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replica a sofri sull'intellettuale assente dalla nostra antologia

Un saggista deve sapere rispondere integralmente di sé stesso. Jesi non ci riuscì

Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini

La vastità e profondità delle competenze dello storico sono indubbie. Con la sua morte precoce abbiamo perso uno dei più amati intellettuali italiani del secondo Novecento; non però, crediamo, uno degli scrittori più solidi

Grazie a Sofri per la ripetuta attenzione che ha dedicato alla nostra antologia dei saggisti italiani. Ma è un’attenzione insoddisfatta, come era naturale aspettarsi. In tutte le antologie c’è sempre qualche autore che secondo qualche lettore doveva essere incluso e invece risulta escluso. In verità bisogna dire che abbiamo scelto più la via dell’accoglienza che quella della selettività proprio per evitare, nei limiti del possibile, che si parlasse del libro per dire soprattutto che il tale o il talaltro autore era ingiustamente assente: è questa infatti la via più veloce per denigrare un’antologia rendendola più sospetta che attendibile. Massimo Onofri, su Avvenire, ha lamentato l’assenza di Salvatore Satta, e non crediamo che ci sia da controbattere: è stato un nostro errore o (peggio) una svista non perdonabile. Ora Sofri si lamenta ampiamente scrivendo un intero articolo per deplorare la non antologizzazione di Furio Jesi. In questo caso, però, tale esclusione è stata consapevole e sufficientemente motivata, almeno dal nostro punto di vista.

La vastità e profondità delle competenze di Jesi sono indubbie. Ma su due difetti noi curatori siamo stati d’accordo fin dall’inizio. Il suo libro più noto e apprezzato è quello dedicato alla Cultura di destra: qui il difetto, secondo noi, è che Jesi, con tutto il suo bagaglio di conoscenze più o meno esoteriche (egittologia, mitologie e germanistica) ha costruito un ritratto sinistramente notturno, stregonesco e diabolico della cultura di destra, trascurando del tutto che se in materia di cultura si vuole parlare di categorie politiche come destra e sinistra, allora bisogna parlare di politica, non di inconscio, perversioni e tanatologie. La destra politicamente più forte perché più realistica non è quella nazista, è invece quella liberalconservatrice, cinica e paternalistica, per cui lo stato può essere autoritario ma non dittatoriale, e agisce per difendere il libero mercato a tutti i costi, cioè a costo di trascurare sicurezza e benessere delle maggioranze sfruttate e indifese.

Il libro di Jesi questo non lo vede e quindi nel suo Cultura di destra è assente la destra che conta di più, più realistica e poco attratta da sinistre mitologie. Il secondo e più pertinente difetto di Jesi è la povertà letteraria della sua saggistica. Ma questo difetto non è del tutto distinguibile dal primo: perché nel saggio, come in ogni forma di letteratura, lo stile non è ornamentale bensì conoscitivo. Il tema fondamentale di Jesi è il ruolo giocato dal mito nell’arte (Rilke, Pavese, Mann) e nella politica (la sua strumentalizzazione, soprattutto moderna). E’ un tema che si presta subito a un uso saggistico, se è vero che il saggista è lo scrittore che sa cogliere le analogie concettuali tra caratteri che riguardano ambiti diversi della cultura e della realtà. Al tempo stesso, però, maneggiando il mito si è tentati di ridurre le analogie a un gioco di equivalenze dove “tutto è in tutto”. Jesi lo sa. Lo sa perché è straordinariamente erudito, e perché è straordinariamente sensibile. Non a caso si ritrova spesso ad accerchiare con la sua interpretazione quei simboli che “riposano in sé stessi”, cioè che sono ormai sospesi tra una condizione di fungibilità e una di annullamento. E il suo accerchiamento evita la caduta nella notte dell’indistinzione ermeneutica.

Eppure – ecco il problema – fin da Letteratura e mito Jesi si è messo proprio su quella strada: rifiuta di trarne le conseguenze meno buone, ma non la cambia. Così diventa sofistico, specie là dove cerca di difendere alcuni autori (Rilke, Pound) da chi non senza ragione li accusa di avere arbitrariamente estetizzato i simboli della tradizione occidentale. Così, ancora, mentre lui stesso sta per scivolare nella medesima trappola, si tira indietro, si contorce, ma appunto per questo diventa elusivo e farraginoso. Se non lo è nel brano citato da Sofri, è perché lì Jesi sceglie di cedere alla tentazione sovrinterpretativa, allegorica e mitizzante di una novella di Hoffmann riducendola preventivamente a un “gioco di società”, cioè mettendola con giusta prudenza tra ironiche virgolette. L’esitazione stilistica, gli incastri imperfetti delle sue pagine rivelano che in altro modo non riesce a “scaricare a terra” l’enorme nube di analogie che evoca. Come dire che non è abbastanza certo di ciò che lega i suoi interessi di studioso agli altri ambiti della vita, che non sa rispondere integralmente di sé stesso: condizione essenziale in un saggista. L’avrebbe raggiunta, vivendo un po’ più a lungo? Difficile dirlo. Di sicuro con la sua morte precoce abbiamo perso uno dei più amati intellettuali italiani del secondo Novecento; non però, crediamo, uno degli scrittori (e dei pensatori) più solidi. Nella nostra antologia, comunque, alcuni dei motivi ricorrenti nell’opera di Jesi sono rappresentati da autori come Carlo Michelstaedter, Nicola Chiaromonte e Ernesto De Martino.

 

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