Ponte della Becca (foto Wikipedia)

itinerari culturali

In viaggio sul nostro Mississippi nel Midwest d'Italia

Marco Ballestracci

Dal Black Hawk Bridge, sul fiume simbolo degli Stati Uniti raccontato da Lynch, fino al Ponte della Becca, nell’iconica Pianura padana. Analogie e differenze di due mondi forse non così diversi

E’ necessario innanzitutto raccontare una  storia americana – nel senso che riguarda gli Stati Uniti d’America – che risale al 1994 ed è piuttosto famosa. All’inizio di luglio di quell’anno Alvin Straight, un quasi settantaquattrenne di Laurens, nello Iowa, apprese dell’ictus occorso al fratello Henry, sei anni più vecchio e che abitava quasi quattrocento chilometri più a est, a Blue River, nel Wisconsin. Appena ricevuta la notizia Alvin decise di raggiungerlo, ma non possedendo più la patente di guida utilizzò per compiere il tragitto un mezzo di trasporto piuttosto inusuale: un trattorino rasaerba John Deere, verde, con agganciato un rimorchio acconcio alla forza del mezzo trainante, che conteneva una tenda e tutto ciò che avrebbe potuto servire durante il viaggio.

Per completare il percorso e raggiungere il fratello, tra un contrattempo e l’altro, impiegò più o meno un mese e mezzo. La singolarità della storia e la mai esaurita saga americana della strada resero Alvin Straight una sorta di mito involontario e quindi la sua avventura diventò il soggetto di “The Straight Story”, un film uscito nel 1999 prodotto dalla Disney e diretto da David Lynch.  La pellicola si rivelò uno dei più grossi successi cinematografici dell’anno e ottenne una lista lunghissima di prestigiose nomination. Ricevé anche un importante riscontro di pubblico in Italia, in cui uscì col titolo “Una Storia Vera”. 

 

Chi emerse trionfalmente dal lungometraggio fu Richard Farnsworth che interpretò Alvin Straight, mentre a impersonare il fratello Henry – una brevissima apparizione, di fatto un cameo, ma molto toccante – fu Harry Dean Stanton. “Una Storia Vera” è uno di quei film in cui capita che alcune scene rimangano inevitabilmente appiccicate alla memoria dello spettatore, perché toccano tasti molto sensibili: le inesauribili risorse dell’uomo, i vincoli di fratellanza, il romanticismo del crepuscolo e chi più ne ha più ne metta.

Chi scrive ha ancora il nettissimo ricordo d’una sequenza d’immagini che immortalano il momento in cui Alvin Straight, o meglio Richard Farnsworth, a bordo del suo trattorino, attraversò su un ponte il fiume Mississippi: l’ostacolo naturale più importante che si frapponeva all’incontro col fratello. Il forte legame emotivo con la scena è probabilmente connesso alla passione verso la musica afro-americana, di cui il fiume è uno dei simboli, oppure alla lettura di “Huckelberry Finn”, oppure ancora alla visione da bambino dei “Dieci Comandamenti” e del momento in cui Charlton Heston – Mosè – non essendoci ponti per oltrepassarlo, comandò alle acque del Mar Rosso di aprirsi di fronte al popolo eletto

Forse è proprio l’oltrepassare il grande ostacolo su un ponte – l’invenzione dell’uomo per ovviare all’altrimenti indiscutibile superiorità della natura – che rende tanto sensibili al piano sequenza dell’attraversamento del fiume. Ma non fermandosi solo al romanticismo del viaggio e volendo spaccare il capello in quattro, ci si potrebbe chiedere dove Alvin Straight abbia realmente attraversato il Mississippi per raggiungere la casa del fratello. La risposta, osservando la carta geografica, è abbastanza ovvia: si tratta del ponte che collega Marquette nello Iowa e Prairie Bridge nel Wisconsin. Però, evidentemente, il passaggio più opportuno non era quello coreograficamente più suggestivo. Allora David Lynch cercò un’ipotesi alternativa, ma non dové faticare molto perché la fama del ponte quaranta miglia più a nord del Marquette-Prairie Bridge sfiorava la leggenda.
L’architettura del Black Hawk Bridge è ancora oggi considerata tra le più belle, molto probabilmente la più bella, tra tutte quelle dei ponti che attraversano il corso del Mississippi, nonché è una delle infrastrutture che, grazie alla loro fama, riescono ancora a resistere alle mutate esigenze del traffico. In altri termini il Black Hawk Bridge è riuscito a sopravvivere alle istanze di chi vorrebbe abbatterlo per sostituirlo con una struttura più moderna e la sua coriacea resistenza è l’omaggio più importante a chi, nel fatidico 1929, lo progettò e ne portò a termine la costruzione: l’architetto e capo ingegnere Melvin B. Stone. 

