Quei rompicoglioni degli intellettuali che non vedono nel progresso solo progresso

C'è chi oppone il mito di un’intelligenza artificiale capace di risolvere gran parte dei nostri problemi, e poi c'è chi prova a smontare e smascherare gli hype. I punti di vista di Houellebecq, Bender e Hanna

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28 MAR 26
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Foto di Cash Macanaya su Unsplash

Con moderata soddisfazione vedo che una guerra culturale è in corso: quella che oppone il mito di un’intelligenza artificiale capace di risolvere gran parte dei nostri problemi, e lo smascheramento di quel mito. In un’intervista con lo scrittore Michel Houellebecq, uscita sulla Lettura del Corriere, l’intelligenza artificiale viene messa insieme ad altre sciagure antiumane attuali come le guerre supertecnologiche e le tendenze suicide che si diffondono nella società. Qualche pagina dopo si alternano da un lato la trionfale pubblicità a un libro di Giuseppe Di Franco, titolo L’intelligenza artificiale per il futuro dell’Italia, sottotitolo Competenze, casi d’uso e valore nell’Europa che innova (Piemme editore); mentre d’altro lato un magro trafiletto informa sinteticamente sui limiti e i rischi delle “macchine pensanti”. La si pensi come si vuole, ma si tratta di un’alternativa fra prestazioni meccaniche nell’accumulazione, riuso “creativo” e manipolazione di dati, e invece l’intelligenza umana con i suoi multipli e assai complessi processi psico-mentali. Il titolo del trafiletto è “Preparatevi, l’IA può ingannare” e si riferisce al libro L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo (Fazi editore) di Emily Bender e Alex Hanna, una linguista e una sociologa.
Sulla pubblicità trionfale, esplicita e implicita che annuncia un felice futuro tecnologizzato di vita individuale e collettiva non ho altro da dire se non che si tratta, appunto, di pubblicità. Comunque sia, dato che i padroni del mondo ci impongono sviluppo tecnologico a scopo di dominio, controllo e crescita economica, non si può non ricordare che le nuove macchine non sono giocattoli innocui, ma strumenti da usare più o meno in sostituzione di capacità come pensare, conoscere, scegliere, giudicare e decidere degli esseri umani: notoriamente imperfetti, limitati, viziosi, pigri, generosi o crudeli, che useranno le macchine intelligenti anche per scopi stupidi e pericolosi. Le macchine sono tutte uguali, insensibili, efficientissime ma infine fatte apposta per ingigantire e soddisfare i desideri umani, giusti e buoni o distruttivi e criminali.
Nel suo sguardo sul mondo, Houellebecq, famoso per il suo scarso ottimismo, dice: “C’è un desiderio di morte. Non del tutto consapevole e non solo in Occidente. Pensiamo alla Cina o al Giappone o alla Sud Corea, i paesi asiatici più avanzati. E’ molto difficile da spiegare, ma tutto lascia pensare che esista un principio di distruzione nella modernità”. Niente di nuovo. Sono due secoli e più che quei rompicoglioni degli intellettuali non si vogliono convincere che il progresso sia vero e soltanto progresso. Infatti, se mi metto a riflettere su internet e intelligenza artificiale, è solo perché ne diffido e penso che il loro glorificato avvento abbia risolto problemi creandone spesso altri, del tutto nuovi e difficilmente risolvibili. Le quantità di bene e di male nel mondo cambiano ben poco. Come succede in certi reumatismi, i dolori, invece che passare, si spostano da un punto all’altro del corpo. Ora gli studiosi e i politici sono costretti a cercare rimedi contro le psicopatologie prodotte o coltivate dai nuovi media. Ricordate la bella idea secondo cui “internet è libertà”? Lo era? Lo è? Ma non lo sono, forse, anche l’acqua corrente calda e fredda, la posta cartacea, i treni, i dischi in vinile, i telefoni fissi e chissà quante altre cose?
Il libro di Bender e Hanna sugli inganni dell’IA è un utile e interessante lavoro di smontaggio o smascheramento degli hype sull’IA. In realtà oggi gli hype, o informazione pubblicitaria, si servono anche di un catastrofismo o di un utopismo da fantascienza per creare un’atmosfera magnetica a favore della IA: “E’ un espediente per mantenere la nostra attenzione su scenari immaginari e metterci in soggezione di fronte a una tecnologia che, secondo gli approfittatori che oggi la producono, potrebbe causare la fine del mondo”. Insomma “la retorica costruita intorno alla tecnologia digitale distoglie l’attenzione dai danni reali”. La stessa denominazione di “intelligenza artificiale” è una formula da marketing, che induce alla paura di perdersi una novità preziosa che farà sentire importanti e al passo con la storia. Si mitizza e pubblicizza l’ultima merce prestigiosa che farà sentire più potenti e più smart. Poter manipolare, controllare la realtà e la comunicazione è intanto un’eccitante promessa. Poi si vedrà. E’ probabile che presto la psichiatria dovrà impegnarsi a tenere a bada gli effetti-droga dell’ultima macchina magica, con i guai che farà e avrà già fatto.