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Il dandy disperato

Marina Valensise

La creatività, il lusso, la droga e quella costante narrativa del suicidio. Il mito del dadaismo francese, Jacques Rigaut, in una nuova biografia

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Scrittore francese bellissimo ma semisconosciuto, dadaista militante, autore di un’opera minima, compendiabile in poche pagine, strafatto di eroina, si uccide a trent’anni vinto dal disgusto di sé e degli altri, dopo aver vissuto una vita da dandy, aver sposato una miliardaria americana e aver tentato a più riprese di disintossicarsi. Passa un secolo e miracolo, la sua vita rifulge grazie alla meticolosa biografia, irragionevolmente lunga, scritta da Jean-Luc Bitton (“Jacques Rigaut, Le suicidé magnifique”, Gallimard). Un libro assolutamente imperdibile per chiunque voglia conoscere i costumi dell’intellighenzia parigina e americana negli anni folli, scandagliare i vizi e le virtù dell’arte d’avanguardia, entrando a gamba tesa nella grande stagione del nichilismo che s’apre in Europa con la Grande guerra. 

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Scrittore francese bellissimo ma semisconosciuto, dadaista militante, autore di un’opera minima, compendiabile in poche pagine, strafatto di eroina, si uccide a trent’anni vinto dal disgusto di sé e degli altri, dopo aver vissuto una vita da dandy, aver sposato una miliardaria americana e aver tentato a più riprese di disintossicarsi. Passa un secolo e miracolo, la sua vita rifulge grazie alla meticolosa biografia, irragionevolmente lunga, scritta da Jean-Luc Bitton (“Jacques Rigaut, Le suicidé magnifique”, Gallimard). Un libro assolutamente imperdibile per chiunque voglia conoscere i costumi dell’intellighenzia parigina e americana negli anni folli, scandagliare i vizi e le virtù dell’arte d’avanguardia, entrando a gamba tesa nella grande stagione del nichilismo che s’apre in Europa con la Grande guerra. 

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“Le Feu follet” di Pierre Drieu La Rochelle. Il racconto delle ultime quarantotto ore di un uomo in lotta contro la vita


 

Come mai, direte voi, tanta fatica, più quindici anni di lavoro, infinite ricerche, migliaia di fonti documentarie passate al setaccio, per ricostruire la vita e le gesta di un dandy d’inizio Novecento? Perché Jacques Rigaut era un mito vivente già ai suoi tempi, e continuò a esserlo quando Pierre Drieu La Rochelle, amico e complice di molte avventure e suo alter ego, pieno di sensi di colpa per il suicidio del giovanotto, che già aveva ritratto nel 1923 in un suo racconto assassino, “La Valise Vide” sotto i tratti del ridicolo Gonzague, ne fece l’eroe di uno dei suoi romanzi più belli e di un altro racconto a chiave. “Le Feu follet” (1931) è infatti la straziante storia di un disperato. E’ il racconto delle ultime quarantotto ore di un uomo in lotta contro la vita, sempre a caccia di donne e di sesso per liberarsi dalla dipendenza della droga, e del suo andare alla deriva come un relitto fantasma tra le strade di Parigi, disgustato dalla società che lo circonda e che lo ricambia di una spietata indifferenza. Non solo. Trent’anni dopo il capolavoro di Drieu, Jacques Rigaut rivive come un mito della Nouvelle vague, quando Louis Malle, tentato dall’introspezione autobiografica, riprende il romanzo di Drieu per ricavarne uno dei suoi film migliori, “Le feu follet” (“Fuoco fatuo”), con Maurice Ronet e Jeanne Moreau nel ruolo dei protagonisti: un piccolo capolavoro uscito nel 1963, Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia, che riattualizza la storia del dandy nichilista sullo sfondo dell’esistenzialismo, della guerra d’Algeria, in una Parigi livida tutta in bianco e nero, battuta dalla pioggia e attraversata dal senso lieve e tragico di un’accidia senza sbocco.

