Il viaggio inquieto di un ragazzo con la valigia verde. Un libro

"Sempre tornare" è l'epilogo della trilogia di Daniele Mencarelli. Un'esperienza lunga centinaia di chilometri tra incontri e angosce

Matteo Matzuzzi

Una serata in Romagna e la svolta che cambia l'esistenza. Le grandi domande e una certezza: "La vita è benedizione o maledizione"

Che fallimento, quell’estate del 1991. Daniele non vedeva l’ora di fare come tanti ragazzi della sua età, andare in Romagna e gustarsi quello sballo uniformante: spiagge e discoteche, nient’altro. Un rito laicissimo che accomuna generazioni, che quelle “prime” estati da giovani adulti se le ricorderanno per tutto il resto della vita. Dura un giorno, quell’esperienza. All’indomani Daniele vuole restare solo, cercare ancora una volta il senso di tutto. Interrogarsi in un esame di coscienza dominato da inquietudine e, in fin dei conti, da una disperazione costante. Inizia il ritorno verso casa, accompagnato da una valigia verde.

 

È il capitolo finale del lungo viaggio di Daniele Mencarelli; viaggio a ritroso in un’esistenza impetuosa. Sempre tornare (Mondadori) è un titolo che – cosa rara nell’editoria contemporanea – dice tutto. Compendio perfetto di un’avventura totalmente ancorata al reale, al vissuto  di un uomo che la vita potrà dire di averla vissuta davvero pienamente. Tornare sempre al punto fermo, alla famiglia, alle radici: una sorta di stella cometa che guida anche nei momenti bui (per approfondire, si leggano i precedenti capitoli della trilogia, La casa degli sguardi e Tutto chiede salvezza). A dominare, in questo viaggio, sono le grandi domande. Tutto è reso più complicato dal fatto che per Daniele la vita è benedizione o maledizione: nessuna possibilità di compromesso. “Mio padre mi dice che essere adulti vuol dire saper mediare, saper vivere nei grigi, perché non ci può essere solo bianco e nero. Avrà le sue ragioni. Ma su un punto sbaglia di certo. Perché tra Tutto e Niente non può esistere una terra di mezzo. Non può esistere grigio. Io, ogni cosa, non abbiamo compromessi possibili. Siamo figli del Tutto, o figli del Niente. Da una parte Dio, dall’altra il Caos”. E Dio c’è anche qui. Daniele va ad Assisi, cerca in tutti i modi di impossessarsi di quella fede che gli sfugge sempre, lui che cerca Dio e percepisce sempre e soltanto l’opposto di quel Dio tanto agognato. Entra “come un sonnambulo” nella basilica, la gira tutta. Guarda in alto, a destra e sinistra. Ammira i colori e tutto il resto. Esce deluso e arrabbiato: “Non ho trovato quello che desideravo. Speravo si avverasse qualcosa, un approdo definitivo, finalmente agguantare quello che cerco da sempre. Una fede calata dall’alto dura come il granito. E con lei la tregua. Perenne. Una vita trascorsa in pace, senza più gli artigli dell’inquietudine piantati sulle spalle”.

 

Daniele esige leggerezza. La pretende ma non la trova, non gli basta quel che ha e vede: “Perché mi ritrovo a scavare dentro le cose, le persone?”. Si dà una risposta: “Lo faccio perché voglio capire. Perché una volta capito tutto, avrò la cura a questo dolore che porto da sempre. Alla nostalgia che mi parla in una lingua che non capisco”. Un dolore che però diventa insopportabile: “Non voglio più vivermi dentro. Vorrei essere leggero”.

 

Il protagonista compie un viaggio nelle contraddizioni del reale, vede le tante solitudini di questo mondo: lì incontra l’umano. Alla fine, trova pure l’amore, Emma. Al centro però c’è lui, Daniele, “il ragazzo con la sua vita in palio”. Il diciassettenne che, passato dal Negroni al caffè “senza nemmeno un cornetto nel mezzo”, decide di mollare gli amici a Misiano e di tornare a casa. Magari non subito, no, tanto “mi madre prima der 31 nun m’aspetta”. Il fatto è che lui deve stare solo con se stesso: “Io sono qui perché devo capire. Non posso più fare finta di niente. Non è colpa mia se vedo ovunque una discendenza da scoprire, ovunque un enigma che chiede a me di essere risolto, come se fosse possibile”. Si torna sempre lì: “Ogni giorno nel mio petto esplode un duello, sempre lo stesso. Un duellante si chiama Tutto. Il suo avversario si chiama Niente”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.