza che fece scalpore al Leer Institut di Elmau, in Alta Baviera. Già il titolo dell’intervento, mutuato da un dialogo platonico, conteneva qualcosa di inquietante: “Regeln für den Menschenpark”, regole per lo zoo umano. Si domandò, augurandoselo, “se l’umanità sarà capace di passare dalla fatalità della nascita alla nascita scelta sulla base di una selezione prenatale”. L’uso della parola selektion, così carico di macabre connotazioni che rimandano all’infanzia di Habermas, ne accostare parole come “evoluzione” e “selezione prenatale”, fece infuriare Habermas: “Quelle di Sloterdijk sono idee da genio del male”. Alla sinistra, Habermas rimprovererà anche un pacifismo senza via di uscita. Sostenne la Nato in Kosovo e contro l’appeasement perorato da altri grandi intellettuali tedeschi come Hans Magnus Enzensberger appoggerà anche la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein. Mentre gran parte della intellighenzia tedesca si cullava in un “mai più guerra” trasformato in dogma paralizzante, Habermas ha osato distinguere tra pace e resa, tra principio e abdicazione. Difese i bombardamenti occidentali contro la Serbia di Milosevic, mentre Peter Handke, lo scrittore austriaco futuro premio Nobel, accusava la Nato di avere creato con i suoi attacchi una “nuova Auschwitz”, ennesimo esempio di come il pacifismo radicale riesce a ribaltare vittime e carnefici con raffinata malafede. Talvolta, per difendere le condizioni stesse del discorso razionale e della convivenza civile, è necessario sostenere la forza legittima. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele, Habermas si schierò per l’autodifesa dello stato ebraico, dove non lesinava viaggi quando era invitato a parlare con accademici e autorità ufficiali. Nessun boicottaggio. Rimane la sua lezione audace: la ragione è fragile, ma irrinunciabile; la dignità umana non si negozia al né si sacrifica sull’altare di identità tribali; Israele ha diritto a esistere non per colpa storica tedesca, ma per diritto universale di un popolo che ha pagato il prezzo più alto alla barbarie.
Contro il relativismo che tutto livella, contro l’antisionismo che reintroduce l’odio antico sotto nuove vesti, contro il wokismo che sostituisce l’emancipazione con il risentimento, Habermas ha incarnato l’ultimo illuminista critico di sé stesso, ma intransigente verso chi vorrebbe spegnerne la luce. La più grande forza di Habermas non risiedeva nella sua teoria, ma nella sua condotta. Dimostrò uno straordinario coraggio morale all’inizio della sua carriera, affrontando i suoi studenti di sinistra che ricorrevano alla violenza e alla fine della sua vita fu di nuovo oggetto di attacchi da parte dei suoi stessi “compagni” per aver criticato l’uso malato del termine “genocidio” per descrivere le azioni di Israele a Gaza. Si è rifiutato di strumentalizzare il più oscuro evento del XX secolo per attaccare gli ebrei, in una doppia e abietta distorsione antisemita. Le teorie umane sulla verità vanno e vengono, è il coraggio di fronte alla menzogna che rimane. La voce di Habermas, resa imperfetta da quel difetto che la storia avrebbe voluto estirpare, ha pronunciato tra le parole più chiare del nostro tempo.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.