 

E pensare che Jacques Rigaut, l’ispiratore di questi due capolavori, era un tipo tutt’altro che tragico. Bello da morire, anzi “bello da mozzare il fiato”, come scrisse il surrealista Philippe Soupault, fondatore di “Littérature”, la rivista di Breton e Aragon. Soupault, l’inventore della scrittura automatica, lo incontrò quando Rigaut aveva vent’anni e ne rimase abbagliato: “Era un uomo estremamente allegro, divertente, disinvolto, elegante, pieno di fascino, seduttore di uomini e donne, sovranamente intelligente, e totalmente privo di ambizione”, ricorderà anni dopo. La stessa impressione dovette averla Man Ray se riuscì a riprodurla nel famoso ritratto fotografico del 1922, in cui Rigaut appare in un elegantissimo in completo tre pezzi, le braccia conserte, lo sguardo duro e cristallino, con quegli occhi a fessura di un grigio tagliente e nebbioso, ma forse persino divertito, le labbra sottili – segno indiscusso di crudeltà – e la fronte alta che annuncia un’aria di sfida, una rivolta ben ponderata e il senso onnipotente di una segreta lascivia. 


La svolta della vita di Rigaut avviene alla fine del 1923, sei mesi dopo la fine del movimento Dada, con il trasferimento a New York


 

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Rigaut all’epoca era un ventenne di belle speranze, traumatizzato dalla guerra e dalla scomparsa di un amico fraterno, e già dedito al consumo di cocaina. Studiava Legge, ma lavorava come segretario del pittore Jacques-Emile Blanche, il famoso ritrattista di Proust e delle grandi glorie culturali del secolo, che gli farà da mentore e introducendole nel bel mondo e trattandolo come un figlio. Rigaut l’aveva stregato. Bello, elegante, spiritoso, assisteva il pittore-scrittore nella redazione di articoli e saggi, e si divertiva a porre domande assurde ai tanti frequentatori del suo mondanissimo salotto: “Perché ha un cappello a forma di pera”, domandò un giorno a André Gide. E un altro giorno a Paul Valéry: “L’influenza dell’insalata di barbabietole sulla sua prosodia ha più importanza di quella di lattuga?”. Simone Kahn, sua compagna di università e grande amica, nel 1916 riceverà una bellissima lettera dove Rigaut si firmava “A vous sans adverbe”, e grazie a lui finì per fidanzarsi e poi sposare André Breton. Con lei, Rigaut era entrato nel giro degli artisti d’avanguardia con cui bazzicava al cafè Certà e al Boeuf sur le Toit, coltivando le esperienze Dada da quando Tristan Tzara era sbarcato a Parigi in casa di Francis Picabia e fino alla rottura con Breton nel 1922.

 

E infatti un’altra foto iconica lo ritrae appeso a testa in giù a una scala, in cima alla quale c’è Soupault che lo tiene dai piedi, mantenendosi in precario equilibrio con una bicicletta in braccio, mentre André Breton, René Hilsum, Benjamin Péret, e il pittore russo Serge Charchoune sorridono in posa accanto a loro. E’ il 3 maggio 1921, giorno del vernissage della mostra di Marx Ernst al Sans-Pareil. Freddo, distaccato, capace di humour nero, Jacques Rigaut era un dadaista nato. L’uomo che sula rivista Action si sarebbe dato un ruolo profetico – “Grimpé sur mon piano, je suis l’Antéchrist coiffé d’un entonnoir de gramophone” – s’era ritrovato naturalmente al centro del movimento dadaista e in un ruolo essenziale, pur non volendone esercitare alcuno. In quell’immagine del 1921 c’è l’essenza della sua breve esistenza: la resistenza passiva opposta alle forze del reale, il completo rovesciamento di prospettiva, la forza di riflessione dove l’intuizione prevale sulla conoscenza, l’estrema facilità con cui liberarsi, senza sforzo, di una situazione vincolante… Ma chi era questo genio sorgivo, questa meteora che avrebbe segnato le esperienze più fondamentali dell’arte del Novecento?

