Friedrich Glauser a Nervi, dove morirà nel 1938. Era nato a Vienna nel 1896 (Wikimedia Commons) 

L'autore incompiuto

“Le vacanze di Studer”, adorabile e inedito racconto sospeso di Friedrich Glauser

Guido De Franceschi

"Ho sempre avuto la sensazione di avere qualcosa da dire […]. Ciò che finora mi ha impedito di continuare a costruire su questo terreno comunque malcerto è stata la mia indolenza, la mia mancanza di disciplina"

 

Il 3 febbraio, sul Foglio, l’ottimo Marco Archetti ha stilato un “Manifesto del Lettore Immoraleche rivendica tre diritti: detestare gli epistolari; detestare i diari; detestare gli inediti, specie se incompiuti. Sacrosanti diritti e sacrosante parole, quelle di Archetti – che contempla solo tre libri che fanno eccezione, uno per categoria. Senonché, c’è sempre un senonché. Questa volta è costituito da “Le vacanze di Studer. Un poliziesco ritrovato” (174 pagine, 18 euro, traduzione di Gabriella De’ Grandi), un librino di Friedrich Glauser (1896-1938) appena pubblicato da Casagrande. È un giallo ambientato ad Ascona, che ha come protagonista il commissario della polizia di Berna Jakob Studer, reso celebre dagli altri gialli di Glauser, che in Italia furono “ripescati” per Sellerio da Leonardo Sciascia.

 

Di questo “romanzo” asconese di Glauser, però, esistono solo tre diversi incipit e quattro scene: circa quaranta pagine. Per questo il volume è firmato anche dallo scrittore ticinese Andrea Fazioli, che ha incorniciato e completato i brani originali con l’amorevole cautela di chi sa che la prosa glauseriana è un oggetto fragile come lo era il suo autore. In ogni caso, secondo la tassonomia archettiana, il romanzo “Le vacanze di Studer” è senz’altro un inedito e per di più è (molto) incompiuto. Eppure, anche facendo ricorso a tutta l’immoralità di cui siamo capaci, non possiamo detestare questo frustolo glauseriano. Forse perché proprio l’inedito, specie se incompiuto, sembra la forma più “aderente” a Glauser. Anzi, la stranezza è che questo scrittore svizzero non sia mai riuscito a concludere davvero, e a far pubblicare, qualche romanzo.

 

 

Irregolare per antonomasia, tossico, ladruncolo, falsificatore di ricette, assiduo ospite di case correzionali e istituti psichiatrici, poi legionario in Africa dopo una breve militanza dadaista a Zurigo – attività raccontate in scritti autobiografici romanzati ma talvolta simili a un diario (ho scritto “diario”?) – Glauser è stato per quasi tutta la vita il prototipo dello scrittore in potenza e dell’inconcludente cronico. Lo afferma lui stesso nell’ospedale psichiatrico di Waldau, solo quattro anni prima della morte: “Ciò che ho scritto fino a questo momento lo considero un esercizio, con due o tre eccezioni […], ma ho sempre avuto la sensazione di avere qualcosa da dire […]. Ciò che finora mi ha impedito di continuare a costruire su questo terreno comunque malcerto è stata la mia indolenza, la mia mancanza di disciplina. Entrambe mi portano a scansare il lavoro puramente tecnico (impianto, stile) per trovare consolazione nell’euforia, tanto più facile da raggiungere”.

 

L’irresolutezza di Glauser emerge anche da “Annegare è il nostro destino”, un epistolario (ho scritto “epistolario”?) pubblicato da Armando Dadò: “Non sono un vero letterato, purtroppo sono abominevole quando scrivo”, si lamenta. E poi, riferendosi a un suo racconto: “Non sono andato avanti, l’ho letto a Bruno e dopo la terza pagina ho avuto un accesso di rabbia e ho strappato tutta quella porcheria”. E ancora: “Lavoro di nuovo. Il racconto di una donna che dovrebbe chiamarsi Viola, forse sarà la cosa migliore o peggiore che avrò mai scritto” (quel che è certo è che di questo racconto, ammesso che lo abbia scritto per davvero, non vi è traccia). Poi, negli ultimissimi anni, Glauser riuscì a diventare scrittore per davvero. E, pur condannato a una pubblicazione e a una gloria perlopiù postume, riuscì a terminare qualche romanzo. Non senza incidenti: nel 1937 perde su un treno l’intero dattiloscritto del romanzo “Il Cinese” e, per poterlo mandare a un concorso a cui tiene molto, lo deve ridettare a braccio, per otto ore al giorno, alla sua compagna.

 

Sarà per questo che in un brano abbozzato da Glauser per “Le vacanze di Studer” (“siamo una piccola compagnia di artisti, due pittori, una grafica, una ballerina, due scrittori, e poi ci sono anch’io, anch’io scrivo…”) non possiamo non vedere un suo autoritratto come “autore incompiuto”, disperatamente aggrappato a quei tre puntini di sospensione.

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