Scovare un libro di Renato Barilli e provare il brivido di leggere l’indicibile

Considerazioni sul'ultimo volumetto del grande critico letterario, molto scomodo e poco amato
12 FEB 21
Ultimo aggiornamento: 05:00
Immagine di Scovare un libro di Renato Barilli e provare il brivido di leggere l’indicibile

(foto Pinterest)

Sopravvissuta all’inverno editoriale del Covid, ho scovato su uno scaffale di libri usati una copia di Pollice recto/pollice verso di Renato Barilli (Manni l’ha pubblicato a settembre), per giunta con dedica autografa a un autore terzo, e l’ho portata a casa per accudirla io. Del resto Barilli è una venerabile autorità della critica letteraria, il suo studio “La linea Svevo-Pirandello” resiste da mezzo secolo, quindi mi sono subito messo a compulsare questo suo ultimo volumetto nel tentativo di scoprire cosa mai avesse spinto il dedicatario a disfarsene così rapidamente. Mi ha risposto lo stesso Barilli nella prefazione.
Dopo decenni sulle pagine culturali del Corriere e su Tuttolibri della Stampa, spiega, “mi sono aggrappato come un naufrago alla ciambella di salvataggio de l’immaginazione”, la rivista letteraria che Manni pubblica dal 1984. Lì ha potuto esercitare “quella libertà di giudizio che la mia presenza in sedi legate alla cosiddetta grande stampa mi limitava”. Barilli critico scomodo, dunque, anzi “critico inesistente” come egli stesso si definisce; letterato che non vota al Premio Strega “né ad alcun altro dei cento premi che costellano la penisola” e che si picca di “fustigare valori ufficiali, premiati invece dall’establishment”.
Che Barilli risultasse poco tenero è risaputo. Quando di Simona Vinci lesse Dei bambini non si sa niente, la sua recensione fu un gelido “appunto”; e si vantò che Sebastiano Vassalli si fosse ispirato a lui inserendo in 3012 un personaggio che si chiamava Remorto Bottilli, rivendicando che “oggi io sono davvero un Remorto, scomparso sotto tutti gli aspetti”. Mi tentava quindi di compulsare questo volumetto che processa la narrativa italiana dal 1994 al 2020 per trarne il brivido di leggere l’indicibile, su quel celeberrimo scrittore “spudorato profittatore del prestigio che s’è conquistato”, su quell’altro che “bisogna sottrarre all’accusa denigratoria di essere l’autore in incognito dei romanzi della Ferrante”, o sul fatto che i due migliori narratori italiani siano Stefano Benni e Aldo Busi, non altri. Sarebbe però stata una soddisfazione breve, indegna dell’occasione che Barilli mi offriva: usare il suo libro come cannocchiale anziché microscopio, grazie a un forsennato collage dei suoi giudizi militanti su questo o quel romanzo, per scorgere quali difetti la storia della letteratura attribuirà domani a questo quarto di secolo. Anzitutto la lingua, “la morta gora costituita da un uso corretto e neutro della lingua italiana”, una “lingua neutra, burocratica, appannaggio normale di tutti”, con queste “frasette pulite, simmetriche, l’una dietro l’altra, a intrecciare un lungo rosario di banalità” che all’improvviso si rovesciano in “un linguaggio sbracato, preso dalla strada o meglio dai serial televisivi e dai film di gangsterismo”; “encefalogrammi che procedono piatti e uniformi”, uno stile di “acqua fresca, senza alcuna increspatura, monotono e sempre uguale”.
Quindi la trama, coi “noiosi accumulatori di piccoli gesti anonimi, ripetitivi, spenti, intonati a un grigiore subìto, piuttosto che abilmente amministrato”. Incapaci di “affrontare il difficile continente della letteratura” munendosi “di quei filtri, di quegli antidoti che soli potrebbero garantirne l’attraversamento”, bensì debitori alla “comune grande fonte narratologica costituita dal cinema”, e comunque portati a “indirizzarsi per primi un applauso di incoraggiamento”; con una diffusa “preoccupante tendenza ad allungare il brodo”, che resta “aliena dal toccare le corde del fantastico, dell’irreale, del magico” ma si premura “di stendere un enorme rapporto sulla vita sessuale dell’umanità”. Infine i temi portanti – come la meridionalità, su cui si torna “in modi stanchi e folclorici, vittime di stereotipi già stabiliti” – che sorreggono “autori che hanno il torto di qualificarsi soprattutto additando questioni di carattere sociale-corporativo, evitando la via più autentica di raccogliersi attorno a un motivo stilistico” o che ambiscono a esibirsi “nei salotti televisivi per cogliere il plauso di grandi castigatori dei mali nazionali”. Ecco la spiegazione concentrata del perché Barilli è poco amato. Quanto invece all’autore terzo, il dedicatario che si era frettolosamente sbarazzato della copia autografata, sono andato a controllare qualche scaffale più in là: in quel cimitero di invenduti e riciclati c’erano anche due o tre titoli suoi, poiché anche l’editoria ha una crudele giustizia poetica.