 

Era nato il penultimo giorno del penultimo anno del Novecento, in una famiglia borghese, anzi piccolo borghese, che detestava e lo detestava. E qui il biografo Bitton, grazie alle sue indagini, ci regala indiscrezioni al fulmicotone, rivelando come il giovanotto fosse il secondogenito di una coppia disfunzionale, venuto al mondo due anni dopo un primo figlio, che era il suo perfetto contrario, brutto, malaticcio e dal fisico ingrato, mentre lui era una specie di adone, smilzo, elegante, sinuoso. Sua madre è una ragazzina di grandi pretese, figlia di un ricchissimo uomo d’affari che un anno dopo le nozze della figlia muore suicida per un rovescio in Borsa. Il padre di Rigaut invece, disprezzato dalla moglie che lo guardava dall’alto in basso, è un ex commesso di merceria che ha fatto carriera come ispettore al Bon Marché, il grande magazzino della Rive gauche, dove la famigliola troverà casa in un bel palazzo al n.14 di Boulevard Raspail. Amante del bello, il padre di Rigaut era un esteta che girava con un bastone dal pomo d’oro, vestiva con cura e tradiva nei segni esteriori un feroce appetito di riscatto sociale. Il fatto è che aveva natali complicati. Era infatti il secondo figlio di una povera ricamatrice entrata a servizio del nipote del grande naturalista Geoffroy Saint-Hilaire e da lui ben presto ingravidata, ma costretta a connubio segreto e parallelo in costanza del legittimo matrimonio. Di che nutrire complessi per generazioni. Forza dell’atavismo, Jacques Rigaut nato nel 1898, oltre all’ansia di legittimazione, portava in sé i geni dell’intelligenza metodica, calma, fredda e riflessiva dell’illustre avo, mostrando la stessa l’attenzione alla precisione, lo stesso gusto asettico per la tassonomia. 


Rigaut, l’ispiratore dei due capolavori, era un tipo tutt’altro che tragico. Bello “da mozzare il fiato”. Philippe Soupault e Man Ray


 

A scuola, all’inizio, andava benissimo. Setacciando gli archivi del liceo Montaigne come un segugio, il suo biografo ha scoperto una serie di premi di eccellenza, in francese, in latino, in matematica, oltreché i nomi dei compagni di scuola, fedelissimi della prima ora come René Chomette, alias René Clair, il futuro regista, amico intimo e rivale in amore all’epoca in cui i due liceali sedicenni competevano per carpire in esclusiva i favori di un’attrice di teatro sessantenne. E poi c’era la sua passione, Maxime François-Poncet, figlio di un consigliere di Corte d’appello e fratello del futuro ambasciatore a Berlino e a Roma. François-Poncet, come Rigaut, partirà anche lui volontario in guerra, dopo la battaglia della Somme – un’ecatombe per quasi un milione di francesi. Maxime, colpito alla carotide da una granata, morirà ai primi di giugno del 1918, lasciando l’amico nella costernazione: “Max est tué. La chose est monstrueuse, révoltante, incroyable. Je suis effrondré, je ne sais plus de quel coté me tourner. Il est probablement irremplaçable et en tout cas ma vie était arrangée avec la sienne, parallèlement. Je suis absolument sans courage”. Il colpo è grave. Con lui Rigaut perde non solo un fratello, ma una guida e un complice. E’ allora che, disperato, il giovane allievo della scuola ufficiali abbandona l’entusiasmo e inizia a farsi di coca per anestetizzare il dolore. Esperienza comune a una generazione di grandi spostati, che si affacciano alla vita entrando in trincea, e sopravvivono alla guerra schivando colpi dei mortai e corpi devastati. “J’allais à la drogue comme un rendez vous avec une femme”, confesserà anni dopo Jacques Rigaut. Ma intanto, il male è fatto. E per uscire dalla disperazione non basta la droga, ci vuole la scrittura.

 

Nel 1920 Rigaut legge il manoscritto di “L’Invitation au suicide”, trattato di Soupault mai pubblicato, e annuncia al suo mentore Blanche di aver trovato il modo di iniziare a scrivere qualche pagina. Abbozzi che il suo biografo riesuma pietosamente dagli archivi manoscritti mostrando come l’ossessione del suicidio, prima che una vocazione, fosse una costante narrativa da esplorare in tutte le sue pieghe. “Mon livre de chevet, c’est le revolver”, replicherà Rigaut a Soupault, una sera che gli chiedeva cosa stesse leggendo. “Era un compagno molto allegro soprattutto di sera e di notte. Eppure, senza che degnasse confessarlo, attraversava dei periodi di tristezza. E allora parlava della rivoltella che teneva sul comodino”, ricorderà Soupault che si lasciava facilmente irretire per andare a fumare l’oppio col suo amico in un sordido appartamento del XVII abitato da giovani americani della Lost generation. 