E’ un ponte a sbalzo, come lo chiamano gli addetti ai lavori, con una grande gabbia metallica che si eleva sopra la sede stradale e la avvolge completamente, rendendo il manufatto (come accade per il Queensboro Bridge a New York) d’una bellezza fuori dal comune, che lo si guardi dall’esterno o percorrendolo. E’ questa la ragione per cui la sequenza d’immagini del trattorino di Alvin Straight che attraversa il Grande Fiume è da brividi. Perché proprio al di sotto c’è uno dei più grandi esempi della potenza irrefrenabile della natura, il Mississippi, comunque oltrepassato dall’ingegno dell’uomo, che però, nel superare l’ostacolo, riesce persino a soffermarsi nel rendere bello ciò che ha costruito. Per alcuni ciò che è stato appena raccontato è il classico esempio di un’avventura inestricabilmente legata al panorama americano dei road movie: l’enorme piattezza dello Iowa e del Wisconsin, punti di forza di ciò che viene comunemente chiamato Midwest, a un certo punto solcati dalla colossale frattura dell’alveo del fiume più lungo al mondo. Ciò è rafforzato anche dalla convinzione che solo la mente d’un abitante d’un luogo simile potesse partorire l’idea d’un avventura tanto bizzarra.

E’ un convincimento un tantino azzardato, perché ovunque ci sono orizzonti che accendono desideri inaspettati. Per esempio gli amanti del Po, chiamiamolo senza particolari patemi il Mississippi italiano, conoscono bene i tentativi di discesa del fiume in deriva – cioè seguendo e assecondando la corrente – sino al mare, su barche dal fondo piatto oppure su zattere auto costruite che, nella maggior parte dei casi, si risolvono coll’intervento di piccoli motoscafi di soccorso e inenarrabili bestemmie e insolenze. Sono storie di piccoli e un poco strambi avventurieri che non hanno nulla da invidiare ai personaggi della “Vita sul Mississippi” di Mark Twain. Ma non bisogna credere che qui, visto il preambolo,  s’intenda dare minore importanza al Po che, lo sappiamo tutti, gode della grande aura della storia italiana e che, se si ha sufficiente immaginazione, consente di scorgere  sparpagliati verso Governolo o Malcantone, dove Mincio e Po s’incontrano, i cavalieri unni e i loro destrieri che attendono l’esito dell’incontro tra il re Attila e papa Leone I che, poco più in là, stanno discutendo già da parecchio tempo.

Esistono bizzeffe di luoghi leggendari lungo la Pianura padana, che è poi l’equivalente del Midwest americano. Se a Hannibal, proprio accanto al fiume, si può visitare la casa della gioventù di Mark Twain, alle Roncole Verdi ci si può inoltrare nelle stanze, come è già stato raccontato su queste pagine un po’ di settimane fa, dell’abitazione del suo perfetto corrispondente italiano: Giovannino Guareschi. Ma esistono punti molto meno conosciuti della grande pianura italiana che, vicino al fiume, conservano intatto un certo spirito e identificano un territorio, staccandosi in qualche modo dall’aura della più vicina città di riferimento.

Pavia, per esempio, è un luogo pieno di consistenti significati. E’ stata la capitale del regno longobardo e, dentro alla Basilica di San Michele, Federico Barbarossa ricevé la Corona Ferrea. Ora è un centro culturale importante: gode del prestigio del Teatro Fraschini e della libreria più importante d’Italia, tuttavia lo spirito originario del territorio è conservato intatto dai vecchi frequentatori del fiume che l’attraversa: il Ticino. Quando, per qualsiasi motivo, vi si recano dicono: ” ‘nduma a canal” (“andiamo al canale”), riportando l’aura della città alla dimensione della campagna che la circonda. Così, tra i campi bassi e nebbiosi (è proprio qui che nasce la nebbia, come  garantisce Gino Cervi nell’appena uscito “La Fabbrica della Nebbia”), come è già stato raccontato per Parma, si possono incontrare gli autentici genii loci, nonostante in Italia i camposanti non abbiano mai riscosso un grande successo di pubblico.

A San Zenone (al) Po, più o meno a venticinque chilometri da Pavia, su una strada che vira a destra verso la confluenza dell’Olona col Grande Fiume s’incontra il Chiesuolo della Beata Vergine Lauretana, con annesso un piccolo cimitero. Là sono sepolte due persone che hanno rappresentato qualcosa d’importante per il reale sentire del Midwest italiano, fatto di chiacchiere la sera seduti fuori del Condomio La Fonte e da due cosettine da mangiare per mantenere alto lo spirito dopo così tanto parlare e ridere: Gianni Brera e Gualtiero Marchesi.

I due che hanno cambiato il corso del giornalismo sportivo e della cucina italiana stanno lì, finalmente  tranquilli e beati, a duecentocinquanta metri dall’argine maestro. Sarebbe bello, giusto per mescolare gli spiriti dei due universi geografici non così tanto distanti, andarli a trovare in una giornata di sole, scendendo dalla naturale sopraelevata della Pianura Padana – l’argine del Po – a bordo d’un trattorino rasaerba John Deere. 
Peccato però, dirà qualcuno, che non si possa godere della stessa emozione dell’attraversamento d’un fiume davvero grande, che il Po è sì rispettabile, ma l’immagine di Alvin Straight (o Richard Farnsworth) che sale la rampa del Black Hawk Bridge e scavalca il Mississippi è inarrivabile.

Ma qui, tra Pavia e San Zenone Po, nulla è impossibile. All’inizio del Ventesimo secolo divenne imprescindibile la questione di come trasportare le merci, soprattutto l’uva, dall’Oltrepò Pavese – a sud del corso del fiume – sino a Pavia, rendendone il trasporto indipendente dalle condizioni climatiche che spesso ne ostacolavano il transito sul preesistente ponte di barche. Per ottenere il percorso più breve possibile era necessario scavalcare sia il Po che il Ticino. Così qualcuno ebbe la geniale idea di oltrepassare con un ponte entrambi i fiumi in un colpo solo. Ciò poteva accadere solo laddove si incontravano: nella località Becca, nella frazione Vaccarizza del comune di Linarolo.

Fu l’ingegnere svizzero Jules Rothlisberger a progettare il Ponte della Becca nel 1909, che venne inaugurato nell’estate del 1912. E’, come dicono gli addetti ai lavori, una struttura in acciaio a traliccio lunga millequaranta metri, con pareti reticolari a doppie diagonali, ma ciò spiega davvero poco della sua essenza, perché il Ponte della Becca è molto di più. E’ costruito in un luogo in cui la confluenza del Po e del Ticino fa in modo che la distesa d’acqua sottostante non abbia proprio nulla da invidiare agli attraversamenti dei grandi fiumi del mondo.

Poi la sua struttura d’acciaio d’antan lo rende bellissimo da osservare da un po’ lontano e, ancor di più, da attraversare: con sopra il cielo, sotto l’acqua minacciosa e le pareti reticolari che lasciano intravedere tutta la bellezza della natura fluviale pavese.  In più, dopo una curva, da entrambe le estremità, come una sorta di gran pavese di benvenuto, il viaggiatore è accolto da due straordinari ingressi, qualcosa che ricorda delle squadrate porte trionfali d’acciaio con dei bassorilievi che scandiscono il tempo: da una parte s’immortala il 1912, l’anno dell’inaugurazione, e dall’altra il 1950, l’anno della riapertura dopo la guerra. Il colpo d’occhio sulle sculture delle porte e sulla ragnatela di metallo retrostante fa in qualche modo ricordare gli intrecci belle epoque della Tour Eiffel, nonostante la Torre punti verso il cielo piuttosto che verso la sponda opposta del fiume, ed è in qualche modo rassicurante leggere che “il Ponte della Becca è la seconda struttura in ferro più grande al mondo dopo la Tour Eiffel”, così che si può anche pensare di osservare una precisa testimonianza della Rivoluzione Industriale applicata alle esigenze del fiume. 

E’ tutto così affascinante sul Ponte della Becca che l’appassionato di road movie, appena ultimato il tragitto in un verso inverte subito il senso di marcia e torna indietro per attraversarlo un’altra volta. E poi, non ci si vergogna ad ammetterlo, ancora e ancora. Perciò lo si può affermare senza incertezze: non c’è manufatto più bello lungo i seicentocinquantadue chilometri del corso del Po. E magari  anche oltre. Questo ci fa pressoché convinti che se David Lynch avesse avuto l’opportunità di osservarlo illuminato dalla luce arancio e viola del tramonto si sarebbe a lungo grattato la testa, e il trattorino guidato nella finzione cinematografica da Richard Farnsworth sarebbe transitato tra le due grandi porte d’ingresso di Mezzanino e Linarolo. Un memorabile piano sequenza a due passi da dove Gianni Brera e Gualtiero Marchesi continuano a osservare il mondo.

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