(foto da Wikimedia Commons)

estremi in contatto

I rosso-bruni di oggi come ieri Georges Sorel

Roberto Della Seta

Dal sindacalismo rivoluzionario alla destra evrsiva, un filo di continuità tra estremi lungo un secolo

Quando morì, un secolo fa nell’agosto 1922, L’Humanité che da due anni era diventata il giornale dei comunisti francesi – dopo esserlo stata a lungo del Partito socialista – scrisse che la sua opera aveva un’importanza pari a quella del “Capitale” di Marx. Georges Sorel è stato senza dubbio un protagonista di primo piano del pensiero socialista di inizio Novecento, di ampia influenza nel suo paese – la Francia – e in buona parte d’Europa a cominciare dall’Italia. Al tempo stesso, la sua parabola intellettuale originalissima e quanto mai “dinamica” – errante tra socialismo e nazionalismo, simpatie per l’ebreo perseguitato Dreyfus e suggestioni antisemite, entusiasmi per l’ottobre bolscevico e giudizi ambivalenti sul fascismo nascente – ne fa una delle figure più enigmatiche e controverse nel “pantheon” dei grandi costruttori di idee “radicali” degli ultimi due secoli di storia europea, e per alcuni l’incarnazione di profonde affinità elettive tra gli opposti cromatici – rosso e nero – della politica novecentesca.

 

Anche oggi con il Novecento da tempo alle spalle, un analogo motivo cromatico ricorre spesso in queste settimane drammatiche di guerra quasi sull’uscio di casa nostra: è descritto dalla parola “rosso-bruno”, a indicare le sorprendenti convergenze di giudizio su Putin e Zelensky, sulla Russia e la Nato, tra sinistra e destra radicali, entrambe ammaliate dalla retorica antiliberale, antiamericana, antioccidentale del putinismo. La figura di Sorel è del tutto irriducibile a questa, decisamente meno elevata, attualità, ma aiuta a vedere che le mescolanze tra rosso e nero non sono un inedito del tempo presente. 

 

Figlio di un commerciante di vini, laureatosi al Politecnico di Parigi nel 1870, per i primi vent’anni della sua vita adulta Sorel lavora a tempo pieno come ingegnere. Intorno al 1890 comincia a scrivere di filosofia e di politica, stringendo legami con intellettuali non solo francesi di vario orientamento e avvicinandosi al socialismo marxista. Nel 1895 dà vita insieme al genero di Marx Paul Lafargue alla rivista “Le devenir social”, uno dei primi canali di diffusione del marxismo in Francia. Ma lo sguardo di Sorel sul marxismo è da subito eterodosso: in articoli e saggi degli ultimi anni dell’Ottocento si attesta sulle posizioni riformiste e gradualiste del tedesco Eduard Bernstein, in una chiave antideterminista che pone in radicale discussione concetti basilari del canone marxista, dal “socialismo scientifico” alla “necessità storica”, e che rimarrà come filo conduttore in tutti i passaggi del suo complesso itinerario teorico.

 

Al passaggio tra Ottocento e Novecento Sorel si allontana dal riformismo impegnandosi in una riflessione radicalmente innovativa che ne farà il fondatore riconosciuto, sul piano ideologico, del sindacalismo rivoluzionario. L’espressione compare per la prima volta il 21 marzo 1903 sulla rivista “Pages libres” in un suo articolo intitolato “Qu’est-ce qu’un syndicat?”: al sindacalismo ispirato al modello inglese delle Trade Unions, che si occupa di associare gli operai di una determinata categoria per assicurare loro “un lavoro regolare e ben remunerato”, Sorel contrappone per l’appunto il sindacalismo rivoluzionario, che concepisce e pratica ogni azione sindacale come “un episodio del conflitto irriducibile che esiste tra Capitale e Lavoro”.

 

Sorel continuerà sempre a considerarsi e a dichiararsi marxista, ma la teoria soreliana del sindacalismo rivoluzionario si basa su un’interpretazione del marxismo decisamente “sovversiva”: fondata sull’idea di un sindacato del tutto indipendente dal “partito”; segnata da un esplicito e ricorrente richiamo a Proudhon che Sorel riabilita come pensatore socialista e dal quale mutua l’idea di una società “orizzontale” di liberi e uguali con al centro la figura tradizionale dell’artigiano indipendente più che quella dell’operaio di fabbrica, nella Francia di fine Ottocento ancora poco rappresentativa; fortemente antistatalista fino a declinare il sindacalismo come continuatore, ma nel nome del proletariato, della missione emancipatrice del liberalismo. Tutto questo sistematizzato sulla base di concetti – l’azione diretta e autonoma dei lavoratori come unica via rivoluzionaria, l’antideterminismo e l’antipositivismo, il rifiuto della democrazia parlamentare, la radicale messa in questione dell’eredità statalista e centralista del giacobinismo, il valore “mitico” dello sciopero generale e della violenza – che si ponevano in irrisolvibile dissonanza con la direzione politico-ideologica del socialismo francese, già proiettato sotto la guida di Jean Jaurès verso la piena accettazione del vincolo democratico-parlamentare, e che evocano oggettivi elementi di contatto con il movimento di idee – quella inedita “destra rivoluzionaria” che prende forma a partire dalla Francia nei primi anni del Novecento – incubatore dei fascismi.