La scuola, e poi la guerra, la morte dell’amico. E’ allora che, disperato, abbandona l’accademia ufficiali e inizia a farsi di coca 


La svolta vera, per Rigaut, avviene alla fine del 1923, sei mesi dopo la fine del movimento Dada. Stanco del salotto di Blanche, abbandonato dalla sua famiglia che si trasferisce in Provenza, entrato in contatto con gli espatriati americani alla Malcolm Cowley, con cui scopre la passione per il jazz e per i film di Hollywood, Rigaut decide di partire per New York. Grazie a una colletta lanciata da Drieu s’imbarca da Le Havre su La Savoie con un biglietto di sola andata. Ha con sé due valigie, una piena di abiti da sera, l’altra di lettere di raccomandazione. Dopo i primi giorni al Pennsylvania Hotel, il più grande albergo del mondo, nel cuore di Manhattan davanti alla Penn Station, finisce i soldi, dato il cambio sfavorevole, e su consiglio di Cowley si trasferisce al Village in una stanzetta ammobiliata, in una vecchia casa in mattoni rossi al 61 di Washington Square, dove la svizzera madame Branchard accoglie da anni una comunità internazionale di artisti spiantati, fra i quali Thomas Dreiser e Henri Matisse: “Vous aimeriez New York”, scrive Rigaut il 7 dicembre 1923 a Jacques-Emile Blanche. “Dalla mattina alla sera è uno spettacolo. Tutto è più. I negozi sono più grandi, le donne più belle, è più facile attraversare la strada, i ricchi sono più ricchi, i poveri più miserabili, e gli ebrei più numerosi. I miei amici mi aiutano moltissimo, fanno a gara perché non mi senta isolato. Il mio business richiederà tempo, ma io non mi scoraggio”. Intanto però si dà da fare. Pubblica su una rivista d’avanguardia, con copertina di Max Ernst, una nuova serie di aforismi sul tema del riso; si propone come agente transatlantico a Jean Cocteau e inizia a frequentare l’High Bohemia newyorchese, grazie a un’eccentrica decoratrice d’interni, Elsie de Wolfe, cinquantenne che vive more uxorio con Elisabeth Marbury, una ricca ereditiera trentenne – fra l’altro agente di Oscar Wilde, George Bernard Shaw e di Victorien Sardou. Passa un anno e Rigaut capisce che gli americani non hanno granché da fare con la letteratura. Meglio cambiare lavoro, e magari passare alla pubblicità. “New York è una città meravigliosa”, scrive sempre a Blanche, “meravigliosamente ridicola e a volte meravigliosamente meravigliosa. E poi la volgarità. Troppo difficile da descrivere in una lettera. Il periodo delle scoperte per me è terminato, ma nei primi quindici giorni ho goduto di un’eccitazione che la mia età matura o la mia giovinezza non mi permettevano più di sperare”. Non sa ancora che gli restano solo altri tre anni da vivere.

 

Nel 1926, finalmente, riesce a sposare a New York Gladys Barber, trentaquattrenne americana, madre di quattro figli, conosciuta due anni prima a Parigi dove era venuta a divorziare dal ricchissimo marito, proprietario dell’omonima compagnia di navigazione. Ma il matrimonio, dopo la luna di miele a Palm Beach e Cuba, si schianta rapidamente fra inutili lussi sibaritici, viaggi in Europa e abuso incontrollabile di alcol e droga. Troppo sensibile per lasciarsi aggiogare da una miliardaria, troppo delicato per convivere con un’americana. Rigaut il dandy squisito e naturaliter dadaista, vivrà la sua discesa agli inferi con la stessa disarmante indolenza con cui aveva affrontato la sua ascesa mondana. E all’alba di un giorno di novembre del 1929, con estrema precisione balistica, si spara una pistolettata al cuore, mettendo fine ai suoi giorni in un casa di cura di Chatenay-Malabry.

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