Come un disegno può fiorire in una cava e altre storie "ucroniche" di Makkox

L'infanzia a disegnare senza sosta e senza regole, a studiare pianoforte per sviluppare un talento non suo (ma del padre); la giovinezza a fare lavori di fatica, fino alla svolta. L'incontro con Diego Bianchi, Serena Dandini, Luca Bizzarri. La mancanza di ironia nel pubblico, argomento in comune con Beppe Grillo. La politica come non-interesse (che poi lo ha interessato, ma per vie traverse). Il metodo di lavoro, gli altri, l'impossibilità di raccontarsi "in breve"
21 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 05:23
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Foto ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI&nbsp;<br />

Lui che disegna, e che ha sempre disegnato. E lui che racconta, come se stesse disegnando, però immaginando anche un po’ la storia (la sua storia) diversa da come è stata: è per questo che si chiama “ucronica”, cioè scritta come se le cose non fossero andate proprio così. E’ l’autobiografia del vignettista (anche di questo giornale) Marco “Makkox” Dambrosio, “Nuove mappe del Paradiso”, scritta con Nicola Mirenzi ed edita da People, con prefazione dell’amico e in questo caso editore Pippo Civati.
Ucronico, che vorrà dire? si domanda magari il lettore lì per lì, andando a cercare il significato ancora prima di arrivare all’ultimo capitolo, quello in cui Makkox spiega la sua passione infantile per l’auto-domanda: “Ma se Eva non avesse accettato la mela dal serpente, che cosa sarebbe successo?”. E insomma bisogna fare duemila passi indietro, e poi duemila passi avanti, leggendo, e a ogni balzo ci si sente però comunque dentro le cose che Makkox racconta e disegna, forse perché le disegna, forse perché le racconta, forse perché il filo conduttore è quell’autoironia che – altro balzo temporale – Beppe Grillo, una volta fatto il suo passo di lato dalla politica, ammetteva di non riscontrare nei suoi elettori (per non dire nei suoi eletti) nel bel mezzo del 2017, e lo ammetteva, pur sempre senza troppo crederci, davanti al vignettista Makkox, in quel momento suo autore, pur senza sentirsi tale, nello spettacolo “Grillo vs Grillo”.
Come si diventa Makkox? Che storia ha Makkox? Sono state queste le domande ricorrenti che l’hanno gettato nell’impossibilità di essere sintetico, motivo per cui, alla fine, ha deciso di mettersi a parlare di sé, ma in modo ucronico, appunto, partendo però in ordine cronologico dal bambino di Formia che da piccolo era stato mandato a studiare pianoforte per coltivare il talento non suo ma del padre, pianista “genio naturale” a cui nessuno aveva mai pagato delle lezioni. Ma era stato viatico al proprio talento – disegnare e basta, disegnare sempre – quel talento altrui, coltivato a scoppio ritardato, attraverso le meravigliose lezioni di musica “lisergiche”, così le chiama Makkox, di una maestra-suora capace di suonare l’organo con tutta se stessa, ma anche di portare l’alunno incredulo nel magazzino dov’erano custodite statue religiose simili a guerrieri cinesi di terracotta. E chissà che fine hanno fatto i “Goonies del disegno”, pensa poi Makkox ricordando il se stesso ragazzino in mezzo alla squadra di amici ragazzini, illustratori o fumettisti inconsapevoli com’era lui allora, ma rimasti tali anche oltre l’età matura (perché Makkox al disegno c’è arrivato tardi). E nella biografia ucronica prende forma il romanzo di formazione casuale dello studente che abbandona la scuola e non sa ancora di poter guadagnare con quei tratti di pennarello – calendari “countdown” per i giorni del militare, quando Makkox illustrava i cento giorni mancanti alla licenza con donnine nude stilizzate, molto apprezzate dai commilitoni. Né sapeva ancora domare la sua mano (“scimmia” indisciplinata che non sempre disegnare quello che uno pensa, così la descrive).
La vita fatta “a precipizi”, insegnamento di una famiglia più volte risorta dalle cadute, sembrava al giovane Makkox una circostanza da tenere a bada a forza di lavori monetizzabili, dai traslochi in giù, e però il primo impiego saltuario, con il senno ucronico del poi, avrebbe dovuto indicargli già la futura strada: dipingere per terra indicazioni stradali, ripassando gli “stop” a uno a uno. “E’ la prima volta che ho guadagnato disegnando”, ha pensato il Makkox di oggi del Makkox di ieri, quello che aveva intanto trascorso anni in una cava di breccia, lavoro di fatica che, inspiegabilmente, gli aveva però riacceso fortissima la passione per il disegno. E lì, immerso tra macchinari giganti – quasi dei dinosauri spaccapietra – e operai saggi avvolti in multistrati di lana logora, quella vita primordiale, ma ben retribuita, gli aveva insegnato altro: serviva tempo per sé. Da lì l’anno sabbatico, la grafica, la pubblicità e poi tutto il resto: la televisione con Luca Bizzarri, Serena Dandini e Diego Bianchi, in un ruolo nuovo in cui sentirsi sempre un po’ “prestato” o “imbucato” o “burino ignorante”, specchio rovesciato di chi non sa ridere di sé. C’è, nel racconto scritto e disegnato, la nuova vita del vecchio Makkox a Cologno Monzese, all’inizio della carriera tv, in quello strano luogo dove tutti parlano il gergo televisivo “binario” (alto-basso, acceso-spento). C’è la vignetta con il bambino naufragato in uno sbarco, seduto in fondo al mare con la pagella e la scritta “tesori perduti”, vignetta per cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato Makkox al Quirinale. E c’è la politica vista come un non-interesse, e che poi si impone quando diventa improvvisamente “da bar”. C’è, infine, il peso leggero di essere cresciuto in una famiglia di “fasci” che poi forse non lo erano, e c’è il riscatto dei talenti sprecati per interposta persona, quando Makkox fa da trampolino di lancio a un fino ad allora non edito Zerocalcare – e si capisce che in lui, a un certo punto, il vignettista ormai vignettista affermato ha visto uno degli amici di un tempo, quei piccoli “Goonies” incompresi del disegno.