"Viva Ingrid". Il lessico familiare della Bergman in Italia
A Venezia presentato un documentario sull'attrice con le immagini girate da lei stessa. Tutto parte dalla strana, incredibile storia di quella lettera a Rossellini, sopravvissuta non si sa come al grande incendio che nel 1947 distrusse gli studi della Minerva Film.
12 AGO 20

Ingrid Bergman che scende dall’aereo a Roma, sorridente in un giorno di sole del 1948, e Ingrid Bergman che risale sull’aereo a Roma in un giorno nuvoloso del 1956, un po’ rabbuiata pure lei: due immagini, e in mezzo gli otto anni italiani dell’attrice svedese, anni in cui nascono film, figli e prima di tutto l’amore (e lo scandalo) tra lei e Roberto Rossellini, il regista a cui Ingrid aveva scritto dall’America dopo aver visto “Paisà”, e dopo aver chiesto l’indirizzo della sua casa di produzione a un fan italiano che le chiedeva l’autografo. “Conosce Roberto Rossellini? E dove vive?”, aveva detto Ingrid a quel fan, come racconta lei stessa, molto divertita, a un giornalista anglosassone che la intervista. Ed è una Ingrid autoironica e pacata che riflette sul passato tumultuoso, quella che si vede nel documentario “Viva Ingrid” di Alessandro Rossellini (nipote di Roberto), presentato alla Mostra del cinema di Venezia e realizzato con immagini d’archivio dell’Istituto Luce (che produce e distribuisce), spezzoni di film o interviste e filmini familiari girati dall’attrice a Roma e nella villa di Santa Marinella.
E tutto, nel film, parte proprio dalla strana, incredibile storia di quella lettera a Rossellini, sopravvissuta non si sa come al grande incendio che nel 1947 distrusse gli studi della Minerva Film (fiamme dalle finestre, riccioli di celluloide bruciati nello scantinato), poco prima che Rossellini la trovasse e la leggesse. La classica sliding door che si apre ma poteva anche non aprirsi: non ci sarebbe mai stata una Ingrid Bergman a Roma, infatti, senza quella missiva un po’ timida e un po’ spavalda in cui lei, la grande attrice già famosa a Hollywood, affascinata dai film così “duri, crudi e veri” del grande regista italiano, gli chiedeva di tenerla presente per futuri ruoli, tantopiù che parlava così bene svedese, inglese, così male il francese e così poco anzi per niente l’italiano (so dire soltanto “ti amo”, scriveva Ingrid, e già da quella frase si capiva tutto). “Mi ha chiamata, in realtà”, Roberto, scherza Ingrid nelle interviste, parlando di quando, dopo aver imparato un po’ meglio l’italiano, si era accorta che in “Roma città aperta” una delle SS di cognome faceva Bergman, e dicendo con la massima semplicità di “non avere più paura degli essere umani”, dopo essere passata attraverso tutti i gironi della sovraesposizione mediatica: il divorzio, l’amore con Roberto, la nascita dei figli, i film che all’inizio non decollano, i titoli dei giornali, i paparazzi appostati e la fama di “cattiva” che arriva lontano, anche al di là dell’Oceano, nell’America dove Ingrid infine tornerà nel 1956, dopo essersi separata. Ma intanto c’è, nei suoi filmini amatoriali, il lessico familiare della Ingrid innamorata dell’Italia povera ma bella del dopoguerra, e la Ingrid serena nelle sue giornate di giardinaggio intensivo in riva al mare, con le gemelle Isabella e Isotta che giocano con bizzarri cappelli da cinesi in risaia.
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Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
