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Diciamo la verità: i rossobruni hanno fallito

Giuliano Ferrara

La buona notizia della tenuta del neoliberalismo di governo ci ricorda che la sinistra anti illiberale è destinata a finire in braccio a Salvini. La notte passerà presto

Non è poi così strano che in tutta Europa la sinistra-sinistra le prenda. In teoria c’era tanto spazio per loro, in pratica no. Da noi chi voleva cavalcare la crisi del Pd si è incartato di brutto: no consenso. Lo stesso in Spagna, Podemos arretra, vince la sinistra di governo di Sanchez. In Gran Bretagna Corbyn, che aveva rovesciato a sorpresa la frittata, e si avviava al governo Chomsky-Hobsbawm, si ritrova con un’ampia area centrista, liberale, europeista capace di sopravanzarlo e metterlo in difficoltà. In Grecia Syriza di Tsipras arranca ma è l’unica storia interessante, e se dovrà cedere il passo alla destra che sfrutta le conseguenze della svolta riformista che ha salvato il paese ma compromesso il governo delle speranze tradite e del referendum antieuro, antiUe, antitroika, resterà pur sempre il nucleo dell’alternativa prossima ventura. In Germania sono i Verdi a profittare del calo della Spd, e i Verdi tedeschi sono radicali nella cifra ambientalistica, ma tendono alla modernizzazione e a una linea di governo. La Danimarca, si è visto: severi sull’immigrazione, ma non identitari, i socialisti-liberali hanno fatto un loro piccolo ma significativo botto, e vanno al governo. Non parliamo della Francia, dove Macron ha resistito molto bene, e destre gaulliste dell’ultima spiaggia e estreme sinistre o sinistre neosocialiste in guerra con il liberalismo, tipo Mélenchon, sono state bastonate, il tutto di nuovo a vantaggio dei Verdi. Altri esempi sono possibili. Fatto sta che se ti senti oppresso dal mercato mondiale, dalle famose congiure dei Soros e delle banche, ti ritrovi a destra, tra sovranisti e populisti e nazionalisti e vari antisistema, ma non a sinistra della sinistra. Lì non c’è spazio.

   

Non è strano, ripeto. Il capitalismo neoliberale riformato, come predicavano Giavazzi e compagnia, è di sinistra per statuto, molto più di quanto non si pensi in generale, si radica non sulla miseria e la desertificazione sociale del ceto medio o dei lavoratori, non sulle godurie dell’uno per cento dell’economia finanziarizzata, ma sul welfare e su politiche attive del lavoro. Se sei di sinistra antiliberale dura, non finisci con Fassina o con Varoufakis, finisci con Salvini. Avete visto Biden? Chissà come andrà, ma il suo stato pimpante di candidato rassicurante e centrista, postobamiano e postclintoniano, malgrado due anni di vociferazione neosocialista e di necessario e benedetto antitrumpismo fondamentalista, #nevertrump, come dicono anche i neoconservatori o quel che ne resta intorno al figliolo di Kristol, dimostra anche di là dall’Atlantico che il riformismo riconciliato con le leggi dello sviluppo mondiale e con il common sense non è un cane morto. Una delle poche buone notizie di questi ultimi anni è dunque il fallimento dell’alleanza rossobruna, e secondo me anche il dughinismo eurasiatista, quell’ideologia patriottarda con Evola sposato al populismo e alla politica di potenza russa, non se la passa tanto bene: va bene essere e dirsi antimoderni, per carità, ma senza esagerare.

   

La storia è vendicativa. Se il capitalismo di mercato, con le regole, socialmente orientato, realizza delle cose solide, ottime, e perfino costruisce sogni a occhi aperti come l’Europa, alla fine per chi lo combatte in nome di identitarismi classisti o nazionali degli anni Trenta le cose si mettono così così. Anche il nuovo capo urlatore della Cgil, che speriamo ci offra non uno sciopero generale, ma una lunga teoria di scioperi generali contro il governo antindustrialista, antipil, antisociale, travestito da compagnia delle opere di misericordia per pensionati e pigri o lavoratori costretti alla questua e al nero, vuole una cosa ultraliberale come l’unità sindacale definitiva, che si può fare solo all’insegna dell’indipendenza su basi riformiste di una grande concentrazione del lavoro. Perfino lui la pianterà con la demagogia fiscale da talk-show, con i ricchi che finalmente piangono, e altre fesserie degne dei gilet gialli, e se darà un segno di vita lo darà nella direzione opposta alla formicolante cultura del dissesto e dell’isolamento economico del suo paese in Europa. La tenuta del neoliberalismo riformista e di centrosinistra, di governo, è una buona notizia. La notte passerà.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.