 

Nella sua dimensione di movimento sociale organizzato, che avrà vasta fortuna in Francia (nel suo congresso del 1906 la Cgt, il sindacato francese, vota a larga maggioranza un documento strategico che assume tutti i princìpi del sindacalismo soreliano) e un notevole seguito anche in Italia, il sindacalismo rivoluzionario resta lungo tutta la sua storia un fenomeno politico squisitamente “rosso”. Non così la sua “avanguardia” intellettuale. A cavallo della Grande guerra molti tra i seguaci delle idee di Sorel si avvicineranno alla destra nazionalista, e molti aderiranno più o meno stabilmente al fascismo: diventeranno fascisti in Francia Georges Valois (nel 1925 dà vita al “Faisceau”, partito dichiaratamente fascista; poi tornerà a sinistra) e Hubert Lagardelle, in Italia una folta schiera di giovani intellettuali – Angelo Olivetti, Walter Mocchi, Sergio Panunzio, Agostino Lanzillo, Alfredo Polledro, l’italo-tedesco Robert Michels… – formatisi intorno a riviste soreliane da “Pagine libere" al “Divenire sociale”.

 

Sorel non varcherà mai in modo netto e definitivo la linea di demarcazione tra rosso e nero, ma nel suo impervio cammino intellettuale si avventurerà ripetutamente “oltrefrontiera”. Dal 1906 comincia ad allontanarsi dalla prospettiva teorica del sindacalismo rivoluzionario. Il fallimento di una serie di scioperi generali promossi dal sindacato francese lo convincono che il movimento operaio non è in grado di mettersi alla guida di quell’opera di rigenerazione morale della società, prima ancora che di annullamento delle ineguaglianze sociali, che sempre di più è per lui la rivoluzione. Da qui prende avvio un suo rapido avvicinamento alla destra nazionalista e in particolare alla Action française di Charles Maurras, nei cui valori – antidemocrazia, culto della tradizione, rifiuto del cosmopolitismo – vede riposta una residua possibilità di rigenerazione morale della Francia.

 

L’antisemitismo è uno dei terreni principali di questo incontro. Sorel che a fine Ottocento si era schierato in difesa del capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, ebreo alsaziano, condannato al carcere a vita per spionaggio filotedesco con false prove costruite dal comando militare francese e diventato il bersaglio di una violenta campagna d’odio antisemita, scrive nel giugno 1912: “Gli intellettuali ebrei si considerano dei piccoli Messia e la loro nazione si crede in dovere di sostenerli nelle loro scorribande. Per atteggiarsi ad artigiani delle grandi trasformazioni, gli scrittori ebrei si scagliano contro il patrimonio spirituale della Comunità alla quale sono stati aggregati per l’azzardo delle migrazioni; simili imprese non possono che provocare collere legittime”. La vicinanza alla Action française non segna l’ultima tappa nell’itinerario avventuroso di Sorel. Nel 1914, contrario alla guerra, si distacca dalla destra nazionalista che invece sostiene con entusiasmo lo sforzo bellico della Francia. Infine, nel 1917 la ricerca tormentata di Sorel trova un estremo appiglio di speranza: la rivoluzione bolscevica, in cui vede una forzatura volontaristica della legalità e dello stesso processo storico, genialmente guidata da Lenin, da cui potrà nascere una “repubblica dei produttori” autenticamente socialista.

 

Sorel muore poche settimane prima della Marcia su Roma. All’Italia aveva sempre dedicato larga attenzione, intrattenendo relazioni epistolari con numerosi e variegati intellettuali italiani – da Croce a Pareto, da Missiroli ad Arturo e ad Antonio Labriola – e collaborando con riviste e giornali italiani. Il suo atteggiamento verso il movimento fascista (che giunto al potere lo celebrerà come un “precursore”) è generalmente di opposizione ma con cenni contraddittori di incuriosita apertura: in una stessa lettera del giugno 1921 a Mario Missiroli scrive che “il disordine dei fascisti ben potrebbe ricondurre l’Italia a tempi del medio evo”, e però aggiunge che “sarebbe una bella occasione per i fascisti di farsi i rappresentanti della Giovine Italia”.

 

Studiosi autorevoli come lo storico Zeev Sternhell e il filosofo Bernard-Henri Lévy hanno argomentato che nel pensiero di Sorel è una chiara premessa dell’ideologia fascista. Sono interpretazioni forzate, che però gettano luce su innegabili nuclei di contatto tra il “rosso” e il “nero” del primo Novecento. Sorel è un’eccellente “cartina di tornasole”: pure nella mutevolezza e nell’eclettismo estremi della sua proposta teorica, si ritrovano fili di continuità – l’antidemocrazia, l’idea della violenza come motore insostituibile della storia, il rifiuto del cosmopolitsmo – da cui si dimostra che i miscugli “rosso-bruni” non sono una novità dell’oggi.

Di più su questi argomenti: